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|Mercoledì 29 Dicembre 2004|

Il paradosso della catastrofe

Dalla crisi uno sviluppo più equilibrato
di Sergio Romano
Corriere della Sera, 29 dicembre 2004

Anche le catastrofi naturali sono eventi politici. Benché la domanda possa sembrare fredda e distaccata, occorre chiedersi quali saranno le ricadute di quella che ha investito le coste dell'Asia. Metterà in discussione i regimi dei Paesi colpiti? Alimenterà la rabbia del Terzo Mondo per il modello «capitalista» che molti di essi hanno adottato? Rafforzerà i gruppi del dissenso e, là dove l'Islam è fortemente presente, le cellule del fondamentalismo islamico? Avremo, dopo l'onda anomala, un'ondata politica antiglobalizzatrice e antioccidentale?
:: Mer 29.12.04 [continua]


|Lunedì 27 Dicembre 2004|

Anche la verità spiana la via verso la pace

Demolizione di una leggenda infamante
di Federico Steinhaus
Informazione Corretta, 27 dicembre 2004

In questi giorni, anche in considerazione delle festività di fine anno che costituiscono un motivo di speranza e di buoni auspici, l'ottimismo sembra pervadere ogni analisi che si occupi delle sorti del conflitto israelo-palestinese. L'imminenza delle elezioni politiche, ed il fatto che dopo trent'anni i palestinesi di Cisgiordania abbiano nuovamente potuto esercitare un loro diritto di scelta nelle elezioni comunali di questi giorni, rafforzano ulteriormente questa visione rosea del futuro.
Noi non vogliamo turbare questa atmosfera con alcune note di scetticismo, ma limitarci a richiamare gli osservatori ad un maggiore realismo. Per farlo, dobbiamo invitare i nostri lettori a ripercorrere con noi la leggenda di una icona della malvagità israeliana e del martirio inflitto al popolo palestinese, quella di Mohammed al-Doura, ricordando che (come attesta il Rapporto Mitchell del 2001) proprio la vicenda di questo bambino ebbe il potere di scatenare ed acuire la violenza della seconda Intifada.
30 settembre 2000: nella striscia di Gaza, nel corso di uno scontro fra esercito israeliano e "militanti" palestinesi, un cineoperatore riprende la scena di un bambino palestinese di 12 anni, accucciato dietro a suo padre: entrambi cercano di nascondersi, di sfuggire ai proiettili,ma il bambino viene ucciso.
Così inizia la leggenda.
Le immagini vengono pubblicate dai media di tutto il mondo, entrano nei libri scolastici arabi e palestinesi, ricevono premi giornalistici, diventano indimenticabili, impresse nella memoria visiva e nelle emozioni. L'Autorità Palestinese accusa gli israeliani di aver colpito quel bambino, che diviene il simbolo di tutti gli altri bambini "martiri" dell'Intifada.
Il cineoperatore che ha ripreso la scena è il palestinese Talal Abu Rahma, che lavora per France 2 e la CNN. Fra tutti quelli che avevano assistito allo scontro lui è l'unico ad aver ripreso la scena, ed afferma di aver filmato per 27 minuti, ma di non poter mostrare altro che quei pochi secondi perché le altre scene sono troppo cruente per poter essere diffuse. Nessuna ingiunzione di tribunale, nessuna pressione politica o dei media internazionali potranno indurlo a mostrare quei 27 minuti, neppure in una visione privata per esperti richiesta da media di tutto il mondo.
Solamente molto tempo dopo i fatti, accurate indagini, affidate ad esperti balistici civili, hanno dimostrato che quel bambino, in quella posizione, non poteva essere stato colpito da proiettili israeliani in considerazione delle varie angolazioni di tiro.Questi risultati sono stati pubblicati, come definitivi e risolutori, perfino al sito no-global Indymedia, che si è sempre schierato contro Israele e spesso anche su posizioni apertamente antisemite.
Il primo fatto accertato riguardo alla morte di Mohammed è dunque che il ragazzo non è stato ucciso dagli israeliani, bensì da quello che in guerra viene eufemisticamente chiamato "fuoco amico" - cioè palestinese. Ma questa verità scientificamente verificata rimane sempre sullo sfondo, conosciuta da pochi ed ignorata da moltissimi. Essa non ha la capacità di scalfire il mito, e di scagionare (almeno in questo episodio) gli israeliani.
Ma la demolizione della leggenda non finisce qui, anche se il resto della storia, pubblicata dal Wall Street Journal Europe del 26 novembre 2004, rimane ancora avvolta in una nube di mistero.
E' un fatto che Charles Enderlin, corrispondente di France 2 da Gerusalemme, ha sostenuto che la sparatoria fatale ebbe luogo alle 3 del pomeriggio; ed è un fatto che i due medici dell'ospedale di Gaza - Joumaa Saka e Muhamad El-Tawil, nel quale fu portato il corpo senza vita di Mohammed, affermarono che ciò avvenne prima dell'una di pomeriggio: due ore prima della sparatoria.
E' un fatto che nel breve filmato esibito da France 2, l'unico disponibile, non si vede alcuna traccia dei tre proiettili che avrebbero ucciso il bambino e dei 9 che avrebbero ferito il padre, né si vedono sangue o militari israeliani in atto di sparare.
E' un fatto che l'operatore palestinese Talal Abu Rahma in una deposizione giurata dinanzi all'avvocato Raji Surani di Gaza affermò di aver girato 27 minuti di filmati di quell'episodio, della durata complessiva di 45 minuti (vedasi il sito del Centro Palestinese per i Diritti Umani www.pchrgaza.org/special/tv2.htm).
E' un fatto che France 2, proprietaria del filmato, non ha mai consentito a far visionare l'intera ripresa; solamente il 22 ottobre 2004 fu dato accesso al filmato a tre prestigiosi giornalisti di Le Monde, dell'Express e della stessa emittente France 2. Ma una volta arrivati nella saletta, essi si sentirono dire da un consigliere del presidente di France 2 che Talal Abu Rahma aveva ritrattato tutte le sue dichiarazioni riguardo al filmato che aveva giurato di aver realizzato ed alle accuse formulate: non era vero nulla. E quei famosi 27 minuti così orribili e crudeli stando alla dichiarazione dell'operatore palestinese e dei dirigenti di France 2 non contenevano in realtà nulla che potesse aggiungere alcunché a quanto già si era visto.
Erano trascorsi 4 anni esatti, anni di menzogne e di accuse infamanti prive di qualsiasi fondamento: il male era stato fatto, ed era oramai irreparabile.
Questi sono fatti documentati. Ma dobbiamo aggiungere anche una illazione, che potrebbe completare questo squallido quadro.
Nel 2001 Nahum Shahaf, che aveva dimostrato con metodi scientifici l'impossibilità che Mohammed al-Doura fosse stato ucciso da proiettili provenienti dalle postazioni israeliane, ha affermato in una intervista rilasciata al Wall Street Journal di aver visionato con estrema attenzione alla moviola quel filmato, e di aver verificato che i proiettili che avrebbero ucciso il bambino provenissero quasi certamente da dietro il cineoperatore, e che ad un certo punto il cineoperatore stesso facesse un segno "due" con le dita, come quando si chiede di ripetere una scena non riuscita.
Se sommiamo queste dichiarazioni ai falsi accertati ed elencati in precedenza non appare infondato il sospetto che Mohammed al-Doura in realtà sia ancora vivo.
Come sappiamo, questo colossale falso costruito ad arte e divulgato con grande successo in ambienti che non desideravano altro che poter mettere Israele sul banco degli imputati si viene a sommare ad una operazione molto più vasta e complessa di sistematica diffamazione antiebraica e deligittimazione di Israele. Ne ripercorriamo alcuni aspetti, brevemente, per definire la coerenza dell'intero quadro d'insieme.
In questi giorni la televisione iraniana Sahar 1 sta trasmettendo un serial a cadenza settimanale, la cui prima puntata è stata messa in onda lo scorso 13 dicembre e la seconda il 20, che si intitola "Per te, Palestina – Gli occhi azzurri di Zahra". L'autore e regista è un ex funzionario del Ministero dell'Educazione iraniano, Ali Derakhshni.
La storia è semplice: un politico israeliano che si accinge a divenire primo ministro, Yitzhak Cohen, con alle spalle una carriera militare che lo ha visto al comando delle truppe in Cisgiordania, ne è il protagonista.
Le scene iniziali mostrano un intervento chirurgico con il quale sono stati tolti gli occhi ad una ragazzina palestinese. Cohen si presenta ad una conferenza medica e riferisce sui progressi compiuti dalla scienza medica israeliana nel campo dei trapianti d'organo. Medici israeliani, travestiti da impiegati delle Nazioni Unite, selezionano nelle scuole palestinesi i bambini ai quali espiantare gli occhi.
Successivamente, il serial mostra un presidente israeliano che viene tenuto in vita solamente grazie a trapianti di organi rubati ai bambini palestinesi.
In particolare, nel primo episodio Cohen parla ad una folla osannante e dice fra l'altro che "noi crediamo che Dio ci abbia dato queste capacità (di trapiantare e clonare organi umani) che ci consentiranno di mettere a disposizione di chiunque ne abbia bisogno nel mondo intero le conquiste del nostro popolo così dotato…" e successivamente aggiunge "Noi siamo la razza migliore nel mondo. La nostra terra si deve estendere dall'Eufrate al Nilo. Il petrolio si trova fra l'Eufrate ed il Nilo… tutto il mondo sarà sconvolto dalla penuria di petrolio…".
Per chi voglia visionare scene e dialoghi: http://www.memritv.org/Search.asp?ACT=S9&P1=420:.
Ma se questo, insieme alle analoghe programmazioni televisive siriane e di Al-Manar, è il contesto del più ampio versante islamico, il direttore dell'accreditato Palestinian Media Watch Itamar Marcus ha analizzato per il Jerusalem Post e l'International Herald Tribune la situazione in Palestina, smentendo almeno in parte chi proclama (Sharon fra questi!) che dopo la morte di Arafat sarebbe diminuita sensibilmente la demonizzazione di Israele e degli ebrei in Palestina.
Un esempio citato da Marcus è il primo premio assegnato dal Ministero dell'Educazione palestinese in un concorso scolastico; è stata premiata la lettera di una bambina che scrive: "Sono Lara di Lod, sono una bambina di 11 anni che vive a Ramallah. Avevo oramai accettato che Ramallah è una sostituzione di Lod, e che il grande mare (Mediterraneo) è stato scambiato con una piccola piscina… ma tu Israele non meriti Lod, e da oggi in poi non accetterò più la piccola piscina. Sognerò il mare di Jaffa ed il sole che splende a Lod". E' significativo che come vincitore di un concorso nazionale sia stato scelto un messaggio che delegittima Israele ed incita alla sua sparizione.
Un messaggio di analogo contenuto è stato trasmesso pochi giorni or sono, per l'undicesima volta, dalla televisione palestinese: Jaffa, Akko, Haifa sono parte della Palestina rubata ai profughi, e si vede un bambino che fa voto di tornare a Gerusalemme anche a costo del proprio sangue. Un'altra trasmissione più volte ripetuta mostra uno storico palestinese, Issam Sissalem, che afferma come Israele sia "un parassita" simile a quelli che in mare si impossessano dei gusci di molluschi, e conclude: Non consentiremo a nessuno di vivere nel nostro guscio!
Anche i più recenti libri di testo, in particolare quelli che spiegano il Corano, sono carichi di odio antiebraico e sottolineano le più volte espresse condanne degli ebrei e l'invito ad ucciderli. Israele viene delegittimato in molti testi scolastici, e le città dello stato ebraico entro i confini del 1948 vi sono definite come palestinesi; le carte geografiche confermano questa tesi mostrando l'intera Palestina storica come un territorio unico, nel quale Israele non esiste.
Non stiamo discutendo sulla volontà di pace del popolo palestinese, né sulla disponibilità alla pacifica convivenza a fianco di Israele che la vecchia-nuova classe dirigente potrà dimostrare di voler fare propria. Stiamo semplicemente esprimendo un giudizio culturale più che politico: una riduzione temporanea dei messaggi che da dieci anni l'Autorità Palestinese inculca nelle menti dei giovani - Israele non ha diritto ad esistere, gli ebrei sono malvagi ed usurpatori – non risolverà il problema dell'incitamento all'odio e dell'educazione attiva fin dai tempi della prima infanzia a considerare inesistente Israele. Solamente una cessazione totale delle programmazioni televisive di tale natura, una riscrittura dei libri di testo scolastici, un cambiamento nel linguaggio dei politici e degli intellettuali potranno, in tempi che temiamo non saranno brevi, gettare le fondamenta di una vera convivenza pacifica.

