Israele, la riprova di una democrazia
Lo sgombero da Gaza e la resistenza dei coloni
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 30 giugno 2005
Non sarà un'estate facile quella che si annuncia per Israele. Nelle prossime settimane, infatti, lo sgombero forzato dei coloni israeliani dalla Striscia di Gaza metterà alla prova due capisaldi di ogni regime democratico, e dunque anche dello Stato ebraico in quanto unico Paese della regione che, come noto, gode di un tale regime.
Il primo test riguarderà la possibilità-capacità della maggioranza e del suo governo di dare esecuzione a ciò che ha deciso. Riuscirà Sharon a resistere alle pressioni che l'ala più radicale dei coloni nonché settori non insignificanti del mondo politico hanno già organizzato e ancor più organizzeranno nell'immediato futuro per opporsi allo sgombero? Ovvero, detto in altro modo: le pressioni suddette si manterranno entro i limiti dello scontro verbale e delle manifestazioni sia pure accesissime o andranno oltre, addirittura verso lo scontro - magari con l'uso delle armi - tra i coloni da un lato e i soldati incaricati dello sgombero dall'altro?
Si tratta di questioni assai gravi, come si vede, le quali rimandano a un aspetto cruciale non solo della vita politica israeliana ma in certo senso di tutta la vicenda storica del Paese e del sionismo che ne è all'origine. Al problema, cioè, dell'incidenza in entrambi gli ambiti del radicalismo e del fondamentalismo religioso che, sebbene siano cose fra loro diversissime, spesso, dopo la guerra dei Sei Giorni del '67, hanno mostrato di convergere su obiettivi comuni di tipo espansionistico e/o di oltranzismo antiarabo.
Un problema, quello del radicalismo e del fondamentalismo, reso ancor più spinoso dal forte collegamento (finanziario ma non solo: una percentuale significativa dei coloni ultrà proviene non casualmente dagli Usa) che specie il secondo ha con i circoli religiosi più ortodossi dell'ebraismo americano.
Il secondo test di quest'estate israeliana riguarderà l'esercito, tradizionale roccaforte della laicità ma anche nelle cui file l'ala religiosa ha fatto numerosi proseliti negli ultimi tempi. Obbediranno i soldati agli ordini del governo di Gerusalemme, magari anche quelli di usare non dico le armi ma le maniere dure con i propri connazionali? Com'è noto un caso di rifiuto di obbedienza vi è già stato, ed è stato punito con una notevole severità: è forse il sintomo che i comandi avvertono che la situazione può sfuggir loro dalle mani ed è quindi necessaria una risposta inequivocabile? Staremo a vedere.
Quel che è certo è che ancora una volta la società e le istituzioni israeliane sono chiamate a onorare il loro impegno storico verso la democrazia e come sempre devono farlo nella situazione più difficile, vale a dire nell'ambito del confronto con un avversario, quello palestinese, che, viceversa, della democrazia non si è mai curato troppo e che adopera il terrorismo come modalità abituale di azione (chiediamoci tra l'altro cosa succederebbe all'interno di Israele per la questione dello sgombero se nei prossimi giorni, Dio non voglia, ci fosse un attentato di una certa gravità).
Ma Israele tuttavia sa che proprio nella democrazia sta la sua vera superiorità. Se l'autorità palestinese manca ancora di qualunque vera credibilità all'esterno è proprio perché il cosiddetto governo di Abu Mazen non si sa bene se abbia o no dietro di sé un'effettiva maggioranza, e perché d'altra parte si sa fin troppo bene che la sua autorità sulle milizie armate palestinesi è pressoché nulla. Già nello sgombero del Sinai voluto molti anni fa da Begin, Israele mostrò che invece i suoi governi sono capaci sia di mantenere gli impegni presi sia di farsi obbedire dai propri soldati: vogliamo credere che anche questa volta sarà così.
