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Home Corsivi di BlogGlob Archivi

|Giovedì 28 Luglio 2005|

Obesi e ubriachi

Sorprendenti risultati di uno studio condotto da ricercatori danesi su 5200 soggetti e pubblicato sull'European Journal of Cardiovascular Prevention and Rehabilitation: lo zucchero fa dimagrire. "Con nostra grande meraviglia" - riferisce infatti Finn Gyntelberg della Clinica di medicina del lavoro dell'Ospedale Bispebjerg di Copenhagen - "abbiamo constatato che c'erano molti meno obesi o piu gente magra fra chi zuccherava il caffè e il the rispetto a chi prendeva le stesse bevande amare"(!!). Il ricercatore precisa che comunque si tratta solo di osservazioni preliminari che vanno confermate.
Nell'attesa, tra un bicchiere e l'altro, di studi analoghi sugli effetti perversi del fitness e delle diete dimagranti, proponiamo intanto l'intensificazione dei controlli anti-alcool sul territorio della Danimarca.
http://it.news.yahoo.com/050725/201/3bj27.html
:: Gio 28.07.05


Traslochi

"Ormai qui mi sono scopata tutti. O cambio città o mi sposo".
(Samantha di Sex and the city)
:: Gio 28.07.05


Nemiche vere

"E' alla donna che l'Islam fondamentalista ha dichiarato la quarta guerra mondiale. Ed è una guerra contro l'Occidente perché l'Occidente è la lunga via alla liberazione della donna" (Francesco Merlo). Massimo Adinolfi su Left Wing.
:: Gio 28.07.05


Provare per credere

Che ne sarà di loro?
:: Gio 28.07.05


Dimmi con chi vai...

Contro il terrore e per la comprensione tra i popoli, cosa c'è di meglio del "progresso delle scienze umane"?
:: Gio 28.07.05


|Venerdì 15 Luglio 2005|

Sciopero dei mezzi pubblici a Milano *

Ue' Osama, ciàpatel in del cul!
razz/BlogGlob]
:: Ven 15.07.05


|Giovedì 14 Luglio 2005|

Manifesti di vergogna *









Per eccesso di zelo, la libertà di stampa vale anche per gli omuncoli (e le donnucole).
shocked/BlogGlob]
:: Gio 14.07.05


Dissociati

Not in my name
by Camillo

Ma com'è che nessun musulmano si alza e dice "Not in my name"?
http://www.ilfoglio.it/camillo/
32 bambini, le caramelle e le bombe
by Camillo

I fascisti-islamici hanno massacrato 32 bambini di Baghdad colpevoli di accettare le caramelle dagli americani. Eppure la sinistra italiana vorrebbe il ritiro delle truppe italiane e angloamericane (e per questo voterà la settimana prossima in Parlamento, negando il finanziamento alla missione. D'Alema, al solito, gioca con la tattica, pensa di essere il più furbo, considera gli elettori dei deficienti, spiega con la consueta arroganza che "è una questione politica" e che non è un "no" alla missione e poi, grazie al cielo, perde le elezioni). Il governo democratico iracheno, il primo e l'unico del mondo arabo, chiede di restare e di aiutarlo a sconfiggere i fondamentalisti. E la (ex) sinistra dice di no: il suo antiamericanismo è più forte di quei 32 bambini. I guerrasantieri chiedono di andare in modo da sconfiggere i democratici. E la (ex) sinistra dice di sì. Ma la mattina, questi Calderoli in giacca di velluto riescono ancora a guardarsi allo specchio?
PS
Cado sempre nello stesso errore. Credo che la storia della sinistra sia una storia democratica e di lotte in difesa dei diritti umani. Ma è un'illusione. La vera storia della sinistra purtroppo è quella dei gulag. E' quella. E quando è stata contro i gulag, lo è stata perché a favore di Pol Pot, di Ho Chi Minh, della rivoluzione culturale cinese e di macellai peggiori. Purtroppo è così. Fateci caso: quando finalmente il mondo decide che un determinato dittatore ha fatto il suo tempo, da Milosevic a Castro e da Arafat a Saddam, la vera sinistra è sempre al suo fianco.
http://www.ilfoglio.it/camillo/
:: Gio 14.07.05


Prodi vada a Nassiriya. Scriverà un bel documento

Doveri morali
Il Riformista, 14 luglio 2005

Ci convince la proposta che avanza oggi in prima pagina Giorgio Tonini, parlamentare dei Ds, appena tornato da una visita di parlamentari italiani a Nassiriya. Prima di decidere, dopo aver consultato tutti i Pecoraro e i Cossutta di questo mondo, il capo dell'Unione dovrebbe andare a vedere con i propri occhi, a Nassiriya, che cosa fanno lì i militari italiani. Rendersi conto di persona se servono a qualcosa, e a che cosa. Se servono alla popolazione civile irachena, prima che alla strategia di transizione democratica dell'Iraq, o alla comunità internazionale, o agli americani. Perché il punto che nessuno più discute, nel circo mediatico di casa nostra, dove tutto è ridotto a rapporti di forza tra quel partitino e quell'altro, è stabilire se la presenza militare italiana in Iraq ha ancora la funzione per cui era stata concepita. E se non ce l'ha più, o se non ce l'ha abbastanza, se non è «umanitaria», dovrebbe essere su questo che il centrosinistra italiano dà battaglia.
Abbiamo ancora negli occhi le immagini televisive di corpi di bambini trasportati in barella verso ospedali che forse non sarebbero lì senza l'impegno dell'Occidente per la ricostruzione dell'Iraq; bambini massacrati dall'eroico kamikaze jihadista di turno. Come si fa a fare i conti con la questione del ritiro dall'Iraq senza pensare a chi lasceremo dietro di noi, ritirandoci? Da quando persino Bertinotti ha riconosciuto che il nesso terrorismo-guerra è fasullo, e che il terrorismo ci sarebbe anche se non ci fossero gli occidentali in Iraq, non ci si può più nemmeno sgravare la coscienza con la rassicurante idea che se solo si va via dall'Iraq tutto finisce, il jihadismo scompare, il paese si pacifica. Sono i rappresentanti eletti del popolo iracheno a chiederci di aiutarli ancora. Sono i militari italiani a dire che se si va via dalla sera alla mattina l'Iraq diventa una nuova Somalia. Vada a Nassiriya, Romano Prodi. Vedrete che dopo scriverà un bellissimo documento di una riga, che ogni democratico italiano potrebbe sottoscrivere: «Staremo in Iraq fin quando saremo certi che la nostra presenza è di aiuto ai civili iracheni per ricostruire il loro paese».
:: Gio 14.07.05