:: Lun 27.12.04


Ucraina, la rivincita di Yushchenko

Il leader dell'opposizione, in testa negli exit poll, si proclama presidente. Kiev in festa
di Luigi Ippolito
Corriere della Sera, 27 dicembre 2004

La rivoluzione arancione ha trionfato. Viktor Yushchenko è presidente, col suggello delle urne e la legittimazione della piazza, mobilitata come mai prima nella giovane storia dell'Ucraina indipendente. Il leader dell'opposizione filo-occidentale, con il 40 per cento delle schede scrutinate, avrebbe ottenuto il 56 per cento dei voti contro il 40 per cento del rivale filorusso Viktor Yanukovich.
:: Lun 27.12.04 [continua]


|Venerdì 24 Dicembre 2004|

Domenica in Ucraina un trionfo arancione

Libertà
Il Riformista, 24 dicembre 2004

Domenica è una data storica per la libertà di quell'Europa più grande in cui la democrazia è garanzia irreversibile. Nel senso che una volta che essa irrompe sino ad affermarsi, spezzando pesanti eredità storiche e politiche di paesi appartenuti per ottant'anni all'orbita sovietica ed ex sovietica, nessuno può ritenere poi di poterla riporre in guardaroba come un abito dismesso.
:: Ven 24.12.04 [continua]


Nella soap di Teheran gli israeliani rubano organi ai palestinesi

di Tatiana Boutourline
Il Foglio, 24 dicembre 2004

Ogni lunedì sera, sul canale iraniano Sahar 1, va in onda lo sceneggiato "Gli occhi blu di Zahra", storia avvincente di arroganza, sopraffazione, politica e traffico d'organi, in cui vittime inermi e lucidi carnefici legano i propri destini sullo sfondo della Cisgiordania. La serie è appena partita. "La maggior parte delle major cinematografiche sono sotto l'influenza sionista, noi siamo all'inizio del cammino – racconta Ali Derakhshni, sceneggiatore, regista e ideatore della serie, con un passato al ministero dell'Istruzione – La nostra è un'idea meravigliosa sui bambini. C'è Zahra, una piccola con gli occhi azzurri e un padre sionista che vuole rubarli per il proprio figlio".
:: Ven 24.12.04 [continua]


|Giovedì 23 Dicembre 2004|

Forza Ulivo, è arrivato Produsconi! *

Romano Prodi by Alessio Atrei

«Al futuro dobbiamo guardare in modo unitario». «I giornalisti non saranno tanto contenti, non hanno visto correre il sangue..., correrà, correrà, solo non qua, in altre sedi». «O va avanti il disegno unitario o niente. Non starò lì a vegliare sullo stillicidio delle piccole battaglie fra vicini di stanza». «Se mi chiede quale sia il loro progetto, posso fare due ipotesi. Una è che pensino sia meglio avere un ruolo forte in un posto piccolo piuttosto che un ruolo paritario in un posto grande. L'altra è che non credano nel bipolarismo, e che pensino piuttosto di creare un grande centro». «Da noi, nessuno assorbirà nessun altro, sarà una casa comune di identità diverse». «Metà dei giornali ha sostenuto che Prodi vuol far scorrere il sangue. È un modo inaccettabile di riportare le notizie». Buon Natale.
Parola di Romano Produsconi.

crazy/BlogGlob]
:: Gio 23.12.04


La leadership mancata della sinistra

Le alternative di Prodi
di Gian Enrico Rusconi
La Stampa, 23 dicembre 2004

Il leader non è un semplice federatore. Lo è soltanto nella retorica politica della sinistra italiana. Il leader deve guidare, imporre linee politiche, eventualmente assumere rischi a nome di tutti; non può sempre mediare, comporre, far rientrare dissidenze. Il dramma di Romano Prodi è tutto qui. Non è un problema di carattere personale o di tattica politica. E' in gioco il senso della leadership - questione essenziale per la vita politica.
:: Gio 23.12.04 [continua]


I voti contano

Da Kiev a Kabul, da Baghdad a Tashkent, la gente vuole decidere da sé
Il Foglio, 23 dicembre 2004

Domenica si torna a votare in Ucraina. Anche Vladimir Putin, che più si è dato da fare per non far perdere il potere alla fazione filorussa a Kiev, si è arreso e saluta il prossimo presidente Viktor Yushenko. I grandi cinici che ritengono che sempre tutto si allineerà alle ragioni di Stato delle grandi potenze, devono incassare l'esito.
:: Gio 23.12.04 [continua]


Regole di fumo

di Massimo Gramellini
La Stampa, 23 dicembre 2004

A due settimane dall'entrata in vigore del divieto di fumo nei locali pubblici, l'Italia della politica, dei bar e della politica da bar si è accorta che la legge entrerà effettivamente in vigore fra due settimane. Ed è andata nel panico. Come capita sempre quando avvista una regola all'orizzonte, per mesi ha fatto finta di niente e poi ha cominciato a chiedere di rinviarla, in attesa di studiare il modo migliore per mandarla in fumo.
:: Gio 23.12.04 [continua]


|Mercoledì 22 Dicembre 2004|

A rischio anche il dopo-voto

di Boris Biancheri
La Stampa, 22 dicembre 2004

L'Iraq ha fornito ieri un notevole insieme di notizie disastrose. Il solo annuncio positivo è stato quello della liberazione di due giornalisti francesi rapiti in agosto che, secondo il comunicato diffuso da Al Jazeera, è stata decisa anche con riguardo «alla posizione assunta dalla Francia sull'Iraq». Motivazione, a dire il vero, scarsamente credibile, dato che sembra difficile che ci siano voluti cinque mesi per accertare quale posizione abbia avuto in questi anni la Francia sull'Iraq. Sulle altre notizie, fa spicco l'attacco della guerriglia ad una base americana vicino a Mosul, con ventiquattro vittime tra cui un buon numero di militari americani.
:: Mer 22.12.04 [continua]


I sussiegosi odiatori di Oriana

Fallaci e gli intellettuali
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 22 dicembre 2004

Cosa c'è di più ovvio e, mi viene da dire, di più obbligatorio che detestare Oriana Fallaci nei panni di paladina dell'Occidente? Quale altro trattamento riservare a colei che da anni - così come nell'Apocalisse che ha appena dato alle stampe - rovescia aggressività e sarcasmi senza misura indifferentemente sull'Islam e sull'ecumenismo, su Ciampi e sulla richiesta di matrimonio degli omosessuali, su Arafat e su Michael Moore? Come altro giudicare se non come una reazionaria sguaiata una che, pur richiamandosi di continuo alla resistenza e alla democrazia, attacca con tale acrimonia la pace, le Nazioni Unite, l'ingresso della Turchia in Europa e chi più ne ha più ne metta, e insieme tutta la caterva di politici, giornalisti e intellettuali che non la pensano come lei? Dai quali dunque a giusto titolo, si direbbe, essa è irrisa e disprezzata.
:: Mer 22.12.04 [continua]


Linea antitasse. Quel che manca

I nodi dei due schieramenti / 1
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 22 dicembre 2004

La strategia antitasse di Berlusconi ha due facce, una buona e una cattiva. La faccia buona sta nel valore, pratico e simbolico, della strategia antitasse in quanto tale. Per il fatto di esistere, essa influenza positivamente la dinamica politica. Obbligando gli attori a «posizionarsi», in un modo o nell'altro, a partire dall'alternativa tasse alte/tasse basse, li costringe a prender partito fra due opposte «idee» dell'organizzazione sociale: quella che affida a una elevata tassazione compiti di ridistribuzione della ricchezza, di sostegno ai servizi sociali nel segno dell'equità e quella che punta sulla riduzione delle tasse per accrescere la libertà dell'individuo riducendo il peso dello Stato nella vita collettiva.
:: Mer 22.12.04 [continua]


La statistica dei tretavolettari

Ci sono più occupati e meno disoccupati, ci spiegano che è un disastro
Il Foglio, 22 dicembre 2004

Da un po' di tempo i dati forniti dalle indagini statistiche segnalano una serie di fatti positivi. L'inflazione italiana è al di sotto della media europea, il nostro tasso di crescita dell'ultimo trimestre rilevato è più alto di quello di Francia e Germania, l'occupazione aumenta, il tasso di disoccupazione è sceso al 7,4 per cento, assai al di sotto di quello tedesco che invece continua a crescere.
:: Mer 22.12.04 [continua]


Ultimo avviso al navigante

Prodi
Il Riformista, 22 dicembre 2004

Stavolta non possiamo neanche dire «noi l'avevamo detto». Perché l'avevano detto loro. Esattamente il 18 ottobre, più di tre mesi fa. Avevano detto, quelli della Fed, con un testo letto da Prodi alla fine del vertice, che la lista unitaria si sarebbe fatta decidendo regione per regione, sulla base degli orientamenti assunti localmente. Il titolo «Salta la lista unitaria» lo avevamo già fatto, noi del Riformista come tutti gli altri giornali, e proprio non si capisce perché ci sia stato bisogno di un altro vertice per avere una titolazione bis, stavolta un po' più grossa per carenza natalizia di altre notizie.
:: Mer 22.12.04 [continua]


|Lunedì 20 Dicembre 2004|

Slalom per Abu Mazen

di Fiamma Nirenstein
Panorama, 22 dicembre 2004

La squadra si sta formando, la linea politica pure, ma lentamente. La corsa di Abu Mazen verso le elezioni del 9 gennaio è ardua. Anche perché se il 52% dei palestinesi non vuole più la lotta armata, il 41,1% tuttora chiede nuovi attacchi. Se Abu Mazen non riuscirà a trovare le alleanze necessarie e a convincere gli elettori che è il sostituto ideale di Yasser Arafat sarà il caos.
:: Lun 20.12.04 [continua]


Bush il Temerario «uomo dell'anno»

Bis di «Time»
di Gianni Riotta
Corriere della Sera, 20 dicembre 2004

Scommessa facile, l'Uomo dell'Anno della tradizionale copertina sul settimanale Time premia il presidente rieletto George W. Bush. Non solo e non tanto per il bis alla Casa Bianca, ma soprattutto per la natura del successo, ottenuto senza mutare atteggiamento psicologico, personalità, piattaforma politica e leadership di coalizione.
:: Lun 20.12.04 [continua]


|Venerdì 17 Dicembre 2004|

Sharon: "2005, anno di opportunità da non perdere"