:: Gio 30.06.05
Le guerre degli altri
Cia a Milano
by Camillo
Non conosco i dettagli dell'operazione Cia a Milano contro i fondamentalisti sospettati di legami col terrorismo. E in realtà non mi interessano granché. Ma noto che ogni volta che gli americani fanno ciò che gli "anti Bush" dicono bisognerebbe fare contro i fondamentalisti, cioè non la guerra ma operazioni di intelligence per sconfiggere Al Qaida, si scopre che non vanno bene nemmeno queste. Succede oggi a Milano. E' successo ieri in Pakistan. Dunque: la guerra no. Ok. Le operazioni coperte no. Il carcere no, perché in America c'è la pena di morte o Guantanamo. Insomma lo schema deve essere questo: processo ordinario come contro i borseggiatori d'autobus. Ipotesi peraltro già tentata, col successo che sappiamo, da Clinton negli anni 90. Ma non solo: il seguito di questo processo ordinario deve essere una sentenza di assoluzione perché in realtà questi terroristi sono resistenti e i resistenti all'occupazione militare, secondo le norme internazionali emanate dall'Onu, non sono terroristi ma gente da tutelare. Nel mondo occidentale oggi la differenza è tra chi ha visto che cosa è successo l'undici settembre e quindi vorrebbe sconfiggere il nemico e chi ha visto che cosa è successo però dice che dovremmo capire le ragioni dell'odio che il nostro nemico ha nei nostri confronti. Che gli italiani e gli europei non stiano tra i primi e non sostengano gli americani è una cosa incredibile: ma come fanno a non capire che nel momento in cui a Washington si romperanno le scatole di morire e di spendere anche per noi, e per giunta essere presi per il culo, poi toccherà a noi combattere o, come abbiamo spesso fatto nello scorso secolo, arrenderci?
http://www.ilfoglio.it/camillo/
:: Gio 30.06.05
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|Mercoledì 29 Giugno 2005| |
Gran mix
Cose buone dai due mondi
by Leibniz
Roger Cohen s'inventa l'Eumerica. Un posto dove il caffè sarebbe italiano, i limiti di velocità tedeschi, il clima spagnolo, professori e aria condizionata americani, le rette scolastiche europee, la vodka polacca, la birra ceca e la cioccolata belga. Sport nazionali: calcio e baseball.
«In Eumerica, a land boasting the bracing wide-open beaches of North America but also sun-baked coves reminiscent of the Mediterranean, a place where taxi drivers do not grumble and waiters do not speechify, a country where the cocktails are as good as the wine, there would not be an unemployment rate of over 10 percent, as there is in France and Germany. No, there would be full employment, or something close, because companies would be able to hire and fire as they do in the United States, and sophisticated capital markets would encourage innovation and risk, and nobody would be able to make more money from not working and getting benefits than from working, and the French 35-hour week and other silly regulations would be bad memories.
Realism would also lead Eumericans to accept that, in a dangerous world, a strong military is essential to maintain peace and the values of an open society for which they stand. As a last resort, and as far as possible in concert with their allies and international institutions, they would be ready to fight wars. They would scoff at notions of some postnationalist utopia spreading across the globe and rendering armies obsolete».
(International Herald Tribune)
http://blogs.it/0100915/2005/06/23.html#a420
:: Mer 29.06.05
Legge islamica
Intimidire i blog
by Rolli
Sono tempi strani, questi: si possono chiamare 'crociati' ed infedeli i cristiani, gettare crocifissi dalle finestre dell'ospedale, incitare all'omicidio della Fallaci e, anzi, denunciarla perché quanto scrive sull'islam non aggrada, insultare papi e re; è invece proibito dire ciò che si pensa dei diktat della religione islamica, delle loro donne quando vengono trattate come merci di proprietà, senza nemmeno la parvenza di eguali diritti, del loro trattare chiunque non sia musulmano come un poveraccio da indottrinare e sottomettere, eventualmente da eliminare.
Sì certo, per fortuna non tutti sono così, ma la tendenza generale è questa e, quel che è peggio, non trova condanna materiale e morale, se non in rarissimi casi. Piace di più discettare di Abu Ghraib all'infinito, e di corano strappato, di Occidente cattivo e senza morale. Ovvio che un simile atteggiamento incentivi comportamenti vittimistici, finalizzati, vedi appunto il caso della Fallaci, all'intimidazione.