|Mercoledì 13 Luglio 2005|

Il nemico negato

di Fiamma Nirenstein
La Stampa, 13 luglio 2005

Mentre ferve la discussione su come sradicare il terrorismo e nello stesso tempo mantenere fermi gli standard democratici, si dimentica che alla base di ogni vittoria, se si parla di democrazia, c'è il consenso dei cittadini. Solo se la gente è convinta che il nemico è moralmente abbietto, solo se la classe politica su questo punto concorda, essa convince la popolazione a seguirla in una difficile guerra.
Così fu per le democrazie che nella seconda guerra mondiale vinsero i nazisti, ma oggi siamo ben lontani da questo: la verità è che le classi politiche e intellettuali, l'informazione, non avendolo interiorizzato esse stesse, per la gran parte non possono trasferire alla popolazione uno sdegno profondo e decisivo, ma piuttosto una grande incertezza persino nel definire il nemico. Dopo l'attacco a Londra, tutto a un tratto la Bbc ha scoperto il sostantivo «terrorista»: altrove, come in Israele e in Iraq, si trattava sempre di «guerriglieri», «militanti», «attivisti», «combattenti», perfino di «resistenti». E già ieri, la tv inglese si è ricreduta: meglio chiamarli «bombers», attentatori.
La politica è madre e figlia di questi stravolgimenti terminologici, e con pigra correttezza politica si è applicata al terrorismo l'idea che si tratti di una protesta estrema contro ingiustizie di varia natura, imperialiste, coloniali, sociali, geopolitiche. Così, benché le statistiche dimostrino il contrario, se ne parla fra la gente come di un frutto della repressione, della miseria, di qualcosa di cui noi stessi siamo responsabili e a cui dobbiamo por fine con una politica di appeasement.
Tony Blair, quando ha parlato del «suo» attentato come fosse causato in parte dal conflitto mediorientale, ha compiuto un errore, disconoscendone la mostruosa carica d'odio universale, e non sociale né territoriale. Nega così l'orrore di una guerra che se la prende con tutte le donne, con tutti i bambini del campo ritenuto ideologicamente nemico. Nei discorsi pubblici e sui giornali, dalla lista delle città bersaglio sono scomparse spesso Baghdad o le città israeliane come Tel Aviv e Netanya (colpita ieri da un kamikaze), come se le vittime si fossero meritate quelle bombe «militanti».
Così si trasferisce alla gente un senso di colpa e d'incertezza, e si ostruisce quel senso di integrità e di giustizia che fa sì che guidatori di autobus o camerieri, come è successo tante volte a Gerusalemme, si trasformino in altrettanti soldati di pace, pronti ad avvinghiarsi a un terrorista per coprire col proprio corpo lo scoppio che altrimenti causerebbe decine di vittime.
:: Mer 13.07.05


La «fabbrica» europea dell'odio

di Magdi Allam
Corriere della Sera, 13 luglio 2005

Il kamikaze è solo la punta dell'iceberg. Se emerge il kamikaze, è sulla realtà sottostante che si deve concentrare l'attenzione. Ovvero sulla «fabbrica dei kamikaze». Che nel caso di Londra era arcinota. Perché già nel 2003 aveva sfornato i primi due terroristi islamici suicidi con cittadinanza europea che si fecero esplodere in Israele. Eppure i pur risoluti politici inglesi, i pur efficienti servizi segreti inglesi non sono andati oltre l'azione in superficie. Sanzionando i burattinai del terrore più esposti e arrestando alcune decine di militanti più frenetici. Ma l'iceberg del terrore è rimasto sostanzialmente integro. E attenzione: questa situazione non è limitata alla Gran Bretagna ma investe tutta l'Europa, Italia compresa. C'è voluto il 7 luglio per costringerci a guardare in faccia la tragica realtà di un'Europa trasformata in «fabbrica di kamikaze». Dove, come in una catena di montaggio, si parte dalla predicazione che inneggia alla guerra santa, all'indottrinamento che inculca la fede nel «martirio», all'arruolamento nell'esercito dei mujahidin, allo smistamento nei campi della Jihad, fino ad approdare all'azione terroristica.
:: Mer 13.07.05 [continua]


|Lunedì 11 Luglio 2005|

Prodi neo-con *

[Sugli attentati di Londra] "Non dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere che significa libertà, democrazia, società aperta. Ciò non impedisce tuttavia che ci si debba difendere nel modo più efficace possibile contro il terrorismo. Lo pretendiamo non solo dal Governo italiano, ma da tutti i Governi europei".
[Sulle misure antiterrorismo] "Finora non abbiamo nessuna proposta da commentare. Domani il Governo si è impegnato a portare di fronte a tutto il paese delle proposte, le esamineremo e le discuteremo. Al momento non ho di fronte altro che indiscrezioni, sulle quali non posso fare alcun commento".
[Sulla missione italiana in Iraq] "Il nostro no deriva da una constatazione molto semplice: non siamo stati noi ad appiccare l'incendio, a mettere il paese in situazioni così complicate. Sto preparando la posizione che noi dovremo prendere quando saremo al governo, quando saremo noi a dover decidere su questo". [Ansa, 11 luglio 2005]
Accidenti, un vero e proprio fiume in piena di risolutezza, lungimiranza, responsabilità, originalità e audacia. L'unico leader politico italiano a potersi meritatamente fregiare del titolo di "neo-con", anzi, più precisamente di NEO-CONTEMPLATIVE!

hehe/BlogGlob]
:: Lun 11.07.05


Del "tanto peggio tanto meglio", ovvero i danni dell'ideologia

Cosa c'è di sbagliato nelle analisi da sinistra/1
by 1972

Senza nessun intento didattico ma spinti solo dall'insostenibile pesantezza della manipolazione, una risposta a Paolo Ferrandi che scrive citando Ivo Daalder:
Cosa c'è di sbagliato nella strategia di Bush contro il terrorismo islamico
Lo spiega Ivo Daalder. In sostanza si pensa che il nemico sia uno stato (come Iran e la Siria e prima l'Afghanistan e l'Iraq), ma...

Detto così è inesatto e non si capisce niente.
In due parole (sempre le stesse ma tant'è): c'è una strategia di lungo periodo - la democratizzazione - e c'è una strategia di corto periodo - il rafforzamento della sicurezza interna, l'arresto dei terroristi, la lotta ai network criminali già presenti dentro le nostre società -.
Vanno insieme, l'una non esclude l'altra, la prima - nelle intenzioni di chi la promuove - serve ad eliminare il totalitarismo fondamentalista alla radice, la seconda ad evitare o ridurre le stragi nel frattempo.
Non è difficile a volerlo capire.
http://1972.splinder.com/1121019156#5252324
Cosa c'è di sbagliato nelle analisi da sinistra/2
by 1972

Corollario al post precedente (niente di personale contro Paolo Ferrandi - che peraltro oggi scrive che gli angloamericani sono sul punto di ritirarsi dall'Iraq: legge e crede a Repubblica, si vede - solo che è triste osservare come la logica del tanto peggio tanto meglio continui a prevalere a sinistra e l'analisi obiettiva della realtà a soccombere).
Partendo dalla teoria secondo cui Bush sbaglierebbe a considerare come nemici determinati stati è lecito dedurre che il miglior modo per combattere il terrorismo sarebbe lasciar prosperare gli stati terroristi (l'Afghanistan talebano, l'Iran degli ayatollah ma anche l'Iraq saddamita e la Siria baathista). Questa curiosa soluzione al problema fa il paio con la riflessione gemella secondo la quale la lotta contro il terrorismo avrebbe rafforzato i terroristi: avete visto - si discetta nei circoli dell'intelligentsia - la vostra guerra non ha fermato gli attacchi, anzi. E' un po' come dire che per guarire il cancro non si deve far servire la chemioterapia perché non elimina immediatamente tutte le cellule malate e che il rimedio è lasciarle proliferare indisturbate in attesa che si stanchino di nuocere e procedano ad una regressione spontanea. Solo che se spiegate ad un medico una cosa del genere vi guarderà allucinato, mentre in politica tutto è lecito a quanto pare. E a nulla vale far notare che il prezzo dell'inazione sono stati tremila morti mentre gli ultimi attacchi, a conflitto in corso, hanno provocato conseguenze letali ma comparativamente meno catastrofiche e che le modalità dei recenti attentati hanno dimostrato una capacità organizzativa ridotta e una crescente difficoltà nell'esecuzione e nella massimizzazione del danno. A nulla vale perché l'intelligentsia ha già deciso che avete sbagliato tutto e se in Iraq ci state perché ci state e se ve ne andate perché ve ne andate e se il terrorismo non attacca significa che avete esagerato la minaccia e se invece attacca è perché non l'avete prevista e state facendo solo danni... etc... etc...
Non c'è realtà che tenga. Eppure qui non si tratta nemmeno di essere fini osservatori delle vicende della politica internazionale. Si tratta solo di usare un po' di buon senso. Perché alla fine di questo si sta parlando: di abbandonare l'ideologia e di adottare il senso comune. Non è difficile a volerlo fare.
http://1972.splinder.com/1121082990#5257396
:: Lun 11.07.05