Informazione Corretta, 17 dicembre 2004
Il primo ministro israeliano ha dichiarato giovedì sera che il suo piano di disimpegno serve a unire la nazione, aggiungendo che per Israele "il 2005 sarà l'anno di una grande opportunità storica".
Il leader dell'Olp e principale candidato alla presidenza dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha reagito al discorso di Sharon respingendo l'offerta di coordinare con Israele il previsto ritiro dalla striscia di Gaza e da parte della Cisgiordania settentrionale.
Il piano di disimpegno, ha spiegato Sharon nel suo intervento alla Conferenza annuale di Herzliya, ha migliorato la posizione di Israele nell'arena internazionale tanto più che "è chiaro a tutti che noi non saremo più a Gaza una volta che sarà raggiunto l'accordo per la composizione definitiva del conflitto".
"Nel 2005 – ha poi detto Sharon – saremo di fronte alla grande, storica opportunità di cambiare la situazione di Israele" e uno degli elementi chiave sarà proprio l'attuazione del piano di disimpegno. "Per farlo – ha detto Sharon – bisogna fare concessioni da entrambe le parti. Per questo dobbiamo prendere l'iniziativa".
Sharon ha spiegato che l'uscita di Israele da Gaza allenterà la pressione demografica sul paese, che deve continuare a essere uno stato democratico con una solida maggioranza ebraica.
A proposito delle elezioni per la presidenza dell'Autorità Palestinese del 9 gennaio, Sharon ha detto che Israele "sosterrà in ogni modo possibile" gli sforzi dei palestinesi perché le elezioni siano valide e corrette. Secondo Sharon, la scomparsa di Yasser Arafat lo scorso 11 novembre offre una nuova chance per l'emergere di leader palestinesi che siano disposti a fare un accordo di pace con Israele. "Ci troviamo di fronte a una finestra di opportunità unica. Chissà quando avremo un'occasione simile in futuro. Non dobbiamo perdere questa occasione di arrivare a un accordo".
Rivolgendosi direttamente ai palestinesi, il primo ministro israeliano ha detto: "Non abbiamo nessun desiderio di governare su di voi né di gestire le vostre vite. Mi sono assunto dei grossi rischi per garantire una strada aperta alla pace. Mi auguro che anche voi sappiate fare passi rischiosi per arrivare a una pace possibile".
Israele aveva già annunciato che ritirerà le proprie truppe fuori dai centri abitati palestinesi per almeno 72 ore a cavallo delle operazioni di voto. Tuttavia, ha aggiunto Sharon, i palestinesi devono "eliminare il terrorismo", cioè "prendere misure concrete contro il terrorismo e fermare l'insegnamento della cultura dell'odio", come condizione indispensabile per fare progressi verso una composizione di pace.
Sharon ha specificato che Israele sarebbe pronto a coordinare il suo ritiro da Gaza con una nuova dirigenza palestinese che fosse pronta ad assumersi la responsabilità di combattere il terrorismo. L'offerta di coordinamento, tuttavia, è stata respinta la stessa sera di giovedì dal leader palestinese Abu Mazen. "Le condizioni poste da Sharon non sono nuove – ha detto Abu Mazen in un'intervista telefonica dal Qatar – e sono inaccettabili".
I palestinesi devono avere il loro stato, ha affermato inoltre Sharon nel suo intervento a Herzliya, giacché continuare con il controllo israeliano sui palestinesi "significa un popolo che controlla un altro popolo", e cioè una situazione insostenibile.
Circa il recente miglioramento dei rapporti con l'Egitto, Sharon ha ringraziato il presidente egiziano Hosni Mubarak per la scarcerazione del cittadino druso israeliano Azzam Azzam, rilasciato all'inizio del mese dopo otto anni di detenzione al Cairo con un'accusa di spionaggio. Sharon ha aggiunto che una efficace prevenzione da parte egiziana del traffico palestinese di armi tra Sinai e Gaza permetterebbe a Israele di ritirarsi dalla Philadelphi Route, la striscia di terra larga 25 metri al confine fra Egitto e striscia di Gaza che i soldati israeliani pattugliano in base agli accordi di Oslo.
Sharon ha elogiato le forze di sicurezza israeliane per la loro difficile lotta contro le organizzazioni terroristiche, ricordando come negli ultimi quattro anni, dopo l'inizio dell'intifada, Israele abbia dovuto affrontare terrorismo, recessione economica e isolamento internazionale. "Abbiamo dovuto evitare un collasso sul piano economico e della sicurezza. Ci siamo riusciti grazie ai nostri coraggiosi soldati e alle riforme finanziarie, che hanno posto Israele in condizione di tornare a crescere e integrarsi nell'economia globale. Il miglioramento delle condizioni di sicurezza ci permetterà di investire di più in campo sociale ed educativo e di operare per restringere i gap socio-economici".
Il sostegno che Iran e Siria offrono alle organizzazioni terroristiche ostacola gli sforzi degli Stati Uniti per portare riforme e democrazia in Medio Oriente. L'Iran e gruppi come Hamas, Jihad Islamica e Hezbollah invocano pubblicamente ed esplicitamente la distruzione dello Stato di Israele. Dunque l'esistenza di Israele è ancora in pericolo. Ma oggi, secondo Sharon, ci troviamo di fronte a una grande opportunità. "Siamo costretti a difenderci dal terrorismo e lo sappiamo fare. Ma il 2005 può essere l'anno della grande occasione, l'occasione di porre fine alle minacce contro la pace e dare inizio a un duraturo accordo fra israeliani e palestinesi. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per assicurarci che il prossimo anno sia un anno di opportunità e non un anno di occasioni mancate".
(Da: Ha'aretz e Jerusalem Post, 16.12.2004)

:: Ven 17.12.04


Antisemitismo

Il Foglio, 17 dicembre 2004
Nessuno avrebbe immaginato di assistere in diretta a una manifestazione di antisemitismo preterintenzionale. E' successo ieri mattina al convegno dell'Anti-defamation League a Villa Madama, quando il direttore del quotidiano israeliano Ha'aretz, David Landau, un cinquantenne bruno dal volto sofferto, ha interrotto d'improvviso Fiamma Nirenstein che parlava dalla tribuna, l'ha accusata di non dire il vero, e di essere "too perverse" per ammetterlo, dando luogo a un battibecco sfociato in un applauso a favore dell'inviato della Stampa.
:: Ven 17.12.04 [continua]


Un premio all'Italia dei sussidi

La Finanziaria
di Francesco Giavazzi
Corriere della Sera, 17 dicembre 2004

Prima dell'emendamento proposto dal governo e approvato ieri dal Senato (e che il ministro dell'economia ha definito con un eufemismo «un provvedimento pragmatico») la legge finanziaria era esattamente neutrale: i benefici della riforma fiscale (abbassamento delle aliquote sui redditi delle famiglie e ampliamento della no tax area) erano compensati da aumenti in altre tasse e gabelle, rendite catastali, imposte sulle locazioni, bolli, sigarette. L'emendamento prevede ora nuove spese che verranno coperte tramite un ulteriore aumento delle tasse che il cittadino paga per gli atti pubblici: in totale il costo delle pratiche amministrative crescerà di 1,070 milioni, oltre 2.000 miliardi di vecchie lire.
:: Ven 17.12.04 [continua]


La Costituzione e la magistratura

Le ragioni del riesame chiesto dal Quirinale
di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 17 dicembre 2004

Il Parlamento dovrà deliberare nuovamente sulla legge di riforma dell'ordine giudiziario, a seguito della richiesta di riesame del presidente della Repubblica. I motivi del rinvio non sono di poco conto. Tre riguardano i poteri del ministro della Giustizia, uno le competenze riservate dalla Costituzione al Consiglio superiore della magistratura.
:: Ven 17.12.04 [continua]


|Giovedì 16 Dicembre 2004|

Troppi se sulla via di Ankara

Europa e Turchia
di Sergio Romano
Corriere della Sera, 16 dicembre 2004

Temo che occorra partire da una constatazione. Per un malaugurato paradosso l'atteso appuntamento dell'Unione Europea con la Turchia è caduto in un brutto momento. La Turchia si è preparata all'incontro con grande serietà. Ha ridotto il potere dei militari al vertice dello Stato. Ha adottato leggi, soprattutto sul trattamento della minoranza curda, che sarebbero state, dieci anni fa, difficilmente immaginabili. Ha accettato di correggere norme tradizionali (quella sull'adulterio, ad esempio) che l'Europa, dimenticandosi di averle avute per molto tempo nei suoi codici, considerava incompatibili con i suoi principi. Il fatto che buona parte di questo lavoro sia stato realizzato mentre la Turchia è governata da un partito musulmano rende queste riforme ancora più significative.
:: Gio 16.12.04 [continua]


Turcherie e fumisterie

Il problema non è se la Turchia sia degna dell'Europa, ma il rovescio
Il Foglio, 16 dicembre 2004

Forse che sì, forse che no. Sulla Turchia nella Unione europea si finisce facilmente in confusione. Per esempio, Bush e il suo team, e magari anche Blair e Berlusconi, insomma gente che una mano a reagire alla minaccia islamista radicale l'ha data senza troppo risparmiarsi, sono favorevoli all'accoglienza dopo serio negoziato. La classe dirigente francese, che quella mano deve ancora darla, se ce l'ha ancora, è invece assai più timida, come peraltro il Vaticano, che politicamente è quietista ma ha dato segno di stare sul negativo in questa delicata occasione. E sul senso di questa candidatura, compresa la efficace granata tirata dalla Fallaci, c'è dissenso trasversale nell'opinione pubblica.
:: Gio 16.12.04 [continua]


Fate cadere il muro contro Sharon

di Peppino Caldarola
Il Riformista, 16 dicembre 2004

Shimon Peres, nell'intervista a Repubblica di ieri, spiega le ragioni dell'accordo con Sharon e definisce l'obiettivo comune: la pace. Per chi ha seguito senza pregiudizi l'evoluzione della politica israeliana, l'intervista del vecchio leader laburista non è una sorpresa. Continuo a ritenere che la sinistra italiana ed europea debbano fare a questo punto un passo avanti. Può valere per la sinistra europea e italiana il pregiudizio anti-Sharon quando il suo principale avversario in Israele dichiara che con Sharon si può impostare una strategia di pace? Ripeto il mio appello ai leader della sinistra italiana. Fate un passo, dite anche voi che Sharon è sulla strada giusta e incoraggiatelo.
:: Gio 16.12.04 [continua]


|Mercoledì 15 Dicembre 2004|

In un nuovo saggio il filosofo affronta il tema del Male

di André Glucksmann
Corriere della Sera, 15 dicembre 2004

Che cosa chiamiamo terrorismo? Vi è terrorismo quando degli uomini armati aggrediscono degli uomini disarmati, e li aggrediscono deliberatamente. Due precisazioni si impongono. Gli uomini armati possono non vestire uniformi, oppure vestire uniformi. Vi può essere, infatti, terrorismo da parte di uomini in uniforme. Fornirò due esempi per non urtare la suscettibilità di nessuno. Il primo esempio è quello di Napoleone che qualificava la guerriglia spagnola e russa terrorismo, mentre era l'esercito di Napoleone a essere terrorista, come testimonia Goya. Il secondo esempio è quello, naturalmente, dell'occupazione dell'Europa da parte di Hitler, il quale tacciava di terroristi coloro che resistevano. Ebbene, a essere terroristi e sequestratori erano precisamente i soldati in uniforme nazista.
:: Mer 15.12.04 [continua]


Lo scienziato, lo sceicco, il chirurgo: parte la corsa al voto

Oggi scade il termine per l'iscrizione dei partiti: 70 formazioni, 9 coalizioni. Super-favorito il listone sciita
di Michele Farina
Corriere della Sera, 15 dicembre 2004

Non ci saranno allegre code chilometriche come in Sudafrica nel '94. Non sarà una festa come nel 2002 a Timor Est. Anzi. Le prime elezioni democratiche in Iraq, 30 gennaio 2005, si annunciano sanguinose e imperfette. Ma affollate, se non altro per il numero delle liste. Il portavoce della Commissione Elettorale Farid Ayar ha comunicato ieri a Bagdad che finora sono 70 i partiti che hanno presentato propri candidati, più nove coalizioni. In palio ci sono i 275 seggi dell'Assemblea Nazionale e una fetta di futuro. Si vota con il sistema proporzionale. Oggi è l'ultimo giorno per ufficializzare le candidature, oggi è il primo giorno della campagna elettorale.
:: Mer 15.12.04 [continua]


Dall'opposizione a Israele all'antisemitismo il passo è breve

Intervista a Elie Wiesel
di Marina Valensise
Il Foglio, 15 dicembre 2004

Elie Wiesel è un uomo minuto, mingherlino, dà però certe strette di mano vigorose, con quel palmo largo, liscio, energico. Quando gli dici che è una leggenda vivente – sopravvissuto ad Auschwitz e alla Shoah, presidente del Consiglio degli Stati Uniti per il Memoriale dell'Olocausto, Nobel per la pace nel 1986, fondatore della Foundation for Humanity, testimone degli orrori del XX secolo e difensore infaticabile delle vittime di violenze e persecuzioni politiche – si schernisce guardandoti dal fondo dei suoi occhi tristi da rabbino della Transilvania, e risponde di no, che non è vero, lui per sé non è affatto una leggenda.
:: Mer 15.12.04 [continua]


Ora Battisti accusa i «giudici rossi»

di Cesare Martinetti
La Stampa, 15 dicembre 2004

Giudici rossi, scrive la difesa, «giudici comunisti». All'epoca (Anni 70-80) la «maggior parte dei magistrati, che sono tuttora in funzione, erano vicini al partito comunista. E dunque si sono dimostrati tanto più inclini a condannare pesantemente perché si sentivano direttamente minacciati dalla crescita dell'estrema sinistra...». La difesa che scrive queste precise parole non è quella di Silvio Berlusconi e nemmeno di Marcello Dell'Utri, ma di Cesare Battisti, l'ex terrorista dei Pac (proletari armati per il comunismo) condannato all'ergastolo per aver ucciso due volte e aver partecipato e organizzato altri due omicidi. L'uomo che la Francia ha finalmente dichiarato estradabile a giugno, pur avendolo poi subito dopo lasciato fuggire.
:: Mer 15.12.04 [continua]


|Martedì 14 Dicembre 2004|

Devo scegliere se andare in guerra: qual è il mio dovere?