Su questa scia, a quanto pare, nasce un'associazione di musulmani che si preoccupa di girare sui blog per controllarne i contenuti "razzisti" e poi, con uno stuolo di avvocati amiconi, denunciarli.
Immagino che qualcuno già si sfregherà le mani, e io consiglierei invece di rifletterci un po' sopra, che questi modi intimidatori possono colpire anche coloro che, scioccamente, si sentono al sicuro. Non è forse vero che la maggior parte degli omicidi avviene con la stessa arma delle vittime?
Comunque questo blog si mette a disposizione di eventuali associazioni serie che sorgeranno a difesa della libertà di stampa e di parola, con azioni di controdenuncia, difesa e sostanziosa richiesta di risarcimento danni contro chi tenta di chiudere la bocca alla critica e al dissenso.
Resta inteso che se vedrò questa fantomatica associazione di musulmani denunciare forum islamici e personaggi che insultano occidentali, cristiani ed ebrei, mi ricrederò sulle loro reali e sincere intenzioni.
http://www.rolliblog.net/archives/2005/06/29/intimidire_i_blog.html
:: Mer 29.06.05
Assetati di sangue
Animali feroci
di Nahum Barnea
YnetNews, 25 giugno 2005
La terrorista suicida palestinese Wafa al-Bas è stata arrestata una settimana fa al valico di Erez fra striscia di Gaza e Israele. Le autorità israeliane hanno diffuso un breve filmato che mostra ciò che hanno registrato le telecamere interne del terminal. Il filmato intero è da brividi. L'impressione è quella di assistere alla cattura di una fiera feroce.
Il nuovo "tunnel" di Erez per i controlli di sicurezza sulle persone che lo attraversano è molto lungo e alto. Nel filmato si vede la terrorista in piedi, da sola. Dietro di lei, una cancellata e un tunnel senza fine. Alto sopra di lei, un altoparlante. Lei non vede anima viva. Di primo acchito la vista di queste immagini è terrorizzante: sappiamo fin troppo bene cosa possono fare gli abiti di quella terrorista, imbottiti di esplosivo.
Poco dopo, la terrorista capisce d'essere stata scoperta. Disperata, si mette a cercare istericamente l'interruttore, tentando invano per tre volte di innescare l'ordigno che porta addosso. L'immagine è quella di un animale in trappola.
Poi la terrorista guarda verso l'alto e parla all'altoparlante. Una voce le rovescia addosso ordini
in arabo. Lei esegue, come soggiogata. E così continua, strato dopo strato, a togliersi gli abiti e la cintura esplosiva, finché diventa chiaro che sul suo corpo non vi sono più né armi né ordigni.
Una procedura spietata, ma indispensabile.
È totalmente priva di qualunque valore un'organizzazione terroristica che recluta una sfortunata ragazza ventenne, rovinata da ustioni domestiche alle mani, per compiere una simile missione. La vera bestia feroce non è quella ragazza: sono coloro che l'hanno usata.
Quella stessa notte, il ministro israeliano Haim Ramon incontrava il ministro palestinese Mohammed Dahlan.
"Per tre settimane – esclamava Ramon – vi abbiamo chiesto di arrestare Madmun, il capo della terrorista. L'abbiamo detto più volte al vostro uomo, Rashid Abu-Shabak, capo dei servizi di sicurezza preventiva palestinesi a Gaza. Non avete fatto niente".
Madmun, membro di un piccolo gruppo terrorista chiamato "Fatah abu-Rish", è considerato uno dei più pericolosi ricercati per terrorismo a Gaza.
Dahlan, uomo dai gesti teatrali, apriva serenamente il suo cellulare e chiamava Rashid Abu-Shabak seduta stante. "Abu-Khatem – gli chiedeva – perché non arresti Madmun?".
"Sappiamo che si trova nel campo profughi di Jabaliya – era la risposta – Il problema è che è costantemente circondato da altra gente. Non possiamo raggiungerlo".
"Abu-Shabak ha promesso che non dormirà finché non avrà catturato quel tizio", dichiarava Dahlan.
"In questo caso – concludeva acido il ministro israeliano – possiamo aspettarci mesi e anni insonni".