L'Islam dei moderati va alla prima crociata

di Magdi Allam
Corriere della Sera, 11 luglio 2005

È esplosa la reazione degli intellettuali musulmani laici alla strage di Londra, per invocare le autorità britanniche a porre fine alla politica dell'accoglienza nei confronti degli estremisti islamici, denunciando un atteggiamento che ha di fatto trasformato la Gran Bretagna in un covo del terrorismo. «Cacciateli»! L'esortazione, anzi la supplica, è di Abdel Rahman al-Rashed, direttore della televisione Al Arabiya. Rivolta alle autorità britanniche che «inspiegabilmente hanno concesso il diritto d'asilo a gente sospetta, coinvolta nei crimini dell'estremismo, condannata nei Paesi arabi d'origine, alcuni con la sentenza capitale». Al-Rashed, intellettuale saudita, in un editoriale pubblicato dal quotidiano Asharq al-Awsat, lancia un pesantissimo atto d'accusa: «La tolleranza delle autorità britanniche nei confronti del fascismo fondamentalista ha incoraggiato molti, tra cui degli intellettuali e dei giornalisti arabi e musulmani, a partecipare alla campagna demagogica a favore degli estremisti, difendendo dei criminali come Bin Laden e al-Zarkawi, al punto che molti arabi e musulmani in Gran Bretagna non osavano più per paura manifestare la loro condanna degli estremisti».
«L'estremismo è una malattia che si trasmette come un'infezione, è sufficiente iniettarne una dose affinché il morbo contagi la società, culminando nella distruzione così come è successo a Londra», prosegue al-Rashed, «tutti noi ci attendevamo questo crimine, la tolleranza, cari signori, non è possibile con chi è affetto dalla malattia dell'odio». Il j'accuse diventa ancor più specifico: «Si è diffusa l'illusione che gli estremisti di Londra non avrebbero colpito la Gran Bretagna, dal momento che la sfruttano come base operativa, che i loro nemici erano i governi arabi e musulmani. Il risultato è che la Gran Bretagna si è riempita dei più noti ricercati dell'estremismo che hanno realizzato il risultato più importante accrescendo le fila dei propri adepti». Infine la conclusione: «È ora che le autorità britanniche affrontino realisticamente l'estremismo con fermezza, diversamente sprofonderemo in un vero inferno. In passato vi abbiamo detto fermateli! Oggi vi diciamo: cacciateli!».
Al-Rashed si era già distinto per il suo coraggio firmando un editoriale in cui si leggeva: «Anche se non tutti i musulmani sono terroristi, la gran parte dei terroristi sono musulmani». Non meno ardita l'invettiva di Shaker al-Nabulsi, accademico giordano, che sul sito www.elaph.com ha duramente redarguito le autorità britanniche: «Non c'è capitale al mondo che ospiti un così gran numero di capi terroristici come Londra. La legge britannica non ha fatto distinzione tra il terrorista criminale e sanguinario e l'esule politico. Il risultato è che Londra si è riempita di gruppi terroristici, di conti correnti bancari dei terroristi, di moschee terroriste che addestrano e indottrinano i terroristi da inviare in Iraq e in Arabia Saudita, di giornali terroristici che pubblicano e preannunciano i discorsi dei terroristi». Al-Nabulsi è spietato nella sua denuncia: «I terroristi farneticanti vorrebbero dar vita a un califfato islamico in Gran Bretagna. Come ha detto Omar Bakri, vogliono far sventolare la bandiera islamica su Buckingham Palace. Ma al suo posto hanno innalzato la bandiera rossa del sangue degli innocenti sui vagoni della metropolitana. Gli stessi innocenti che ogni giorno muoiono in Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Egitto, Marocco. Così i terroristi vorrebbero riesumare il califfato. Ma da 14 secoli da questo califfato gli arabi hanno ottenuto solo corruzione, repressione, malcostume, sottrazione delle libertà, ingiustizie, uccisioni arbitrarie». Infine un vibrante appello collegiale: «Il terrorismo non è diretto contro una singola etnia o religione. Ecco perché il mondo intero deve reagire come un unico proiettile, un'unica spada, un'unica campagna contro il terrorismo, gli ideologi del terrore, l'informazione del terrore, gli intellettuali del terrore che riecheggiano gli slogan sanguinari, che continuano a considerare illegale il governo iracheno eletto dal voto di otto milioni di iracheni, che affermano che il terrorismo in Iraq sarebbe resistenza». A tutti coloro che continuano, con comprensibile preoccupazione, a domandarsi dove siano i musulmani moderati che condannano apertamente e incondizionatamente il terrorismo, sappiano che ci sono. Al-Rashed è contattabile all'indirizzo alrashed@asharqalawsat.com e Al-Nabulsi all'indirizzo Shakerfa@worldnet.att.net. E con loro ci sono tanti altri. Da scoprire, valorizzare, affermare sul piano mediatico, sociale e politico. Si può e si deve fare. Prima è meglio è.
:: Lun 11.07.05


|Domenica 10 Luglio 2005|

Qui

di Jena
La Stampa, 10 luglio 2005

Cinquanta morti, venticinque dispersi, centinaia di feriti. E qui da noi solo un ordigno inesploso, che figuraccia.
:: Dom 10.07.05