Lettere dal campus
di Maurizio Viroli
La Stampa, 14 dicembre 2004

Poche ore dopo l'ultima lezione del corso su «Religione e politica» ho ricevuto un messaggio di posta elettronica da una studentessa che mi ha posto la domanda più difficile in tanti anni di insegnamento. LNW fa parte del programma ROTC (Reserve Officer Training Corps) che offre agli studenti il pagamento delle tasse universitarie (circa 40.000 dollari l'anno) in cambio dell'impegno a seguire, oltre ai normali corsi, specifici programmi di preparazione militare e al comando. Terminati gli studi, LNW dovrà servire come sottotenente nell'aviazione per almeno quattro anni, con la possibilità di essere inviata in zona di guerra.
:: Mar 14.12.04 [continua]


Come la memoria della Shoah può alimentare l'antisemitismo

Se il palestinese è perseguitato, l'ebreo è nazista
di Giorgio Israel
Il Foglio, 14 dicembre 2004

Ha ben ragione Ernesto Galli della Loggia – quando parla della "tendenza da tempo sempre più forte nelle società occidentali che vede singole minoranze di qualunque tipo […] rivendicare un vero e proprio inedito diritto alla propria onorabilità storico-culturale da proteggere con apposite sanzioni penali" – a sottolineare come essa si manifesti "sull'onda di quanto stabilito da molte legislazioni per gli ebrei". Questa osservazione si completa con quella del direttore del Foglio quando parla di "quella sinistra che è disposta a condannare chi racconta barzellette razziste contro gli ebrei, ma non quei movimenti islamici che puntano a distruggere Israele".
:: Mar 14.12.04 [continua]


Fallaci. Apocalisse Islam

di Pierluigi Battista
La Stampa, 14 dicembre 2004

«Continui, continui...», implora l'intervistatrice Oriana Fallaci. E l'intervistata, Oriana Fallaci, risponde rassegnata: «Oh, si potrebbe continuare all'infinito». Ma non si può continuare all'infinito perché incombe l'Armageddon, lo scontro finale dell'Apocalisse giovannea: «Allora vidi un mostro che saliva dal mare. Aveva sette teste e dieci corna, su ogni corno portava un diadema, e su ogni testa un nome che era una bestemmia». E quando il Mostro portò il suo attacco mortale «tutti si inginocchiarono ai suoi piedi» e «poi gli ubbidirono e gli consentirono di pronunciare frasi arroganti, offendere Dio, maledire il suo nome. Gli consentirono di profanare il tempio e insultare coloro che sono in Cielo».
:: Mar 14.12.04 [continua]


Bagdad teme l'avvento di «un nuovo Hitler»

Il presidente Yawer: «Tra gli iracheni umiliati e impauriti cresce la tentazione di un dittatore»
di Andrea Nicastro
Corriere della Sera, 14 dicembre 2004

Ci sono iracheni che pur di lavorare e ricostruire il proprio Paese, si mettono in coda davanti alla cittadella del potere di Bagdad, la «green zone», sapendo di essere dei bersagli. Ieri un'autobomba ne ha dilaniati sette, mandandone in ospedale altri 19. E ci sono iracheni che per onorare la memoria di Saddam Hussein vanno ad accendere una candela davanti al buco nelle campagne di Tikrit dove un anno fa il raìs tentò di nascondersi per sfuggire alla cattura.
:: Mar 14.12.04 [continua]


Più innovazione, più concorrenza

Le aziende italiane e i ritardi da colmare
di Francesco Giavazzi
Corriere della Sera, 14 dicembre 2004

Come lo studio della Fondazione Rosselli alcune settimane fa, neppure il recente rapporto della Commissione europea sulle politiche per l'innovazione (www.trendchart.cordis.lu) fa giustizia della capacità delle imprese italiane di innovare. Davvero le nostre aziende sono dieci posti indietro rispetto a quelle islandesi e otto rispetto a quelle belghe?
:: Mar 14.12.04 [continua]


|Lunedì 13 Dicembre 2004|

«Collaborazionisti» palestinesi: no alla pena di morte

Lettere al Corriere - risponde Paolo Mieli
Corriere della Sera, 13 dicembre 2004

Non le sembra, caro Mieli, che da parte della sinistra nostrana ci sia un eccesso di compiacenza nel commentare le condizioni della democrazia all'interno del mondo palestinese? Leggo in un articolo sul Corriere di Alessandra Coppola di come si sta svolgendo la competizione elettorale tra Abu Mazen e Barghouti in vista delle elezioni del prossimo 9 gennaio, nonché del ruolo che in questo duello ha il presidente siriano Bashar El Assad e rimango di sasso per quel che accade e per quello che tra loro si dicono. Noto poi che nei territori controllati dall'Anp sono riprese le esecuzioni dei cosiddetti «collaborazionisti», cioè i palestinesi che spesso non sono affatto spie ma gente che obietta alla condotta dei leader...
Agnese Frezza, Roma
:: Lun 13.12.04 [continua]


Abu Mazen chiede scusa: «L'Olp sbagliò a schierarsi con Saddam»

Barghouti si ritira dalle presidenziali
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 13 dicembre 2004

Guerra del Golfo: archiviata. «Ci scusiamo per ciò che abbiamo fatto». Sette parole all'aeroporto di Kuwait City e il neoleader dell'Olp, Abu Mazen, candidato favorito alle elezioni presidenziali palestinesi, ha chiuso un altro capitolo nella storia delle liti nella «famiglia» mediorientale.
:: Lun 13.12.04 [continua]


|Domenica 12 Dicembre 2004|

Qui Ulivo. «Tutti uniti, guai ai gelosi»

L'armata Brancaleone

di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 12 dicembre 2004

«Lei è una persona seria e noi abbiamo deciso di conferirle la nostra forza», disse l'altra volta Massimo D'Alema, come si sentisse Re Artù che posava la spada sulla spalla del Professore investendolo del compito di sfidare il Cavaliere. Era o non era allora, l'economista bolognese, uno dei «generali senza truppe che gentilmente acconsentono a essere votati dai diessini»? Tutto cambiato. Stavolta, in questo Palalido stracolmo, è Romano Prodi che si prende la leadership. Se la piglia e se la fa confermare dal popolo di sinistra appena pronuncia la parola magica: unità.
:: Dom 12.12.04 [continua]


Tre assoluzioni, una prescrizione

di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 11 dicembre 2004

L'imprenditore Silvio Berlusconi ha corrotto nel 1991 il giudice Renato Squillante nell'interesse e con soldi della Fininvest, ma questo reato è estinto dalla prescrizione perché il Tribunale di Milano ritiene di concedere all'imputato le attenuanti generiche, il cui effetto è dimezzare il tempo massimo (da 15 anni a 7,5) oltre il quale si esaurisce la pretesa punitiva dello Stato.
:: Dom 12.12.04 [continua]


Senza vinti né vincitori

di Giuseppe D'Avanzo
La Repubblica, 11 dicembre 2004

Lo spirito pubblico italiano, che non ha conosciuto la Riforma, ha inventato l'esprit florentin, impasto di compromesso, tolleranza, furbizia. Diciamo allora che questa sentenza "fiorentina" è molto in sintonia con lo spirito pubblico italiano. E' ballerina al punto giusto da lasciare tutti gli agonisti - accusa e imputato, il "partito delle procure" e il potere dell'Egoarca nemico di ogni contrappeso - con la bocca amara e appena qualche granello di zucchero sulle labbra.
:: Dom 12.12.04 [continua]


La vergogna non si prescrive

di Antonio Padellaro
L'Unità, 10 dicembre 2004

Primo. Il tribunale di Milano ha accertato che sono riconducibili a Silvio Berlusconi i 434mila dollari provenienti dai conti Fininvest e versati, attraverso Cesare Previti, al giudice Squillante, ex capo dei gip romani.
Secondo. Per questo reato, infamante, che si chiama corruzione di un magistrato, Silvio Berlusconi non sconterà pena alcuna. Il premier, infatti, si è salvato dalla condanna perché, ancora una volta, gli sono state concesse le attenuanti generiche che hanno reso possibile la prescrizione del reato.
:: Dom 12.12.04 [continua]


Cappuccetto Rosso, il Bambino Gesù e l'eccesso di zelo

di Lorenzo Mondo
La Stampa, 12 dicembre 2004

In una scuola elementare di Treviso, invece del presepe e della recita natalizia, si decide di mettere in scena la fiaba di Cappuccetto Rosso. A Como, durante le prove di un canto natalizio, la parola Gesù viene sostituita con virtù. Molte scuole della provincia di Vicenza decidono di non realizzare il presepe in classe per rispetto ai bambini di confessioni diverse, in specie quella musulmana. E' la motivazione che presiede a tutte queste belle pensate e che i promotori esibiscono con virtuistico calore.
:: Dom 12.12.04 [continua]


|Venerdì 10 Dicembre 2004|

I mali dell'integralismo religioso

Lo studioso progressista kuwaitiano Ahmad Al Baghdadi, docente di scienze politiche presso l'Università del Kuwait, ha di recente pubblicato vari articoli sul quotidiano kuwaitiano Al Siyassa in cui accusa il pensiero religioso ed elogia il laicismo.
Seguono alcuni brani dei suoi articoli.
[Fonte: MEMRI, The Middle East Media Research Institute, Special Dispatch Series No. 823]
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Per i musulmani non c'è futuro fintantoché sono soggetti al pensiero religioso
Al Siyassa (Kuwait), 14 novembre 2004
In un articolo intitolato "Laicismo e vita", Al Baghdadi afferma che solo in una società libera dalla religione si sono potuti verificare progresso e sviluppo, e sostiene che il pensiero religioso islamico impedisce progresso e sviluppo.

[…] Il laicismo come visione del mondo e sistema di vita non si formò in un vacuum ma è il risultato della dolorosa esperienza di vita di esseri umani che è proseguita per quasi un millennio e nel corso della quale il pensiero religioso della Chiesa, messo a punto dal clero, venne abolito […]. Durante questa esperienza, l'uomo occidentale visse nel buio intellettuale e in continue devastanti guerre in un periodo chiamato "i secoli bui del Medio Evo".
Per la persona istruita in scienze, industria, finanze, politica e cultura c'era solo una soluzione, che costituisce un rifugio per le società povere. Soluzione che è: separare l'ecclesiastico dalla vita […]. Da quel momento in poi il mondo occidentale divenne l'unico mondo che poté svilupparsi, progredire, fiorire in ogni campo della vita.
Per evitare di essere accusati di mancanza di obiettività verso il sistema religioso di pensiero, vogliamo fornire esempi tratti dalla realtà della vita nei paesi musulmani e arabi:
1. Il pensiero religioso è oggi l'unico sistema di pensiero che rifiuta di accettare, su basi religiose, la "Dichiarazione universale dei diritti umani", e ciò costituisce un ostacolo all'attuazione di tali diritti nei paesi islamici, non solo in materia di eredità, ma anche in questioni come uguaglianza, libertà di pensiero e libertà di parola.
2. Il pensiero religioso islamico è l'unico sistema di pensiero che è rimasto immutato oggigiorno nelle accuse di ridda (apostasia) […]. Purtroppo questa ostinazione porta a uccidere esseri umani, anche senza processo.
3. Il pensiero religioso è contrario alla liberà di pensiero e alla libertà di parola quando viene criticata la religione. Non solo, il pensiero religioso è osservante in cose che la religione stessa non ci insegna a osservare. Per esempio, l'infallibilità dei seguaci del Profeta che non sono considerati parte dei principi di religione o delle radici di fede. Il pensiero religioso non fa distinzione fra religione e credenti.
4. Il pensiero religioso è tuttora misogino anche se gli ecclesiastici sostengono il contrario.
5. Il pensiero religioso si oppone alla salute umana in materia di cure e medicina. Il divieto di far entrare alcool fra i componenti della maggior parte delle medicine ne riduce l'efficacia […]. Non solo, il medico musulmano oggi non osa suggerire al paziente di non digiunare durante il mese del Ramadan, e gli ospedali sono perciò pieni di pazienti che hanno digiunato.
6. Il pensiero religioso appoggia il dispotismo politico perché si oppone alla democrazia e alla costituzione. Per esempio, in Kuwait alcuni si battono per distruggere la costituzione e lo stato costituzionale e in Arabia Saudita c'è un'opposizione totale alla democrazia.
7. Se dovessimo pensare che un regime adottasse una certa scuola religiosa di pensiero, cosa succederebbe alle altre?
8. Il pensiero religioso si oppone all'Altro, lo accusa di eresia ed è contrario al suo vivergli accanto. Prova di questo sono nelle moschee le suppliche e le invocazioni ad Allah di annientare tutti i non musulmani e di nuocer loro, invece della preghiera di poterli guidare sulla retta via come avverrebbe se ci fosse un briciolo di umana tolleranza.
9. Il pensiero religioso è la prima causa del sorgere del terrorismo per le interpretazioni in chiave negativa che i versetti coranici danno della jihad.
10. Il pensiero religioso si oppone a ogni forma di creatività e arte.
L'occidente non ha compiuto progressi finché non si è liberato di questo modo di pensare. Questa è la sola soluzione che si prospetta ai musulmani. Essi non avranno futuro fin tanto che saranno soggetti al pensiero religioso.
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I paesi musulmani non possono adottare il laicismo perché i suoi principi sono opposti alla tirannide, all'oppressione, all'arretratezza e all'anarchia
Al Siyassa (Kuwait), 16-17 novembre 2004
In un articolo pubblicato due giorni dopo sempre su Al Siyassa, dal titolo "Il bene nel laicismo e il male in voi", Al Baghdadi illustra le differenze fra i paesi laici e quelli islamici.