© Israele.net
(Di seguito, gli antefatti)
:: Mer 29.06.05
[continua]
"Non correre, pensa a noi" *

Non c'è che dire, avere dei 'punti fermi' dà una sensazione di tranquillità d'altri tempi. Ero bambino, quando nei locali e sui mezzi pubblici facevano bella mostra di sé i cartelli "E' vietato sputare", "La persona educata non bestemmia", "Vietato parlare al conducente". Erano in caratteri neri (in extra bold) su fondo d'alluminio, come i cartelli dell'olio d'oliva e quelli della farina doppio zero (00) sulla porta dell''alimentari'. O come quelli incisi sotto i finestrini della 'littorina', "Keine gegenstaende aus dem fenster werfen", severi e inequivocabili. E nelle ancora sparute seicento, nelle giardinette o nelle Lancia prima serie i cruscotti erano impreziositi da placche magnetiche con foto di bimbi e mogli sorridenti, e affettuose raccomandazioni: "Non correre, pensa a noi", "Ti vogliamo bene", "Sii prudente" (qualcuno azzardava, lasciando a sussurrare nell'intimità la bella sconosciuta che occupava il portafoto sin dalla fabbrica).
Dite quello che volete, ma in noi bambini quei messaggi infondevano fiducia e sicurezza. Sarà stato per la loro semplicità (o per la nostra), per la chiarezza, per l'autorità morale che da essi tutti promanava. Ci sentivamo insomma accolti e presi per mano.
Mi tornano in mente adesso, quelle sensazioni, alla notizia che il Papa, all'Angelus, si è raccomandato con gli italiani affinché usino prudenza nel viaggio verso i luoghi di villeggiatura: "Perché la vita è unica, va rispettata e protetta". E noi, fiduciosi e sicuri quando ci portano per mano, guideremo certo prudenti le nostre automobili a pedali. E al mare non indugeremo capricciosi in acqua allorché le nostre mamme ci chiameranno a riva; e terremo il capo sempre coperto sotto il sole e la pelle nivea ben spalmata; e non useremo secchiello e paletta per cospargere di sabbia la merenda del vicino. Né tantomeno, e questo lo giuriamo solennemente, insisteremo con lo sguardo sulle rotondità della nostra coetanea tredicenne dell'ombrellone accanto: per schivare i turbamenti o le strane idee che talvolta ci afferrano quando la notte è imminente.
"Perché la vita va rispettata e protetta", predica Benedetto XVI. "Perché io valgo", recita flautata una modella non meno assidua dallo schermo sonnolento del televisore. 
/BlogGlob]
:: Mar 28.06.05
Vette dell'umanità
"Il sistema di governo piu' avanzato" (l'Iran, of course)
by Wind Rose Hotel
A chi gli chiede come si regolerà con i prigionieri politici, Mahmud Ahmadinejad, il vincitore delle elezioni presidenziali in Iran, risponde nella maniera intelligentemente elusiva in cui solo quelli della sua specie sanno rispondere: «Sarei un dittatore se interferissi nelle decisioni della magistratura».
Se gli si parla di diritti umani violati afferma senza esitazione—esibendo una sensibilità degna dei Padri Fondatori degli Stati Uniti—che sì, anche lui è «preoccupato della violazione dei diritti umani da parte di superpotenze unilaterali».
La sua visione delle relazioni internazionali è quella di tutti i grandi statisti della storia, di coloro, cioè, che hanno lavorato alacremente e genialmente solo ed esclusivamente per far procedere il proprio Paese sul sentiero della pace e, nel contempo, dell'emancipazione da tutte le schiavitù: «E' finita l'epoca in cui certi Paesi si sentivano superiori agli altri. Il popolo iraniano è forte e avrà una presenza internazionale più attiva».
Il popolo iraniano è forte, sì, ed ora lo sarà sempre più. Perché? Che domande! Perché
«[l]a democrazia religiosa che vige nella Repubblica islamica d'Iran è il sistema di governo più avanzato dell'intero genere umano. Io ero un candidato indipendente e il popolo mi ha scelto per salvaguardare le sua grandezza. Con me governeranno i 70 milioni di iraniani».