|Venerdì 08 Luglio 2005|

Oddities & Wonders

Shukran
by Il Griso

Grazie ai valorosi guerrieri entrati in azione a Londra oggi: grazie per averci mostrato ancora una volta di che sono capaci e quanto è forte la loro fede.
Grazie a chi gli ha fatto eco su internet: sono ancora un po' sgrammaticati, però si applicano. E poi è il pensiero che conta.
Grazie agli utili idioti della jihad, ovvero ai più fulgidi rappresentanti della Peggio Gioventù occidentale, che coi loro giochini di guerra da borghesucci viziati hanno tenuto impegnati migliaia di poliziotti che altrimenti sarebbero serviti, se non per la prevenzione degli attentati, almeno per i soccorsi. Grazie per aver ribadito che i vostri nemici sono i nostri e che, nel vostro piccolo, non mancate mai di fare la vostra parte.
Grazie ai relativisti che equiparano i jeans a vita bassa al burqa, l'infibulazione alla liposuzione: grazie per gli sforzi da voi profusi nel tentativo di dimostrare che la civiltà occidentale non è affatto superiore, anzi: è materialista, corrotta e decadente (come del resto io dico da un pezzo).
Grazie ai garantisti che cercano di tutelare i sacrosanti diritti dei nostri fratelli, ingiustamente impediti nella loro meritoria opera di proselitismo dai crociati del Grande Satana; a coloro che giustamente s'indignano, se un fratello palestinese, dopo aver giustiziato un cane apostata ed aver subito l'onta del carcere, viene poi espulso invece di essere premiato con la cittadinanza onoraria: è una discriminazione bella e buona, ad un italiano non sarebbe mai successo.
Infine un grazie particolare, una menzione speciale ai piccoli profeti di provincia, quelli che, dopo aver pronosticato un radioso futuro in cui finalmente il cancro ebraico sarà estirpato col fuoco nucleare dal sacro suolo dell'Islam (e se la saranno cercata), ora intervengono lestamente a fare gnégnégné, avete visto che vi hanno portato la guerra in casa, così impara, quello sbruffone di Bush.
Grazie, un grazie di cuore a tutti. Siete meravigliosi. Continuate così. Affezionatamente vostro,
Osama
http://xoomer.virgilio.it/gdekker/giampaolo/archivi/2005/07/index0705.html#07.2131
:: Ven 08.07.05


Da Bagdad ad Hyde Park

di Magdi Allam
Corriere della Sera, 8 luglio 2005

Oggi più che mai non dovrebbero esserci più dubbi sul fatto che stiamo fronteggiando una guerra globalizzata del terrorismo di matrice islamica. Non c'è un nesso tra gli attentati di Londra e l'uccisione dell'incaricato d'Affari egiziano a Bagdad, Ihab Sherif.
Tuttavia entrambi i fatti sono stati rivendicati da Al Qaeda, s'ispirano a un'ideologia islamica nichilista che legittima il massacro di «ebrei, crociati, infedeli, apostati», mirano ad annientare una comune civiltà umana che ha il suo fondamento nel valore della sacralità della vita.
Eppure sono ancora troppi coloro che in Occidente continuano a non voler vedere la realtà aggressiva di quest'offensiva planetaria del terrore, immaginando che si tratti di un fenomeno reattivo, giustificato se non addirittura legittimo. E che quindi, anche in presenza di un efferato eccidio, tendono ad attribuirne la colpa all'Occidente, a Israele o ai Paesi musulmani. Più in generale l'Occidente paga l'errore di aver frainteso e sottovalutato la realtà di una struttura organica del radicalismo islamico che ha messo radici al proprio interno, che alimenta una cultura dell'odio confessionale e del separatismo comunitario. In quest'ambito la Gran Bretagna ha la responsabilità maggiore.
Di fatto dire che si sia trattato di una strage preannunciata è dire un'ovvietà. Il vero miracolo è che fino a ieri Londra fosse scampata all'offensiva del terrorismo di matrice islamica. Del quale è a tutti gli effetti la solida roccaforte non solo a livello europeo ma perfino a livello mondiale. È nella capitale britannica che hanno trovato rifugio alcuni dei più famigerati burattinai dell'estremismo islamico responsabili dell'orripilante massacro di innocenti in Algeria, Egitto, Arabia Saudita, Yemen. Dove si è radicata una pericolosissima filiera che, partendo dalla predicazione della Jihad intesa come guerra santa, operando un indottrinamento che inculca la fede nel «martirio » islamico, sfocia nella «produzione» dei combattenti e degli aspiranti terroristi suicidi.
Londra si è trasformata di fatto nello snodo europeo tramite cui migliaia di mujahidin, nel corso di un ventennio, sono transitati prima di andare a combattere in Afghanistan, Cecenia, Bosnia e Iraq.
Ebbene, il 7 luglio passerà alla storia come la fine della logica assolutamente naif e deleteria secondo cui, in materia di estremismo islamico, «can che abbia non morde». Ora dovrebbe essere chiaro che l'istigazione alla violenza non può essere equivocata con la libertà di espressione. Pensate che lo scorso gennaio Omar Bakri, siriano, presidente del movimento Al-Muhajiroun (gli emigranti), affermò in un'intervista al Times che «tutta la Gran Bretagna è diventata Dar al-harb (Casa della guerra)», che «la vita e le proprietà degli infedeli non sono più sacre», che i musulmani britannici «hanno l'obbligo di unirsi ad Al Qaeda, alle sue filiali e organizzazioni nel mondo»!
A Londra agiva impunemente anche Abu Qatada, il sanguinario mufti, giureconsulto islamico, che emise le fatwa richieste dal Gia per legittimare il massacro dei civili in Algeria. Solo da poco è stato arrestato Abu Hamza al Masri, cittadino britannico di origine egiziana, leader di Ansar al Sharia, accusato di aver promosso attentati terroristici nello Yemen. L'elenco degli estremisti islamici che a Londra hanno goduto di una totale libertà e impunità è lungo.
Ci si è illusi che lasciandoli parlare si sarebbero sfogati e alle parole non sarebbero seguiti i fatti. Hanno confuso i burattinai del terrore con gli esagitati che si esibiscono allo Speaker's Corner di Hyde Park. Ora tutti sappiamo che non si tratta di chiacchiere ma di una predicazione, un indottrinamento e un arruolamento che sono parte integrante di una vera e propria guerra. Che non conosce regole, disconosce i valori, esclude il compromesso.
Dobbiamo aprire gli occhi. Renderci conto che i terroristi sono solo la punta dell'iceberg di una più ampia e profonda struttura del radicalismo islamico dedita alla trasformazione delle persone in bombe umane. E che questa guerra globalizzata la potremo vincere soltanto se reprimeremo sul nascere questo processo letale.
:: Ven 08.07.05