Non c'è un solo paese islamico in cui un cristiano o un ebreo possa mostrare una croce o una kippah e andarsene pacificamente indisturbato. Inoltre, credenti di altre religioni umane, come i buddisti e gli induisti, non possono celebrare le loro cerimonie in pubblico, sia pure col permesso governativo, senza che la gente faccia loro del male, come è successo nel luogo di culto indù in Kuwait. In stridente contrasto con questa persecuzione religiosa propria dei paesi islamici, di cui si vanta la corrente religiosa, non c'è paese laico che proibisca la costruzione di moschee, anche nel caso in cui lo stato non la finanzi. Inoltre non c'è paese laico che vieti ai musulmani di pregare in pubblico […].
Non c'è chiesa nel mondo laico cristiano in cui un prete si levi a maledire chi non è in accordo con la sua religione o preghi perché siano colpiti da disastri e disgrazie, come fanno i predicatori nei nostri sermoni del venerdì. Inoltre, il nostro pensiero religioso non trova alcun parallelo col messaggio pronunciato recentemente dal papa sull'importanza della pace per tutti. A differenza della facilità con cui si costruisce una moschea nella laica Europa e in America, la costruzione di una chiesa in un paese musulmano avviene solo con l'approvazione del presidente del paese, e anche in questo caso succede di rado.
Non esiste alcuna istituzione religiosa non musulmana che insegni ai suoi studenti a odiare l'Altro e sostenga che è da considerarsi infedele, destinato all'inferno, indipendentemente dal fatto che serva o no all'umanità. Nei programmi di studio della religione islamica è presente quest'odio.
In tutta la storia musulmana non c'è stato un solo giudice musulmano che si sia battuto per ottenere giustizia per un non musulmano che ha commesso reato, mentre gli Stati Uniti e l'Europa hanno salvato dalla repressione molte persone che sacrificavano vita e beni per salvare altri. A tale proposito, non si può non notare la generosità dei laici nei riguardi dei kuwaitiani quando essi decisero di liberare il Kuwait e reintegrare l'onore del suo governo e del suo popolo.
Nel mondo laico, uno scrittore, un intellettuale, un giornalista non vengono sbattuti in carcere per le loro opinioni, unica eccezione le leggi europee relative alla negazione dell'Olocausto che aveva sterminato gli ebrei d'Europa, perché questo è un fatto di cui soffre ancora la coscienza europea. Ma anche in questo caso, i negazionisti non vengono incarcerati ma solo multati. Là non li considerano murtadd (apostati) e non ne vogliono la morte, né cercano di assassinarli, o di mettere in pericolo il loro sostentamento o di separarli dalla moglie e dai figli. In contrasto, gli estremisti musulmani e i religiosi islamici fanno non di rado ricorso al terrore ideologico, diffondendo appelli all'assassinio e alle accuse di ridda (apostasia) […].
Quelli che si riconoscono nella corrente religiosa non possono evitare di ammettere che tutto il bene sta nel pensiero secolare e tutto il male nel pensiero religioso, perché loro sfruttano la religione per danneggiare non solo le persone ma anche la religione stessa, al punto che i musulmani non rispettano più la loro religione e cominciano a sfruttarla a scopo di guadagno vendendo libri e bevande islamici.
Sapete perché Allah aiuta i paesi laici? Perché sono giusti. Perché Egli non aiuta paesi che costruiscono moschee ogni giorno? Perché questi paesi sono repressivi […].
I paesi musulmani non possono adottare il laicismo per una semplice ragione: i principi del laicismo sono in contraddizione col modo di vedere di questi paesi che si fondano su tirannide, repressione, aggressione, arretratezza, anarchia. Anzi, questi paesi sfruttano il pensiero religioso per imporre la propria legittimazione. Perciò si spiega come siano loro i più accaniti sostenitori dei gruppi religiosi, ben sapendo che di tali gruppi fa parte chi favorisce il terrorismo e nuoce alla società. Infatti i gruppi religiosi non sostengono tanto diritti e giustizia quanto repressione e tirannide, mentre il laicismo agisce nella maniera opposta.
© Al Siyassa e MEMRI, The Middle East Media Research Institute
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:: Ven 10.12.04


Dialogo Usa-Ue tra rischi e opportunità

Il premier mercoledì da Bush
di Maurizio Molinari
La Stampa, 10 dicembre 2004

Silvio Berlusconi arriva mercoledì alla Casa Bianca per un incontro che apre la strada al viaggio che George W. Bush farà a fine febbraio in Europa per rilanciare il dialogo con gli alleati lasciandosi alle spalle le divisioni registrate sull'intervento militare in Iraq. L'incontro nello Studio Ovale si preannuncia come un laboratorio del possibile rilancio delle relazioni transatlantiche perché Bush considera l'Italia,assieme alla Gran Bretagna di Tony Blair, il partner europeo più solido nella guerra al terrore iniziata in risposta agli attacchi dell'11 settembre del 2001 contro New York e Washington.
:: Ven 10.12.04 [continua]


Nasce la Gad sciita

Lo scienziato Shahristani guida la grande alleanza di Sistani, ma c'è anche Chalabi. 228 partiti in gara
Il Foglio, 10 dicembre 2004

Ci sono anche buone notizie, anzi ottime, sul fronte iracheno. Il paese si sta preparando alle elezioni del 30 gennaio, ma si potrebbe cominciare a votare due o tre settimane prima. Quattordici milioni sono gli aventi diritto al voto, un milione e mezzo gli iracheni all'estero che potranno votare via posta (ma non dall'Italia). Si eleggerà un'Assemblea nazionale che nominerà il presidente, il premier e che dovrà scrivere la Costituzione (che poi sarà sottoposta a referendum).
:: Ven 10.12.04 [continua]


L'arbitro rivoluzionario

di Curzio Maltese
La Repubblica, 10 dicembre 2004

Alla vigilia della sentenza per corruzione di magistrati, l'imputato Berlusconi si è nominato giudice supremo della democrazia in Italia, arbitro dei destini d'Europa e patrono d'America, guida rivoluzionaria e signore delle regole televisive ed elettorali. Non è soltanto il classico delirio di onnipotenza che coglie il premier alla vista di Bruno Vespa, del quale presentava un libro. È l'annuncio della lunga, costosa e spregiudicata campagna elettorale che ci attende nel prossimo anno. O forse nei prossimi mesi. Se è vero, come sostengono in molti, che il premier paventa una frana dei conti pubblici per il 2005.
Che si voti in primavera o nel 2006, Berlusconi è pronto. Per prima cosa, come sempre, ha segnato il campo dei nemici.
:: Ven 10.12.04 [continua]


Giocare col fuoco

di Massimo Gramellini
La Stampa, 10 dicembre 2004

Un operaio della Forestale in Calabria guadagna 1000 euro lordi al mese. Se lavorasse otto ore al giorno tutti i giorni, la protesta sindacale contro i tagli della Finanziaria, per quanto esercitata con le modalità atroci ed efficacissime del blocco del territorio, sarebbe moralmente ineccepibile. Dovrebbe anzi allargare il bersaglio: non solo la difesa del posto, ma anche il ritocco dello stipendio.
:: Ven 10.12.04 [continua]


|Giovedì 09 Dicembre 2004|

Il mistero Barghouti

Sono ancora un mistero le ragioni che hanno spinto Marwan Barghouti, attualmente detenuto in un carcere israeliano, a candidarsi all'ultimo minuto alle elezioni di gennaio per la successione ad Arafat, in concorrenza con il favorito Abu Mazen. Il sospetto è che, contro tutto e contro tutti, voglia in qualche modo condizionare il futuro leader dell'Anp il quale, pur se eletto, riceverebbe una quantità di voti inferiore alle attese e governerebbe perciò da posizioni di relativa debolezza.

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Stretto tra i due Barghouti
di Danny Rubinstein
Ha'aretz, 6 dicembre 2004

Nei giorni scorsi vi è stata nell'opinione pubblica palestinese un'estesa campagna contro Marwan Barghouti. Ad ogni angolo in Cisgiordania e striscia di Gaza si sono riuniti gruppi di Fatah, giovani e veterani, per condannare la candidatura di Barghouti alla presidenza dell'Autorità Palestinese. Le diramazioni di Shabiba, l'organizzazione giovanile di Fatah, le Brigate Martiri di Al Aqsa, sua ala militare, persino l'organizzazione dei detenuti Fatah: tutti hanno preso posizione pubblicamente a favore di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ed espresso riserve sul loro amico Barghouti. Tutti stanno molto attenti a non offendere l'onore del più famoso detenuto palestinese – "l'architetto dell'intifada Al Aqsa", come lo definiscono i suoi fan –, e tuttavia gli chiedono di ritirare, per favore, la sua candidatura. "Se hai rispetto per la democrazia e per il principio di maggioranza – gli scrivono – devi cambiare idea e appoggiare Abu Mazen".
Uno degli enigmi più discussi fra i palestinesi oggi, in effetti, è perché Barghouti abbia avanzato la propria candidatura: cosa gli abbia fatto cambiare idea soltanto pochi giorni dopo che aveva chiaramente annunciato di non voler concorrere e di sostenere Abu Mazen. La spiegazione data dalla moglie Fadwa, secondo cui l'avrebbe fatto per la pressione di migliaia di palestinesi che si sarebbero rivolti a lui, non convince nessuno nel momento in cui masse di persone si volgono verso Abu Mazen. La seconda spiegazione menzionata dalla moglie, e cioè che Barghouti vuole attenersi ai principi della lotta palestinese e portare avanti la linea di Yasser Arafat, suona persino insultante verso la leadership del movimento. Vuole forse dire che Abu Mazen non è abbastanza leale e che non porterà avanti la linea di Arafat? "Se hai informazioni che indicano una cosa di questo genere – gli ha scritto Hani Al-Masri, uno dei più noti editorialisti del quotidiano Al-Ayyam – per favore mostracele".
Dal punto di vista della leadership palestinese (cioè delle alte sfere di Fatah), il processo elettorale dopo la morte di Arafat andava avanti piuttosto liscio finché non è arrivato Barghouti a far saltare le regole del gioco. Hamas e Jihad Islamica hanno dichiarato che boicotteranno le elezioni e che non presenteranno candidati. La sinistra, che si era riunita attorno alla candidatura di Haidar Abdel Shafi, l'anziano e rispettato medico di Gaza, si è ridivisa dopo che Abdel Shafi ha annunciato che non avrebbe concorso. All'inizio della scorsa settimana sembrava che la sinistra si riorganizzasse attorno al dottor Mustafa Barghouti, un indipendente che gode di un certo sostegno fra giovani e intellettuali. Marwan e Mustafa appartengono sì alla stessa hamula (famiglia estesa), che conta diverse migliaia di membri nel distretto di Ramallah. Ma provengono da due villaggi distanti e non sono imparentati fra loro. In ogni caso, il loro cognome comune era stato sfruttato per fare un titolo sulla stampa palestinese che recitava: "Abu Mazen stretto fra i due Barghouti". Titolo che rispecchiava una realtà: Marwan Barghouti pescherebbe voti fra i membri di Fatah, mentre Mustafa si rivolgerà ad altri bacini elettorali, pur potendo a sua volta sottrarre dei voti ad Abu Mazen.
Benché Hamas abbia dichiarato che intende boicottare le elezioni, non c'è garanzia che le sue schiere di sostenitori obbediscano all'ordine di non andare a votare. Una forte campagna di propaganda da parte dei vari candidati potrebbe spingere molti alle urne, compresi parecchi sostenitori di Hamas e di altre fazioni estremiste. È quello che accadde nelle elezioni del 1996, anche allora boicottate dalle fazioni avversarie dell'Olp. Resta la domanda: per chi voterebbero i simpatizzanti di Hamas? Non possono votare per uno dei due Barghouti nè per Hassan Khreisheh, un membro indipendente del Consiglio Legislativo (parlamento) palestinese, vecchio critico di Arafat soprattutto sulla questione della corruzione nei meccanismi di governo palestinesi.
In termini strettamente politici, non vi sono grandi differenze fra i candidati. Le loro posizioni sono quasi identiche. Ma se Marwan Barghouti non ritira la candidatura, vi potrebbero essere seri contraccolpi sul sistema politico palestinese. Sebbene ci si attenda la vittoria di Abu Mazen, questi potrebbe ottenere una quantità relativamente bassa di voti, cosa che lo porrebbe in una posizione di debolezza rispetto ai suoi rivali dentro e fuori il movimento Fatah. E una leadership palestinese debole è una leadership che incontrerebbe gravi difficoltà a prendere le decisioni politiche e a fare le dolorose concessioni che sono necessarie per qualunque composizione del conflitto con Israele.
© Israele.net
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[snapshot]
:: Gio 09.12.04


Il caso Mitterrand e altri scandali

Il potere e il codice: la lezione francese
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 9 dicembre 2004

Che la politica non possa essere ridotta all'etica né giudicata principalmente sulla base del codice penale (a dispetto di ciò che ne pensano i moralisti di tutti i tempi e di tutti i Paesi), lo mostra a chiare lettere un episodio non proprio irrilevante di queste settimane che ha per teatro la Francia. Sì, proprio quella Francia che forse un po' troppo spesso ama impartire lezioni di correttezza e di civismo «repubblicano» all'universo mondo e a noi poveri italiani in specie.
:: Gio 09.12.04 [continua]


Nuovo medio oriente

La strategia di Bush e di Sharon dà frutti, eppure l'Europa ha sempre detto e ancora dice: cambiatela
di Emanuele Ottolenghi
Il Foglio, 9 dicembre 2004

Tra Stati Uniti ed Europa le divergenze in tema di politica mediorientale sono quelle più accentuate, da quattro anni a questa parte, da quando iniziò la seconda Intifada palestinese. L'Europa non ha saputo far altro che proporre maggiori pressioni su Israele. Di recente, tre "saggi" europei, Lord Dahrendorf, membro della Camera dei Lord britannica, Valérie Giscard d'Estaing, ex capo di Stato francese e presidente della Convenzione per la Carta dell'Ue, e Giuliano Amato, ex premier italiano e vicepresidente della Convenzione per la Costituzione europea, hanno scritto in una lettera aperta pubblicata sul Corriere del 28 novembre scorso che occorre "un'azione congiunta in medio oriente".
:: Gio 09.12.04 [continua]


Berlusconi e giustizia: se permettete parliamo di forme

Lettere al Corriere - risponde Paolo Mieli
Corriere della Sera, 9 dicembre 2004

Secondo Luigi Ferrarella che lo ha scritto sul Corriere, l'avvocato Gaetano Pecorella, patrocinatore del Presidente del Consiglio al processo Sme, ha detto che se la sentenza sarà negativa per il suo assistito potrà «cambiare la storia del Paese». Viene così nuovamente in evidenza il problema rappresentato dal fatto che due legali di Silvio Berlusconi, lo stesso Pecorella e Niccolò Ghedini, sono anche parlamentari di Forza Italia e, come tali, rappresentano in quell'aula di tribunale quantomeno un duplice interesse. So bene che anche i magistrati non sempre hanno offerto un'immagine di imparzialità, ma a me sembra che con quel discorso si sia arrecata offesa alle forme. E le forme in un processo sono importanti.
Elsa Garofalo, Ariccia (Roma)
:: Gio 09.12.04 [continua]


|Mercoledì 08 Dicembre 2004|

Sinistra neocon *

In uno dei suoi sempre più rari soprassalti di lucidità, l'Unità online del 6 dicembre titolava "Iraq, ancora violenze per impedire le elezioni", segnalando come "l'offensiva scatenata negli ultimi giorni dalla guerriglia coincide con le missioni all'estero del premier a interim Allawi e del presidente Ghazi Yawar, impegnati a sollecitare a Washington e a Mosca aiuti e sostegno proprio in vista delle elezioni in programma il 30 gennaio".
Un tempo, quando a l'Unità facevano scaturire la prassi rivoluzionaria dall'applicazione dell'infallibile teoria marxista all'evoluzione della lotta di classe, una riflessione di tal fatta avrebbe comportato come minimo l'indicazione di azioni o atteggiamenti concreti conseguenti (del tipo "Via l'Italia dalla Nato" o "Giù le mani dalla Cambogia"). Oggi, invece, tutto qui. Inutile aspettarsi anche solo qualche slogan di principio a favore di un Paese che aspira semplicemente ad andare a votare. O tanto meno l'ammissione che, per dirla con Tony Blair, "le elezioni in Iraq sono la migliore risposta del mondo libero alla sfida terroristica".
Ma che volete, sarebbe davvero pretendere troppo dal maggior quotidiano di quella che invece che Gad, Fed o Alleanza dovrebbe scegliere di chiamarsi "SINISTRA NEOCON-TEMPLATIVE ITALIANA"!

hehe/BlogGlob]
:: Mer 08.12.04


«In Iraq urne aperte per tre settimane»

Il premier Allawi annuncia: «Date diverse a seconda della provincia, così tutti potranno partecipare»
di Ennio Caretto
Corriere della Sera, 8 dicembre 2004

Da Mosca, dove ieri ha ricevuto il premier iracheno Iyad Allawi, il presidente russo Vladimir Putin ha ricambiato lo sgarbo fattogli da George Bush nel corso delle elezioni ucraine: ha messo in dubbio che quelle in Iraq si svolgano nei tempi stabiliti, e che siano regolari. «Sinceramente, non riesco a immaginare - ha dichiarato rivolto all'ospite - come possiate organizzare elezioni in Iraq sotto la totale occupazione delle truppe straniere». E ha aggiunto: «Non capisco nemmeno come possiate stabilizzare il Paese da soli ed evitare che si disintegri».
:: Mer 08.12.04 [continua]


Karzai giura sul Corano

Storica cerimonia per celebrare il primo capo dello Stato eletto in Afghanistan. Tra una settimana il suo governo. L'impegno del presidente: lotta a droga e terroristi
di Costantino Muscau
Corriere della Sera, 8 dicembre 2004

Primo presidente eletto nella storia dell'Afghanistan, Hamid Karzai ha giurato ieri mattina a Kabul, in una città blindata dalle forze armate nazionali, alla presenza di 600 ospiti tra cui 150 delegati stranieri. Tra loro, come previsto, il vicepresidente americano Dick Cheney e il segretario della Difesa Usa Donald Rumsfeld.
:: Mer 08.12.04 [continua]


Non solo carezze per Pechino

di Bernardo Cervellera
AsiaNews.it, 6 dicembre 2004

Un vescovo cattolico cinese mi ha detto una volta: La Cina ha un governo pieno di arroganza. Se vuoi farti rispettare devi trattarli a pesci in faccia. Non appena li accarezzi, è come mostrarsi debole con loro, e non ti considerano. È un vero peccato che questo consiglio non sia giunto alle orecchie della delegazione italiana in visita a Pechino, ricca della presenza sapiente del presidente Carlo Azelio Ciampi e del ministro degli Esteri Gianfranco Fini.
:: Mer 08.12.04 [continua]


|Martedì 07 Dicembre 2004|

Il silenzio non è innocente

di Marco Bertotto (Presidente della Sezione Italiana di Amnesty International)
L'Unità, 7 dicembre 2004

Caro Direttore, proprio mentre è in corso in Cina la visita di Stato del presidente Ciampi e di una nutrita schiera di ministri, un imbarazzante silenzio è calato sulle sistematiche violazioni dei diritti umani di cui è responsabile il governo di Pechino. Nonostante i timidi tentativi che la nuova leadership cinese ha compiuto per far intendere la sua volontà di modernizzare il paese, non si sono registrati significativi passi avanti per introdurre quelle riforme legislative e istituzionali necessarie a garantire l'esercizio delle libertà fondamentali.
:: Mar 07.12.04 [continua]


Riad e i conti in sospeso col terrore

di Maurizio Molinari
La Stampa, 7 dicembre 2004

L'assalto delle cellule islamiche al consolato americano di Gedda è avvenuto poche ore prima che il presidente ad interim iracheno Al Yawer venisse ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca. La coincidenza tradisce il fatto che Al Qaeda ha iniziato contro le elezioni irachene una campagna militare che non avrà confini. Andrà oltre le stragi di civili nelle strade di Baghdad e gli agguati contro le pattuglie di marines nel Triangolo Sunnita, puntando a colpire ovunque possibile per destabilizzare l'intera regione.
:: Mar 07.12.04 [continua]


|Lunedì 06 Dicembre 2004|

L'Italia ottiene l'appoggio della Cina all'Onu

di Fabio Cavalera
Corriere della Sera, 6 dicembre 2004

Vince il pragmatismo. L'Italia è favorevole alla rimozione dell'embargo sulla fornitura di armi alla Cina sia pure con l'introduzione di un «codice di condotta» che tutte le parti si devono impegnare a rispettare. E la Cina, è disposta ad appoggiare la cosiddetta «opzione B» di riforma dell'Onu, opzione che eviterebbe per il nostro Paese il declassamento internazionale e il definitivo congelamento nei secondi o terzi piani dell'Europa.
:: Lun 06.12.04 [continua]


Se il Professore imita il Cavaliere

di Ilvo Diamanti
La Repubblica, 6 dicembre 2004

Berlusconi e Prodi. Uno di fronte all'altro. Avversari. Irriducibili, insofferenti. Annunciano e raffigurano una campagna elettorale fortemente personalizzata. Che si annuncia lunga e dura. Per loro, per il sistema politico, ma anche per il paese.
:: Lun 06.12.04 [continua]


«I volontari? Pagarli non è scandaloso, poi viene la passione»

La leader radicale: nel '99 facemmo dei contratti, dovevamo raccogliere tante firme. Alla fine i ragazzi lavoravano anche gratis
Intervista a Emma Bonino
di Maria Latella
Corriere della Sera, 6 dicembre 2004

Raccontano che in Ucraina molti studenti si ritrovino, oggi, con un bel gruzzolo da spendere nelle vacanze di Natale. Frutto di un allegro doppio gioco. Di giorno, manifestavano tutti vestiti di blu, dunque a favore del premier Yanukovich. Di sera, si presentavano in piazza intabarrati d'arancione, scandendo slogan per l'oppositore Yushchenko. Paga doppia, al mattino dai russi, alla sera dagli americani o, come sospettano i minatori fedeli a Yanukovich, da George Soros.
:: Lun 06.12.04 [continua]


Cara sinistra, meno Stato e più solidarietà

Messaggi: ecco un confronto coi valori cristiani che merita di esser fatto
Il Riformista, 6 dicembre 2004

E' un serio problema di cultura politica (non solo divisioni e incapacità) ciò che impedisce al centrosinistra di trovare un suo messaggio, e lo costringe a presentarsi come un arido e lungo elenco di «non possiamo». Stringi stringi, il suo dilemma è il seguente: crede che esista ancora una cosa chiamata società, e dunque si rifiuta di accettare la soluzione thatcheriana, dove sono gli individui, lasciati in pace dallo Stato e dal fisco, a cavarsela da soli (in genere se la cavano bene, con vantaggio collettivo, ma lasciando per la strada una cospicua quota di confratelli, nati poveri, pigri o malati).
:: Lun 06.12.04 [continua]


|Domenica 05 Dicembre 2004|

La società chiusa e i suoi nemici

Diario di un dissidente sovietico che spiega all'Occidente come liberare il Medio Oriente
di Natan Sharansky
Il Foglio, 4 dicembre 2004 (e una recensione da Commentary)