La sconfitta dei macellai

di Antonio Padellaro
L'Unità, 8 luglio 2005

Al termine dell'indimenticabile giornata del 7 luglio 2005, da conservare nell'album del terrore accanto all'11 settembre 2001, New York, e all'11 marzo 2004, Madrid, abbiamo l'assoluta certezza che i signori di Al Qaeda (o chi per loro) questa volta abbiano davvero perso su tutta la linea. Può sembrare paradossale affermarlo mentre sugli schermi televisivi passa l'ultima contabilità, ancora prudente, del sangue versato: decine di morti, mille feriti, paura e distruzione. Ma questi numeri e l'immenso dolore che hanno irradiato, insieme alla luce cattiva delle bombe, sono la sola, turpe soddisfazione che i macellai mandati da Al Zarqawi o da qualche altro degno compare possono portare all'incasso.
Volevano dilaniare i corpi per devastare le anime? Volevano trasformare i londinesi e il popolo britannico in una massa terrorizzata e implorante? Volevano gettare nel panico i testimoni globali di questa loro nuova impresa, costringerli ad abbracciare una vita di permanente, paurosa rassegnazione? Volevano obbligare i grandi della terra a rintanarsi nei loro bunker? A emanare rabbiosi e impotenti editti? A tormentare i loro concittadini con odiose limitazioni della libertà personale? Guardate le immagini e ascoltate la parole.
Osservate gli uomini e le donne emersi da un mondo sotterraneo di grida e disperazione. Sono a brandelli ma non urlano, non imprecano, non implorano. Descrivono il loro inferno con la calma di chi è pronto a ricominciare; a essere esattamente come era un secondo prima delle 8 e 49 del 7 luglio 2005. Guardate Tony Blair quando afferma non ci faremo intimidire, li batteremo. Sentitelo quando trova la forza di comunicare alla sua gente, e all'universo tutto, che chi compie attentati dice di farlo nel nome dell'Islam ma che la grande maggioranza dei musulmani in Gran Bretagna e altrove sono gente onesta. Pensate alla forza politica e umana di una simile dichiarazione, nel momento in cui qualunque leader di un paese con tale violenza colpito potrebbe lasciarsi andare ad espressioni di collera (e chi potrebbe biasimarlo per questo?). Ascoltate le reazioni del mondo. Non c'è più il marasma delle menti mentre le Twin Towers venivano giù; lo sbigottimento alla vista dei treni sventrati nella stazione di Atocha. È cambiato qualcosa e non solo per la dimensione gigantesca di quegli orrori rispetto a questi. Non sono, non siamo, più quelli che si interrogavano sgomenti sulla terribile esistenza che ci attendeva, sulle lacrime e il sangue che avremmo dovuto asciugare.
Probabilmente siamo tutti un po' cambiati davanti al terrorismo. Non siamo peggiori né migliori. Non siamo neppure più forti o coraggiosi. Temiamo il peggio eppure ci sentiamo, questo sì, meno vulnerabili. Perché è come se, gradualmente, attentato dopo attentato ci stessimo abituando a convivere con la bestia. Una sorta di mutazione psicologica indotta dagli anticorpi che qualsiasi fenomeno, perfino il più spaventoso finisce alla lunga per generare. Accadeva più di mezzo secolo fa alle popolazioni civili che ogni volta riaffioravano, come morti viventi, dalle macerie delle città spianate dei bombardamenti, incendiate dal fosforo dei razzi. Accade oggi ai londinesi che riemergono dai tunnel dell'angoscia scrollandosi la polvere di dosso e tamponandosi le ferite, e ricominciano.
Dovevano pensarci i mandanti di morte che alla fine ci si adatta a tutto, soprattutto nel mondo dell'informazione globale. Mostra un kamikaze che esplode a Bagdad e il mondo parlerà di te. Mostrane mille e nessuno ci farà più caso. Perciò il terrorismo, questo terrorismo ha cominciato a perdere, e perderà. A meno che i profeti del terrore non investano potere e finanze nel temuto salto di qualità: guerra batteriolgica, ordigni nucleari. È l'ultima frontiera che ci separa dal definitivo avvento della barbarie. Perciò va presidiata dai governi con una strategia molto diversa da quella costosissima, dannosa, inefficace messa in campo dopo l'11 settembre. Oggi sappiamo che la guerra in Iraq non ha fatto procedere di un solo millimetro la lotta al terrorismo internazionale. Occorre uno sforzo molto maggiore nell'impegno e molto diverso negli strumenti. È una tragica lezione che i leader del G8 hanno sperimentato quasi di persona. Speriamo ne facciano l'uso migliore.
:: Ven 08.07.05


|Giovedì 07 Luglio 2005|

British steel

"Hitler sperava, uccidendo la popolazione civile, donne e bambini, d'intimidire e terrorizzare il popolo di questa possente città imperiale. Ma conosceva ben poco lo spirito della nazione britannica. Quell'uomo perverso, (...) prodotto mostruoso di antichi errori e vergogne, tentava di sottomettere la (...) nostra isola (...) con una successione di massacri e distruzioni indiscriminate. Ciò che ha fatto è stato di accendere invece una fiamma nei cuori britannici, qui e nel mondo intero, la quale brillerà molto tempo dopo che ogni traccia degli sconvolgimenti da lui provocati a Londra sarà scomparsa. Lui ha acceso una fiamma che arderà, finché le ultime vestigia della tirannia nazista saranno cancellate dall'Europa".
(Winston Churchill, 11 settembre 1940, discorso alla radio)

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"E' importante che gli autori delle azioni terroristiche abbiano ben chiaro che la nostra determinazione a difendere i nostri valori e il nostro stile di vita è più grande della determinazione loro a seminare morte e distruzione tra la gente innocente per imporre l'estremismo al mondo. Qualunque cosa essi facciano, è nostra ferma volontà che non abbiano mai successo nella distruzione di quanto amiamo in questo nostro Paese e nelle altre nazioni civilizzate del mondo".
(Tony Blair, 7 luglio 2005, dichiarazione dopo gli attentati terroristici di Londra)
:: Gio 07.07.05


|Mercoledì 06 Luglio 2005|

Titanic

Tra i campi e le colline scozzesi di Gleneagles si è aperto il trentunesimo summit dei Paesi più industrializzati. Per la prima volta gli Otto grandi sono decisi ad affrontare con pragmatismo temi fondamentali e strategici per il futuro del mondo in cerca di un compromesso possibile sul clima e sui nuovi stanziamenti per combattere la povertà e l'Aids nel continente africano.
Frutti di mare, salmone e agnello: menu tipicamente scozzese per la cena offerta dalla regina Elisabetta ai leader del mondo nel ristorante Strathearn di Gleneagles, con gli illustri invitati in smoking che le fanno il baciamano. (Agenzie di stampa)
:: Mer 06.07.05


Conquistare cuori e menti

L'attimo fuggito
by Wind Rose Hotel

"Tempo d'esami, fioriscono le narrazioni sull'ignoranza crassa degli studenti."
Così Maurizio Viroli apre una breve riflessione su La Stampa di oggi, ma l'approdo è meno scontato, dal momento che il professore di Princeton, in realtà, spezza una lancia a favore dei giovani. Non tutti, però, solo (o quasi) quelli che hanno ideali politici. Racconta un'esperienza personale, cioè
un incontro con una quindicina di ragazzi e ragazze della Sinistra Giovanile di Cesena di età compresa fra i diciassette e i venticinque anni. Altro che ignoranti! Conoscevano benissimo la storia, la politica internazionale, i problemi costituzionali, la realtà italiana e quella della loro comunità.
Quel che più mi ha colpito era la curiosità intellettuale, il puro e semplice desiderio di capire meglio e di sapere di più. Rispetto ai loro predecessori, i giovani comunisti degli anni '70, non avevano alcuna chiusura ideologica e nessuna boria di partito. Su questioni importanti, ad esempio il valore della patria e il problema della guerra, alcuni di loro hanno cambiato opinione nel corso della discussione e grazie alla discussione. Trenta o quarant'anni fa nessun giovane militante di qualsivoglia organizzazione di sinistra lo avrebbe fatto.
A mio giudizio la migliore e più solida cultura di quei giovani rispetto al quasi totale analfabetismo di tanti loro compagni di scuola è in buona misura il benefico effetto della passione politica. Chi vive con serietà l'impegno politico acquisisce una maturità morale e una ricchezza culturale che gli indifferenti e gli apatici non si sognano neppure. La fede fanatica e l'ideologia spengono la luce della ragione e rendono gli animi meschini, ma i veri ideali politici operano in modo esattamente contrario: spingono a leggere i libri, non a bruciarli o deriderli, e rendono l'animo generoso.