Il potere di una società della paura non si fonda mai esclusivamente sull'esercito e la polizia segreta. Altrettanto importante è la capacità di controllare ciò che viene, letto, detto, ascoltato e, soprattutto, pensato. E' in questo modo che un regime fondato sulla paura cerca di mantenere una costante riserva di fedelissimi. I sovietici fecero ogni sforzo per plasmare la mente dei loro cittadini, sottomettendo le generazioni più anziane a un misto di aperta e di subdola riprogrammazione e costringendo i giovani ad assorbire l'ideologia ufficiale del governo sovietico.
La voluminosa Enciclopedia di Stato che si trovava in casa di mio padre era un segnale costante della malleabilità della storia sovietica. Ogni qualche anno, dopo qualche morte o processo di primo piano, la nostra famiglia riceveva delle pagine ufficiali di aggiornamento e revisione. Le autorità ci avvertivano di inserire le nuove pagine al posto delle vecchie, che dovevano essere strappate e bruciate. Per chi vive in una società libera è particolarmente difficile comprendere come uno Stato possa cercare di fare un completo lavaggio del cervello ai suoi sudditi. Durante il mio viaggio in America mi incontrai con il presidente della casa editrice Random House, Robert Bernstein, un tenace critico del comportamento sovietico sui diritti umani. Bernstein mi chiese se in Unione Sovietica la gente poteva entrare liberamente in una libreria e acquistare libri. All'inizio non riuscivo a creder che stesse parlando sul serio. Poi capii che non aveva semplicemente nessuna idea su come funzioni una società della paura. Gli spiegai che la genta poteva entrare liberamente in libreria, ma i libri invece no. Tutte le società della paura si fondano su un certo grado di lavaggio del cervello. Televisioni, radio e giornali controllati dallo Stato glorificano le iniziative dei leader del regime e incitano la popolazione contro coloro che il regime considera suoi nemici. Recentemente, un ufficiale dell'esercito nordcoreano che aveva disertato ha raccontato di avere presieduto in un campo di prigionia ad alcuni esperimenti in cui i genitori venivano messi in una camera a gas insieme ai loro bambini. All'intervistatore della BBC che gli domandava come avesse potuto accettare di partecipare a una simile barbarie ha risposto: "Pensavo che quella gente si meritasse in pieno di morire. Perché a ognuno di noi era stato fatto credere che tutte le disgrazie della Corea del Nord erano avvenute per colpa loro… Mentirei se dicessi che provavo compassione per quei bambini condannati a una morte così orribile. Nella società e nel regime in cui vivevamo, mi sembravano soltanto dei nemici. Perciò non provavo nessuna compassione o pietà per loro".
Per il regime della Corea del Nord fare il lavaggio del cervello ai propri sudditi è risultato più facile di quanto lo sia per regimi che hanno a che fare con società meno isolate. L'Autorità Palestinese, tuttavia, ha dimostrato che è possibile influenzare le menti anche in società più aperte. Per 25 anni, i palestinesi sono vissuti sotto il controllo militare israeliano. I palestinesi lavoravano in Israele, e la società palestinese ha potuto conoscere da vicino la vita democratica di Israele. Ma dopo il trasferimento del controllo delle città palestinesi da Israele alla Autorità Palestinese di Arafat, quest'ultima ha usato ogni mezzo a sua disposizione per incitare i palestinesi a odiare Israele e gli ebrei. Quando, nel settembre 2000, sono iniziati gli attacchi del terrorismo palestinese, il livello di indottrinamento dei palestinesi aveva ormai raggiunto un livello parossistico. Su una televisione amministrata dall'AP, bambini di cinque anni con indosso una cintura esplosiva esortavano gli spettatori a unirsi a loro nella battaglia per la liberazione della Palestina, e le scuole sono state chiuse per permettere ai bambini di partecipare alla lotta.
Un lavaggio del cervello così sistematico è destinato ad avere effetti disastrosi, soprattutto sui giovani. Non tutti sono abbastanza fortunati da avere un padre che gli spieghi che il loro "Grande Leader e Maestro" è soltanto un macellaio. Ma non deve nemmeno essere esagerata la solidità di questo indottrinamento. In una società della paura non si può riuscire a rendere la vita quotidiana costantemente piacevole. Prima o poi, tragiche esperienze smascherano le menzogne della propaganda e non si può più ingannare la gente.
Occhi aperti. La rivoluzione del 1979 contro lo shah dell'Iran aveva un ampio sostegno da parte della popolazione. Ma sarebbe presto diventato chiaro che la rivoluzione aveva imposto un ordinamento religioso totalitario non meno corrotto e persino più repressivo del precedente. In meno di una generazione, il sostegno popolare si è interamente rivolto contro il regime. Benché in Iran le elezioni siano rigidamente controllate, con candidati accuratamente vagliati dagli ayatollah e con i media completamente controllati dallo Stato, gli iraniani hanno mostrato con sempre maggiore incisività la loro opposizione ai mullah eleggendo proprio quei candidati che sono considerati i più contrari all'ideologia del regime. Dopo 25 anni di fallimenti, di oppressione e di ristagno economico, pochi iraniani si lasciano ancora fare un lavaggio del cervello e convincere ad appoggiare gli ayatollah.
L'atteggiamento di chi vive in società della paura nei confronti dell'America è un riflesso del loro atteggiamento nei confronti dei regimi di cui sono sudditi. Se l'America è ritenuta appoggiare questi regimi, come in Arabia Saudita e in Egitto, la gente odia l'America. Se invece è ritenuta una loro avversaria, come in Iran, la gente la ammira. Pochi mesi fa un dirigente di un'ex repubblica sovietica mi ha parlato di una sua recente visita in Iran: "Mi ha ricordato l'Unione Sovietica. Tutti i funzionari di governo criticano e condannano l'America, e tutta la popolazione la ama".
Anche coloro che odiano sinceramente l'America non odiano necessariamente anche l'idea di una società libera. Al contrario, parte del loro odio deriva dall'impressione che, appoggiando regimi non democratici che li stanno opprimendo, l'America tradisca proprio quei valori democratici che pretende di difendere.
Persino i più tenaci e convinti fedeli non riescono ad appoggiare per sempre una società della paura. Per decenni, Stalin terrorizzò non soltanto il popolo sovietico ma anche l'intera leadership del partito comunista. Dopo la sua morte nel 1953, nessun dirigente comunista è stato disposto a concedere la stessa assoluta autorità al suo successore. L'autorità del nuovo leader è stata limitata non perché la leadership comunista voleva mettere fine al regime totalitario ma perché essa stessa non voleva più vivere nella paura.
Tanto più profondo è il livello di controllo esercitato da una società sui propri sudditi e tanto più rapido sarà il verificarsi di mutamenti. Nel 1989, uno studente nordcoreano che si era dichiarato dissidente politico poco dopo avere iniziato a fare studi di medicina in Cecoslovacchia osserva che "la maggior parte dei nordcoreani, cui è stato insegnato, praticamente fin dalla nascita, a considerare i due Kim come delle divinità benefiche, crede alla propaganda, esattamente come ho fatto io fino a quando ho visto la relativa libertà della Cecoslovacchia". Non appena cessa l'opera di sistematico lavaggio del cervello e la verità comincia a venire alla luce, in ogni società emerge rapidamente una maggioranza non più disposta a vivere nella paura. E' per questo, più che per qualsiasi altro motivo, che i tedeschi, i giapponesi, gli italiani, gli spagnoli, i russi e molti altri popoli ancora sono riusciti a passare dalla paura alla libertà nel corso del Ventesimo secolo. Questi popoli avevano culture, religioni, ideali, valori e stili di vita molto diversi; ma su una cosa erano tutti uguali: non avevano alcuna intenzione di vivere ancora nella paura.
Sollevare il fardello. La determinazione di uomini e donne divenuti liberi a non ritornare mai più ad una vita di paura non deve essere sottovalutata. Anzi, il senso di libertà che si prova lasciando il mondo dell'oppressione e dell'indottrinamento è qualcosa che non si dimentica facilmente. La mia liberazione dal mondo della paura è inziata quando ero ancora uno studente dell'Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca, una scuola che si compiaceva di paragonarsi al MIT. Ritenendo che in questa scuola di "bambini prodigio" i metodi convenzionali di propaganda non avrebbero avuto effetto, le autorità ricorsero ad un tipo di propaganda più sofisticata, che poneva l'accento sull'importanza del lavoro che stavamo facendo. Tutti i discorsi sui diritti, la libertà e la giustizia, ci veniva detto, non erano altro che parole. Che valore hanno semplici parole in confronto alle immutabili leggi di Newton, Galileo ed Einstein? I valori politici vanno e vengono, mentre la scienza offre verità universali ed eterne. Ironicamente, io fui incoraggiato a lasciare una vita di occultamento del pensiero proprio da un uomo che era seduto in cima al mondo delle "verità eterne". Nel 1968, in un saggio indirizzato alla leadership sovietica, Andrei Sakharov, il più autorevole scienziato dell'Unione Sovietica, scrisse che il progresso scientifico non poteva essere staccato dalla libertà umana. La soffocante atmosfera intellettuale che dominava all'interno dell'Urss ostacolava le capacità inventive dei russi e impediva alla nazione di imporsi come leader mondiale. Gli ideali del socialismo non sarebbero mai stati raggiunti, spiegò Sakharov, se l'Unione Sovietica non avesse accettato e sostenuto la libertà intellettuale. Con una coraggiosa dichiarazione, Sakharov aveva inflitto un grave colpo al potere sovietico. Il più grande scienziato di una superpotenza orgogliosa dei propri successi in campo scientifico affermava che la natura stessa della società sovietica non consentiva all'Urss di stare al passo con il mondo libero.
Per un giovane scienziato che si interrogava sul suo futuro, il messaggio era stato forte e chiaro. Sakharov, che in seguito avrebbe rischiato tutto sfidando il regime a rispettare i diritti umani, divenne per me un modello ispiratore, e mi schierai ben presto dalla sua parte. Quando poi ho lavorato come suo tramite con i giornalisti, i diplomatici e i politici stranieri, ho scoperto che non c'era mai stato un divario tra gli intimi pensieri di questo umile uomo e le sue dichiarazioni pubbliche. Nel mio caso, la convergenza tra i miei pensieri e le mie parole, realizzatasi quando sono diventato un attivista ebreo, ha messo fine al mio disagio interno. Scrollandomi di dosso l'autocensura e l'occultamento del proprio pensiero, sono stato pervaso da uno straordinario senso di liberazione. Era come se fosse stato finalmente sollevato dalle mie spalle un enorme peso che avevo sopportato per anni e al quale mi ero ormai abituato. Improvvisamente, ero libero di pensare quello che volevo e dire ciò che pensavo. Persino quando mi sono trovato a fare un lungo sciopero della fame nella cella di un carcere, il senso di libertà non mi ha mai abbandonato.
Per quasi tutti coloro che hanno vissuto tutta la loro vita nella paura, questa sensazione può essere provata soltanto quando la loro società è libera, quando sanno che si può andare nella piazza principale della città ed esprimere la propria opinione senza timore. E sarà una cosa euforizzante. Sono certo che questa sensazione trascende ogni differenza di razza, religione o cultura e che l'elisir della libertà abbia un'efficacia universale. E sono altrettanto certo che, quando un popolo conquista la libertà, farà di tutto pur di non tornare mai più a vivere nella paura. Dire, come fanno alcuni disfattisti, che un popolo potrebbe scegliere liberamente di vivere nella paura è come dire che chi ha conosciuto la libertà sarebbe disposto a tornare volontariamente alla schiavitù.
(Traduzione di Aldo Piccato)

:: Dom 05.12.04 [continua]


|Sabato 04 Dicembre 2004|

Le ragioni dell'odio

Francobollo antiebraico delle poste iraniane

Amir Taheri, musulmano, iraniano, vicedirettore del principale quotidiano di Teheran (Kayhan) fino all'arrivo degli ayatollah, editorialista di New York Post, Time e Wall Street Journal, uno dei massimi esperti di Medio Oriente, affronta il problema dei rapporti tra Occidente e Islam da un'angolatura un po' insolita, ma ricca di stimoli interessanti.
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E se non fosse Israele il problema?
di Amir Taheri
The Jerusalem Post, 1 dicembre 2004

Nella sua recente escursione a Ramallah, il ministro degli esteri britannico Jack Straw ha indicato il conflitto israelo-palestinese come la più importante questione che divide Occidente e mondo islamico, riproponendo la nota convinzione generale secondo la quale, risolvendo la questione israelo-palestinese, i rapporti tra Islam e Occidente dal loro stato attuale, tanto prossimo a uno scontro di civiltà, diventerebbero invece teneramente amichevoli. Ma se questa convinzione generale fosse sbagliata?
Ho appena trascorso tutto il mese del Ramadan in diversi paesi arabi, dove in questo periodo si passano lunghe serate mangiando, bevendo caffè e naturalmente discutendo di politica. Nel mondo arabo non esistono elezioni libere né sondaggi d'opinione realmente attendibili. Pertanto nessuno può sapere cosa pensi davvero la maggioranza silenziosa. Tutto quello che si può fare è affidarsi a testimonianze aneddotiche. Su queste basi, sono giunto alla convinzione che la questione israelo-palestinese occupi una posizione molto bassa nella lista delle priorità dell'uomo della strada, mentre diventa qualcosa di simile a una vera e propria ossessione quando si tratta di élite politiche, economiche e intellettuali.
Per quando riguarda la gente comune, quasi nessuno mi ha mai parlato della questione palestinese, nemmeno nei giorni in cui la morte di Yasser Arafat dominava i titoli dei mass-media. Quando chiedevo loro quali questioni li preoccupassero maggiormente, contadini negozianti impiegati e taxisti non hanno mai fatto menzione della Palestina. Viceversa, parlando con prìncipi e principesse, magnati dell'economia, alti ufficiali e col bel mondo dell'accademia araba, la Palestina era la prima e più urgente questione.
Il motivo per cui le élite fingono tanta passione per questa materia è che essa è l'unica sulla quale vanno d'accordo. In molti casi, è anche l'unica questione politica che la gente può discutere senza correre il rischio di avere guai con la polizia e i servizi segreti. Un terzo motivo, forse ancora più importante, è il fatto che è l'unica questione sulla quale le élite sentono di godere delle simpatie del mondo circostante. Ad esempio, non ho trovato praticamente nessuno che in privato esprimesse alcuna stima per Arafat. Ma tutti si sentivano obbligati a nascondere le loro vere opinioni dal momento che Arafat è stato onorato e riverito dal presidente francese Jacques Chirac. Quando alcuni giornali arabi hanno titolato su presunti casi di dispotismo e corruzione di Arafat, gli altri mass-media arabi li hanno immediatamente attaccati per aver mancato di rispetto a un uomo che era stato trattato come un "eroe dell'umanità" dallo stesso Chirac.
Secondo la nota convinzione generale, inoltre, gli Stati Uniti sarebbero odiati dai musulmani perché troppo amici di Israele. E' un'opinione condivisa dalla maggior parte degli stessi rappresentanti americani in servizio nelle capitali arabe. Ma se invece fosse vero il contrario, e cioè che Israele è odiato perché è troppo amico degli Stati Uniti?
Quando ho avanzato questa ipotesi nelle discussioni serali a Ramallah, sono stato accolto inizialmente da un assordante silenzio. Ben presto, tuttavia, alcuni interlocutori hanno ammesso che la mia idea forse non era poi così peregrina. Consideriamo alcuni fatti.
Se i musulmani odiano gli Stati Uniti perché appoggiano Israele, il quale a sua volta opprime i musulmani in Palestina, perché allora altri musulmani oppressi non godono dello stesso grado di solidarietà da parte dei loro correligionari?
Durante l'ultimo Ramadan è giunta notizia che più di cinquecento musulmani erano stati uccisi in scontri con la polizia nella Thailandia meridionale. Almeno ottanta di loro sono morti soffocati all'interno di furgoni della polizia in circostanze perlomeno poco chiare. La stampa araba e iraniana, tuttavia, ha completamente ignorato questa notizia o tutt'al più l'ha relegata nelle pagine interne. A quanto ne so, c'è stato un solo giornale islamico che le ha dedicato l'editoriale. E solo due giornali hanno menzionato il fatto che la Thailandia sta costruendo un muro per separare i due milioni di musulmani del sud: un muro più alto e più lungo della tanto controversa "barriera di sicurezza" che sta costruendo Israele.
Gli stati islamici non hanno mai appoggiato il Pakistan sulla questione del Kashmir perché la maggior parte di loro era vicina all'India all'interno del cosiddetto movimento dei non-allineati, mentre il Pakistan era alleato degli Stati Uniti all'interno della CENTO e della SEATO. Quando alcuni nazionalisti hindu hanno distrutto la moschea di Ayodhya, nessuno pensò che fosse necessario infiammare le passioni dei musulmani.
Nessun paese islamico ha riconosciuto la repubblica creata dai musulmani turchi nella parte nord di Cipro. Motivo? La Grecia è sempre stata al fianco degli arabi sulla Palestina e di tanto in tanto tocca le corde dell'anti-americanismo, mentre la Turchia è sempre stata alleata degli Stati Uniti.
Quando i serbi, dieci anni fa, massacrarono ottomila uomini e ragazzi musulmani a Srebrenica, non una piega turbò la serena calma dell'opinione islamica. All'epoca, i mullah di Teheran e il colonnello Muammar Gheddafi di Libia erano in combutta con Slobodan Milosevic, al quale fornivano petrolio e denaro perché la Jugoslavia aveva la presidenza del cosiddetto movimento dei non-allineati. Belgrado fu l'unica capitale europea onorata da una visita di stato di Ali Khamenehi, il mullah che oggi è la guida suprema della repubblica islamica iraniana.
E che dire della Cecenia, che è da ogni punto di vista la nazione islamica che più a sofferto negli ultimi due secoli? Lo scorso ottobre il summit islamico nella capitale malese Kuala Lumpur ha accolto come un eroe proprio quel Vladimir Putin che ha presieduto al massacro di ceceni più massiccio di ogni altro periodo della storia russa.
Mentre scriviamo sono in corso nel mondo non meno di ventidue conflitti che vedono coinvolti i musulmani. Quasi tutti i musulmani non hanno mai nemmeno sentito parlare della maggior parte di questi conflitti semplicemente perché questi conflitti non offrono pretesti per fomentare odio contro gli Stati Uniti.
La prossima volta che sentite dire che gli Stati Uniti (e l'Occidente) sono nei guai con i musulmani a causa di Israele, rammentate che le cose potrebbero non essere così semplici.
© Israele.net
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:: Sab 04.12.04


La denuncia di Souad Sbai sulle donne islamiche vessate

Lettere al Corriere - risponde Paolo Mieli
Corriere della Sera, 4 dicembre 2004

Elvira Serra riferisce sul Corriere che a Torino la Fondazione Agnelli ha organizzato un convegno dal tema «L'Islam e l'Italia - Appartenenze religiose plurali e strategie diversificate». Si discute di come integrare i musulmani presenti nel nostro Paese alla luce delle esperienze in Austria, Francia, Germania, Polonia, Spagna e Gran Bretagna. Ottima iniziativa. Spero che da qualche parte in questo consesso si parli anche delle violenze interne a queste comunità, delle donne vessate (o peggio) dai loro mariti, nei confronti delle quali, tranne pochissime eccezioni, non ci si occupa mai o quasi mai. La legalità si difende facendo sì che i diritti siano rispettati anche all'interno di mondi diversi dal nostro.
Annamaria Martino, Milano
:: Sab 04.12.04 [continua]


Il palazzaccio di vetro

Se le Nazioni Unite sono fallite meglio fare le nazioni democratiche
di Christian Rocca
Il Foglio, 4 dicembre 2004

Le Nazioni Unite sono fallite. Bisognerebbe prenderne atto, dirlo chiaramente, non sprecare tempo in riforme e alchimie istituzionali che non potranno mai essere approvate e che non cambiano di una virgola la sostanza, che è questa: rispetto alle grandi questioni, cioè la guerra e la pace, l'Onu è un ente pressoché inutile, se non dannoso. E' un'organizzazione che non ha mai funzionato oppure ha tradito lo spirito dei suoi fondatori e rinnegato i principi contenuti nella sua Carta. Le Nazioni Unite andrebbero ringraziate, poi salutate e infine chiuse, cancellate, archiviate.
:: Sab 04.12.04 [continua]


Il fisco, la capra e i cavoli

di Piero Ostellino
Corriere della Sera, 4 dicembre 2004

I lettori sanno cosa penso della riforma fiscale del governo. Cercare di salvare capra - la voracissima spesa pubblica - e cavoli (il taglio delle tasse) non è la rivoluzione liberale. E' navigare fra gli scogli degli interessi organizzati, dei privilegi, degli sprechi, dell'assistenza sanitaria per tutti e contro il raffreddore, cercando di non urtarli (leggi disturbarli) e illudendosi di far quadrare ugualmente i conti della finanza pubblica.
:: Sab 04.12.04 [continua]


|Venerdì 03 Dicembre 2004|

Le buone ragioni di Roma

di Sergio Romano
Corriere della Sera, 3 dicembre 2004

Nelle relazioni internazionali vi è una vecchia regola di cui non è neppure necessario invocare l'esistenza. Quando uno Stato conquista potere e incassa maggiori vantaggi, i Paesi che appartenevano alla sua categoria diventano, anche se la loro condizione rimane formalmente invariata, meno importanti. E' ciò che accadrebbe all'Italia se la Germania ottenesse un seggio permanente al Consiglio di sicurezza. Quindi, non abbiamo scelta. Delle due proposte avanzate dal comitato di saggi per la riforma del Consiglio di sicurezza dell'Onu, quella che prevede l'allargamento a sei nuovi membri permanenti (fra i quali, verosimilmente, Germania e Giappone) non ci conviene e non ci piace. Nelle battaglie della politica estera questo è generalmente il più efficace degli argomenti possibili.
:: Ven 03.12.04 [continua]


Passione per la democrazia

Da Kabul a Baghdad a Kiev
di Pierluigi Battista
La Stampa, 3 dicembre 2004

I teorici occidentali dell'inappetenza democratica accettino la sorprendente smentita dei fatti: nel mondo ci si appassiona e addirittura si rischia di morire per le elezioni. I sazi detrattori dei «ludi cartacei» di una democrazia ridotta a impotente routine e fiacca liturgia, dovrebbero guardare a Kiev e a Baghdad, a Nablus e a Bucarest per accorgersi che nel nome della democrazia sta risorgendo simultaneamente in tante parti del mondo un sentimento dimenticato o degradato alla vacuità di una formula retorica: il rito democratico in cui le teste si contano e non si tagliano, la grigia ma fondamentale contabilità delle schede, il fervore dei comizi, il brivido galvanizzante delle candidature contrapposte.
:: Ven 03.12.04 [continua]


Il diktat russo e la libertà europea

Il Riformista, 3 dicembre 2004
Ieri sulla vicenda ucraina la maschera della non ingerenza moscovita è caduta e l'orso russo è tornato a farsi temibile. Putin si è chiamato il presidente uscente filorusso Kuchma a Mosca, si è fatto da questi dire graziosamente che «non c'è soluzione al problema ucraino senza Mosca», e da parte sua, in pieno spregio della Corte suprema ucraina nel frattempo riunita in diretta tv per decidere il da farsi sui ricorsi elettorali, ha annunciato che «un nuovo ballottaggio è inutile».
:: Ven 03.12.04 [continua]


L'eccezionale normalità d'Israele

Governo Sharon in crisi. Ma anche Mubarak riconosce la forza del leader
Il Foglio, 3 dicembre 2004

Un partito laico non condivide le poste di bilancio a favore di attività religiose ed esce dalla maggioranza determinando una crisi di governo. In un paese democratico e in condizioni di sicurezza e di pace, sarebbe un fatto di ordinaria amministrazione. E' avvenuto, invece, in Israele, dove Shinui ha votato contro il bilancio del governo, di cui faceva parte, col conseguente licenziamento dei ministri di quella formazione. Ma nessuno ha sostenuto che, vista la situazione particolare del paese – le convulse vicende palestinesi del dopo Arafat, la complessità dello sganciamento da Gaza – la situazione "eccezionale" doveva sospendere la lotta politica su altri argomenti.
:: Ven 03.12.04 [continua]


Il sesso secondo la Casa Bianca

di Massimo Gramellini
La Stampa, 3 dicembre 2004

I programmi a sostegno dell'astinenza sessuale che con la modica spesa di 170 milioni di dollari il governo Bush ha diffuso fra gli adolescenti americani contengono informazioni davvero sorprendenti. Per esempio che a toccarsi vicendevolmente i genitali si rischia di rimanere incinta, che il virus dell'Aids è trasmesso, oltre che dal sangue, anche da sudore e lacrime (l'avesse saputo Churchill), che i profilattici funzionano soltanto due volte su tre, che la metà dei ragazzi gay è sieropositiva e che il dieci per cento delle donne che abortiscono diventa sterile e manifesta una propensione spiccata al suicidio.
:: Ven 03.12.04 [continua]


|Giovedì 02 Dicembre 2004|

L'antisemitismo non si condanna

Il Riformista, 2 dicembre 2004
Non c'è solo la crescente e largamente preannunciata vergogna del dilagante scandalo oil for food a gettare ombre di pesante delegittimazione sulle Nazioni Unite, sulla gestione del segretario generale Kofi Annan, e della sua disinvolta prole. Chi si attendeva finalmente una buona notizia sulla storica ferita aperta dell'antisemitismo, mai condannato dall'Onu, che al contrario è sempre stato in prima fila nel condannare il sionismo, è rimasto ancora una volta deluso e a bocca asciutta.
:: Gio 02.12.04 [continua]


Caos all'Onu tra scandali, inchieste e tentativi di riforma

"Annan se ne deve andare" dice il senatore americano che indaga sulla corruzione Oil for Food
Il Foglio, 2 dicembre 2004

"Kofi Annan se ne deve andare", ha scritto ieri, nero su bianco, Norm Coleman, il presidente della Commissione del Senato americano che indaga sulla gestione Onu degli oltre 20 miliardi di dollari che avrebbero dovuto sfamare i bimbi iracheni e che invece sono serviti a Saddam per arricchirsi, rinsaldare il regime, finanziare i kamikaze, riavviare i programmi di armamento, comprarsi politici di potenze straniere e corrompere funzionari delle Nazioni Unite.
:: Gio 02.12.04 [continua]


|Mercoledì 01 Dicembre 2004|

Il tirannicidio non è uguale al terrorismo

Violenza e politica
di Maurizio Viroli
La Stampa, 1 dicembre 2004

E' giusto definire terrorista chi uccide o cerca di uccidere il tiranno? Sollevo questa domanda dopo aver letto l'importante articolo di Giovanni De Luna, pubblicato lunedì su questo giornale in merito al fallito attentato di Fernando De R