Credo che Viroli sia nel giusto. Del resto egli non fa che applicare il principio di motivazione: se c'è qualcosa che è in grado di motivarti sufficientemente apprendi, ricordi, assimili e rielabori, altrimenti, ben che ti vada, impari a memoria e tre giorni dopo dimentichi tutto.
Quanto alla passione politica, si può sicuramente ritenerla uno dei fattori più significativi, una molla formidabile, efficacissima. Ma non è certo l'unico—e forse neanche il principale—elemento catalizzatore di curiosità, voglia di conoscere, approfondire, cercare relazioni, ecc. Anche "semplici" interessi culturali (storici, artistici, letterari, e via dicendo) o scientifici possono assumere un altrettanto efficace ruolo di stimolo e indurre ad ampliare sempre più i propri orizzonti. Una persona appassionata di cinema, ad esempio, è inevitabilmente portata da questo suo stesso interesse a studiare tutte le altre arti, così come la storia del costume e delle idee, la storia tout court e, prima o poi, praticamente tutte le scienze umane e le scienze della natura, naturalmente senza trascurare le nuove tecnologie, in particolare quelle dell'informazione e della comunicazione e tutte quelle che hanno una qualche attinenza con le performing arts.
Di conseguenza, l'interesse per la politica non è la soluzione—ma questo, sia chiaro, neppure Viroli lo dice o sembra pensarlo—del problema dell'"ignoranza crassa degli studenti". La soluzione è la motivazione. Qualunque sistema formativo dovrebbe mettere al primo posto l'obiettivo di spianare la strada a tutto ciò che è in grado di motivare positivamente gli studenti. Qualche giorno fa, parlando di scuola, facevo un ragionamento che ha parecchia attinenza con questo e rilevavo come, praticamente, le politiche scolastiche abbiano scelto di seguire percorsi completamente diversi, se non addirittura opposti. Con esiti pressoché inevitabilmente iper-burocratici, pseudo-efficientistici e "quantitativistici". Presente lo splendido film L'attimo fuggente? Beh, il contrario.
http://windrosehotel.splinder.com/1120578907#post/5211620
:: Mer 06.07.05


|Martedì 05 Luglio 2005|

Ugo o l'altro

concordato 2005
by thewreck

Facciamo così, io mi comporterò in società come se Dio ci fosse quando i cattolici vi si comporteranno come se Dio non ci fosse.
http://thewreck.splinder.com/post/5208196
:: Mar 05.07.05


Armonie

di Jena
La Stampa, 5 luglio 2005

Amano fare gli stessi viaggi, dire le stesse cose, addirittura pensare allo stesso modo.
Tra Pera e Casini ormai c'è una tale armonia, un'intesa così perfetta che sembra quasi un matrimonio gay.
:: Mar 05.07.05


Però!

Marcello Pera: omosessuali e capricci
by Rolli

La legge Zapatero ha equiparato i matrimoni etrosessuali a quelli omosessuali, e la Chiesa non si dà pace. Non solo lei.
Certo ci sarebbe da discutere sul concetto di famiglia, sul fatto che si potessero dare garanzie giuridiche ai gay senza scardinare il concetto tradizionale di "famiglia", ma non sono sicura se sarebbe stata una soluzione migliore e più onesta. Davvero non so.
Poi senti Marcello Pera, che va in Spagna e sentenzia:
"Una cosa è chiara: è falso che si tratti di conquiste civili o di misure contro le discriminazioni o di estensione dell'uguaglianza; si tratta piuttosto del trionfo di quel laicismo che pretende di trasformare i desideri, e talvolta anche i capricci, in diritti umani".
In una manciata di parole ha espresso tutto il suo disprezzo per la diversità, ha fatto carne da macello dei diritti civili (un omosessuale non ha diritto ad una famiglia, a un compagno, all'assistenza del suo convivente, ad ereditare?) e li ha chiamati "desideri", anzi "capricci".
Per lui non c'è "uguaglianza", l'omosessuale è diverso, deve stare un gradino più in basso, avere qualche privazione in più, un marchietto sociale che lo renda visibile e differente. A parole non va discriminato, nei fatti sì.
Allora capisco un po' di più la scelta di Zapatero.
http://www.rolliblog.net/archives/2005/07/05/marcello_pera_omosessuali_e_capricci.html
:: Mar 05.07.05


|Lunedì 04 Luglio 2005|

Auguri, America!

4 luglio 1776: Quando invecchiammo tutti di cent'anni
by I love America

Giorgio III si svegliò nel grigio mattino di Londra, ignaro di essere stato scavalcato. La bella e anomala Inghilterra, col suo Parlamento, la borghesia satolla e raffinata, il dottor Johnson, l'intelligenza e i mezzi per lanciarsi nella Rivoluzione Industriale, poltriva soddisfatta. Al di là dell'oceano Atlantico, quei ribelli che avevano gettato le casse di tè imposte dalla madrepatria nel porto di Boston avevano deciso di recidere ogni legame con l'Inghilterra madre e matrigna. Mentre il re veniva accusato come un uomo qualunque, la ricerca della felicità diventava centrale per un individuo nuovo che non avrebbe accettato le ingiustizie di un governo non rappresentativo. Il sogno della New Jerusalem dei Pilgrim Fathers stava diventando una realtà. E noi invecchiammo tutti di cent'anni.
God bless America.
http://iloveamerica.splinder.com/1120484682#5201341

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4 luglio 1776
by 1972

«When in the Course of human events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another, and to assume among the powers of the earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of Nature's God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation.
We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.--That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed, --That whenever any Form of Government becomes destructive of these ends, it is the Right of the People to alter or to abolish it, and to institute new Government, laying its foundation on such principles and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their Safety and Happiness.

Comincia così la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America.
Il Congresso Continentale, riunito a Philadelphia, assegna l'11 giugno 1776 ad un comitato formato da cinque uomini il compito di redigere la bozza della Dichiarazione. Sono Thomas Jefferson, John Adams, Benjamin Franklin, Roger Sherman, e Robert R. Livingston. Jefferson è l'artefice principale del testo al quale Franklin e Adams contribuiscono con alcune modifiche prima della presentazione al Congresso il 28 giugno. Dopo le ultime revisioni il documento viene adottato definitivamente la mattina del 4 luglio. Le firme in calce al manoscritto sono di 56 delegati delle tredici ex-colonie. Nascono gli Stati Uniti. La sera dello stesso giorno uno stampatore di Philadelphia produce la prima copia in caratteri di stampa. Il giorno seguente altre copie della Dichiarazione vengono distribuite ai principali leaders politici e militari della nazione. Il 6 luglio il Pennsylvania Evening Post pubblica il primo commento sul testo approvato. L'8 luglio a Philadelphia ha luogo la lettura pubblica del documento.
Giunge così a compimento il sogno di una nazione che attraverso le rivolte patriottiche contro le imposizioni della Corona e i pamphlets rivoluzionari di Thomas Paine ha preso coscienza di se stessa fino a trasformare l'ambizione all'indipendenza in progetto politico.
I principi sanciti in quella Dichiarazione (insieme a quelli enunciati nella Costituzione del 1787 e nel Bill of Rights) costituiscono da più di due secoli l'essenza di ogni democrazia liberale degna di questo nome. Per la prima volta nella storia essi venivano posti a fondamento dell'edificazione di una nazione e di un governo rappresentativo. Quelli che fino a quel momento erano stati argomenti di discussione filosofica si convertivano in obiettivi politici concreti.
Per quei testi, per i Padri Fondatori che li hanno concepiti, per le teorie politiche che li hanno ispirati, per i bisogni e le ambizioni che li hanno generati, per il valore (these truths to be self-evident) che hanno riconosciuto alla persona (all men are created equal), ai suoi diritti naturali (certain unalienable Rights), alle sue libertà e prerogative (Life, Liberty and the pursuit of Happiness) nel contesto imprescindibile delle istituzioni democratiche (the consent of the governed), per il corso che hanno impresso alla storia di gran parte dell'umanità, per tutto questo e per molto altro ancora - oggi e sempre - non possiamo non dirci Americani.
We, therefore, the Representatives of the united States of America, in General Congress, Assembled, appealing to the Supreme Judge of the world for the rectitude of our intentions, do, in the Name, and by Authority of the good People of these Colonies, solemnly publish and declare, That these United Colonies are, and of Right ought to be Free and Independent States; that they are Absolved from all Allegiance to the British Crown, and that all political connection between them and the State of Great Britain, is and ought to be totally dissolved; and that as Free and Independent States, they have full Power to levy War, conclude Peace, contract Alliances, establish Commerce, and to do all other Acts and Things which Independent States may of right do. And for the support of this Declaration, with a firm reliance on the protection of divine Providence, we mutually pledge to each other our Lives, our Fortunes and our sacred Honor».
http://1972.splinder.com/1057278736#388440
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> > > E auguri anche alla neonata Fondazione Italia Usa
:: Lun 04.07.05


Chi agita il fantasma di Zapatero

di Francesco Merlo
La Repubblica, 4 luglio 2005

La Spagna di Zapatero spaventa i clericali italiani molto più di quanto affascini i laici italiani; spiace a loro senza troppo piacere a noi; è il loro dileggio ma non è la nostra bandiera. Sono i clericali che vi vedono infatti la sconfessione della loro strategia ideologica e politica, la decapitazione di un principio, quello del matrimonio eterosessuale fondato sulla volontà di Dio, allo stesso modo in cui il regicidio nella rivoluzione francese sconfessava il diritto divino della monarchia. Molto tiepidi, i laici italiani, nella loro maggioranza che è fatta di laici cristiani, colgono invece in Zapatero l'eccesso tipico della Spagna che vive «disvivendosi», una Spagna estremista tanto nel clericalismo quanto nell'anticlericalismo, il luogo estremo dell'Europa nel quale è stato celebrato sin dalle origini un matrimonio, questo sì pesante e incondizionato, tra la spada e l'altare, e basti ricordare che Franco fu sempre benedetto dall'aspersorio. E invece, frastornati senza gentili mediazioni da Zapatero, i nostri tradizionalisti clericali, affiancati dagli atei devoti, con la significativa esclusione su questo punto importante di libertà di Giuliano Ferrara, hanno lanciato una campagna fatta di vignette, di titoli di giornale e di editoriali contro i diritti dei gay e contro «la natura» dei gay, i quali a loro volta, di tanto in tanto, rispondono con volgarità uguali e contrarie. Così, all'inizio di un'estate già troppo calda, la «questione gay» sembra essere diventata il genius loci dell'Italia di destra contro quella di sinistra.
:: Lun 04.07.05 [continua]


|Domenica 03 Luglio 2005|

Mortal rap

Parole & Pallottole
by Il Griso

L'(ex) Poeta della Patria olandese Gerrit Komrij (quello che faceva gnégnégné a Geert Wilders, il deputato che, come Ayaan Hirsi-Ali, vive sotto scorta perché minacciato più volte di morte dagli stessi che hanno ucciso Theo van Gogh) sarà senz'altro fiero di se stesso e dei suoi epigoni: un paio di rappers, tali Youssef e Kemal (tipici nomi olandesi), che hanno dedicato a Wilders una canzone.
Non ho trovato il testo, comunque ad un rapido ascolto, a parte la solita raffica d'insulti (naturalmente ce n'è anche per gli 'ebrei', quelli non mancano mai), contiene versi memorabili sul genere 'ti spariamo nelle palle', 'non ti sentirà nessuno', 'vorrai non essere mai nato', 'ti tortureremo in cantina, legato col filo spinato' - cose così, insomma.
Bravi ragazzi molto espressivi e molto poetici. Certamente con qualche Disagio di cui è colpevole la società occidentale, quella che lascia andare in giro le ragazze 'con le mutande al vento e la pancia in bella mostra' di cui parla l'Espresso (vedi post precedente).
Si spera che qualche giudice, meno comprensivo della Forleo, li condanni com'è avvenuto per gli autori di una simile simpatica canzoncina dedicata ad Hirsi-Ali.
Perché le parole, in certi casi, sono pietre. Anzi, pallottole e lame di coltello. Dei veri e propri mandati linguistici, di cui è bene che qualcuno si assuma la responsabilità, ogni tanto: a giocare ai Poeti Disagiati son capaci tutti.
http://xoomer.virgilio.it/gdekker/giampaolo/archivi/2005/07/index0705.html#02.0851
:: Dom 03.07.05


|Sabato 02 Luglio 2005|

Non fanno la felicità, però aiutano

Ruini e l'otto per mille
by Simplicissimus

Secondo voi su cosa si dovrebbe reggere finanziariamente una confessione religiosa? Sulle libere offerte di chi intende sostenerla, direte voi. Giusto, dirò io. Ma in Italia non è così.
In Italia, fino al 1984, il clero cattolico veniva stipendiato coi soldi dello Stato (era la cosiddetta congrua), in base al Concordato firmato dal Vaticano con Mussolini nel 1929.
Nel 1984 Craxi e l'allora Segretario di Stato Vaticano Casaroli firmarono una revisione di quel concordato, che abrogava la congrua. Ah, bella notizia, direte voi. E no!, dirò io. Perché al posto della congrua venne inventato l'otto per mille.
Evabbè, direte voi, in fondo chi firma di dare l'otto per mille delle sue tasse alla Chiesa cattolica lo fa di sua volontà. E no, vi dirò io. No, perché la legge prevede che se io non firmo per nessuna destinazione dell'otto per mille, il mio otto per mille se lo prendono lo stesso le confessioni religiose convenzionate (tranne la Chiesa valdese, che fino ad oggi vi ha espressamente rinunciato), così che il cittadino che - non firmando - pensa di non dare soldi alle chiese, in realtà glieli dà lo stesso. E glieli dà in proporzione delle firme espresse.
Quindi, conti alla mano: il 64% degli italiani non firma per l'otto per mille, pensando (erroneamente!) di non versarlo. Del rimanente 36% che firma, l'87% firma per la Chiesa cattolica, che così, in base alla legge, si prende anche l'87% dell'otto per mille di tutti quelli che non hanno firmato. Notevole no?
Tradotto, ciò significa che la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) incassa ogni anno dallo Stato (solo per l'otto per mille) la bellezza di un miliardo (1.000.000.000,00) di Euro, o se preferite, per dirla alla Bonolis, duemila miliardi (2.000.000.000.000) del vecchio conio.
Evabbè, ridirete voi, ma in fondo con tutti quei soldi poi ci fa le opere buone! E no, mi toccherà rispondere a me: di tutti quei soldi, solo il 20% viene utilizzato per opere di carità (e gli spot pubblicitari solo di queste parlano, naturalmente). Il 30% viene utilizzato per pagare lo stipendio ai preti, e il rimanente 50%, la parte più grossa, per non meglio precisate esigenze di culto.
Sapete come si chiama tutto questo per Camillo Ruini? Lo trovate qua: democrazia fiscale.
http://www.simplicissimus.it/2005/07/ruini_e_lotto_p.html
:: Sab 02.07.05


Libertà zapatera

di Massimo Gramellini
La Stampa, 1 luglio 2005

Nel celebrare l'approvazione legislativa del pacchetto tana-libera-tutti che consente ai gay di sposarsi e agli etero di divorziare dopo tre mesi senza separazione né motivi né consenso del coniuge, il premier Zapatero ha parlato di «passo avanti della libertà» e il regista Almodóvar di «fine del modello cristiano di famiglia». Se questo è il nuovo laicismo, oggi persino a un vecchio mangiapreti come Cavour verrebbe voglia di chiedere asilo politico alle guardie svizzere. Con buona pace di Almodóvar, l'impegno di fondere le energie creatrici che due esseri di sesso opposto prendono davanti alla comunità risale agli albori della storia umana e non attiene alla sfera della religione ma a quella del sacro, che investe le leggi stesse della natura. E ogni volta che l'uomo calpesta il volto solenne della natura non bestemmia solo Dio ma la libertà e produce uno slabbramento del tessuto sociale.
Al pari di ogni rito della civiltà dei consumi, il matrimonio rischia di venire vissuto come il soddisfacimento di un'esigenza momentanea. Il mondo a cui si ispira Zapatero ha deriso l'ipocrisia della coppia borghese che rimane fintamente unita per dipendenza economica e rispetto delle forme, ma cosa può creare al suo posto? Altrettanti infelici che passano la vita a sognare la storia perfetta, salvo disfarsene non appena alla fase dell'attrazione segue quella della costruzione, l'impegno in un progetto di lunga durata che imponga rinunce e sacrifici. Oltre i quali i saggi assicurano ci sia la libertà, quella vera.
:: Sab 02.07.05


|Venerdì 01 Luglio 2005|

Leghe speciali

La migliore della settimana
by Phastidio.net

La Lega Araba: organizzazione sovranazionale che raggruppa 22 paesi, nessuno dei quali può essere definito democrazia, almeno secondo i decadenti standard occidentali. Il suo segretario generale, Amr Moussa, ha le idee molto chiare sugli scenari geopolitici futuri:
«La fine della guerra fredda e la globalizzazione sono state le principali motivazioni che hanno portato i Paesi della Lega Araba a rivedere i loro sistemi sociali e politici e a percorrere la via della modernizzazione e della democratizzazione».
Le priorità della Lega - ha spiegato Moussa - sono la lotta al terrorismo e alla povertà, la democratizzazione del mondo arabo, l'Iraq, l'Iran, il Medio Oriente, criticando a riguardo le linee adottate da Stati Uniti, ONU e Israele. (ANSA)
http://phastidio.net/2005/06/29/la-migliore-della-settimana/
:: Ven 01.07.05


Guerra o guerra?

Hamas: "Oggi Gaza e Cisgiordania, domani tutta la Palestina"
[Brani da un'intervista al portavoce di Hamas a Gaza, Sami Abu Zahri]
National Post, 13 giugno 2005

D.: Dopo le elezioni, Hamas deporrà le armi e diventerà un'organizzazione politica?
Sami Abu Zahri: L'ala militare e la parte politica di Hamas, tutte sostengono il popolo palestinese che cerca di liberarsi dall'occupazione. La ragione, qui, è l'occupazione. Se non c'è occupazione, non ci sono armi.
D.: Se Hamas diventa un'organizzazione politica con membri eletti, gli altri paesi dovrebbero rimuovere Hamas dalla lista dei gruppi terroristici?
Sami Abu Zahri: Un grande errore dell'Europa e dei paesi occidentali è stato quello di mettere Hamas sulle loro liste di terroristi, perché Hamas fa parte del popolo palestinese. I palestinesi hanno scelto Hamas nelle elezioni, e l'Europa e i paesi occidentali dovrebbero rispettare questo.
D.: Come può la gente in occidente rispettare un'organizzazione che fa esplodere autobus pieni di bambini e bombarda abitazioni?
Sami Abu Zahri: Fermate l'uccisione del popolo palestinese e noi fermeremo l'uccisione di israeliani. Il problema, il grande problema, l'unico problema è l'occupazione. Siamo sotto occupazione, e la gente sotto occupazione deve combattere per liberarsi.
D.: Hamas considererà finita l'occupazione una volta che i coloni avranno lasciato Gaza?
Sami Abu Zahri: Gaza non è la Palestina. Gaza è parte della Palestina. E dove c'è occupazione della terra dei palestinesi, noi combatteremo fino alla fine dell'occupazione.
D.: Alcuni coloni israeliani hanno chiesto di poter continuare a vivere a Gaza [sotto Autorità Palestinese]. Come risponde Hamas?
Sami Abu Zahri: Questa è la nostra terra. Non accetterò né permetterò a nessun colono di stare sulla nostra terra. Devono andarsene dalla nostra terra.
D.: La prospettiva di Hamas è sempre stata quella di un'unica Palestina, dal fiume Giordano a mare. È ancora così o Hamas ha modificato questa posizione?
Sami Abu Zahri: Vogliamo i nostri diritti. Non c'è problema con una soluzione passo dopo passo al conflitto arabo-israeliano. Possiamo accettare oggi Gaza e Cisgiordania e, in futuro, tutta la Palestina.
D.: Se Hamas avrà successo, come sarà la Palestina fra cento anni? Israeliani e palestinesi conviveranno?
Sami Abu Zahri: Non sappiamo niente del futuro. Noi continueremo a combattere la nostra resistenza contro l'occupazione finché avremo liberato la nostra terra. Il diritto internazionale sostiene la lotta all'occupazione.
D.: Hamas è contro l'occupazione. Ma è a favore di che cosa?
Sami Abu Zahri: La fine dell'occupazione. Sono contro l'occupazione e sono a favore della fine dell'occupazione.
D.: Ma cosa vuole Hamas?
Sami Abu Zahri: Hamas vuole la fine dell'occupazione e vuole che tutte le terre palestinesi vadano ai palestinesi e non agli israeliani.
D.: Dunque, nessun israeliano in Palestina?
Sami Abu Zahri: Abbiamo dei diritti e accettiamo di ottenere questi diritti passo dopo passo. Non riconosceremo mai l'occupazione. Se gli israeliani vogliono vivere sotto l'Autorità Palestinese, che lo facciano.
D.: Hamas considera la lotta dei palestinesi come parte di una lotta più ampia contro l'oppressione dei musulmani?
Sami Abu Zahri: La gente là fuori odia l'islam e i musulmani a causa di Israele, che gioca un grosso ruolo in questo: spingono la gente a odiare l'islam e i musulmani. Ma qui in Palestina abbiamo una situazione particolare perché noi, qui, stiamo combattendo l'occupazione.
© Israele.net

:: Ven 01.07.05

 

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