[continua]
http://windrosehotel.splinder.com/1119886046#post/5145740
:: Mar 28.06.05
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|Domenica 26 Giugno 2005| |
Il Duca di Wellington e lo scudiero di Arcore
Cosa ci serve, cosa facciamo
by JimMomo
L'elenco delle cose che dovremmo fare sta nel programma che Tony Blair ha presentato al Parlamento europeo, ed è il tema dell'editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di oggi:
«L'economia italiana non cresce perché sopporta il peso di troppe rendite (nelle professioni, nell'energia, nelle comunicazioni) e di regole disegnate per proteggere i fortunati che hanno un posto di lavoro (nelle fabbriche, nelle aziende pubbliche, nelle università) a scapito di chi è escluso...
Completare il mercato interno là dove ancora non funziona: professioni, energia, servizi finanziari; delegare le decisioni sul finanziamento della ricerca a una agenzia indipendente sul modello della National Science Foundation americana: solo Italia e Polonia hanno votato contro questo progetto, nel nostro caso per l'opposizione della lobby dei ricercatori, terrorizzati dalla prospettiva che i fondi vengano assegnati sulla base del merito; smetterla di destinare metà del bilancio europeo agli agricoltori; meno aiuti di Stato alle aziende grandi e decotte, vedi Alitalia, e meno tasse per quelle piccole e di successo».
Berlusconi si definisce, insieme al premier britannico, «alfiere del nuovo corso», ma cosa fa concretamente, qui e ora, per inaugurare il nuovo corso in Italia? Assume 40 mila (dico 40 mila) precari della scuola, ne promette altrettanti per l'impiego pubblico, mentre Blair ha snellito la burocrazia di 80 mila impiegati e ne ha messi in mobilità altri 20 mila. Affida il programma per il 2006 al colbertista e quasi-no-global Tremonti, per non parlare dei recenti aumenti agli statali. Si sa, entriamo nell'anno elettorale, ma Berlusconi crede davvero di ottenere voti da ceti tradizionalmente ostili al centrodestra? Come pensa, invece, di ridurre la spesa pubblica e realizzare l'obiettivo "meno Stato"?
[continua]
http://jimmomo.blogspot.com/2005/06/cosa-ci-serve-cosa-facciamo.html
:: Dom 26.06.05
Succede, in America
di Massimo Gramellini
La Stampa, 24 giugno 2005
Nel Texas di Bush un cittadino americano che aveva lanciato una molotov inesplosa contro la moschea di El Paso è stato condannato a 14 anni e tre mesi di carcere. Dagli antibushisti d'Occidente ci si sarebbe aspettati un qualche riconoscimento per questa vituperata democrazia che punisce, e così duramente, chi compie atti ostili verso la religione dell'Undici Settembre. Invece silenzio, o al massimo la sottolineatura delle contraddizioni di un sistema che promuove le crociate e poi castiga chi decide di combatterle anche in casa propria.
Si dirà che ai figli d'Occidente non spetta esultare ogni volta che il padre compie il suo dovere: il loro compito è incalzarlo e denunciarne le magagne. Vero, ma a patto di riconoscersi parte della famiglia, anziché chiamarsene fuori di continuo in nome di un'equidistanza utopistica. I regimi non sono tutti uguali e, con tutte le sue zone oscure, quello di Washington resta quanto di meglio passi il convento planetario in tema di tutela dei diritti e applicazione delle leggi. Riconoscerlo non significa assolverlo dalle sue colpe, che sono tantissime, ma ricordarsi dei suoi meriti, che non sono minori e fanno parte della nostra storia. Dietro la sentenza di El Paso si sente il respiro di una civiltà cominciata da questa parte dell'Atlantico alcune migliaia di anni fa: non è obbligatorio andarne orgogliosi, ma è stucchevole continuare a vergognarsene.
:: Ven 24.06.05
Se l'Unione regala Tony alla destra
Il centrosinistra e il leader britannico
di Gianni Riotta
Corriere della Sera, 24 giugno 2005
Per capire che tipo di interlocutore avesse davanti, lo scrittore Leonardo Sciascia chiedeva talvolta «Lei, da che parte avrebbe combattuto a Waterloo?», sintetizzando nel suo modo elegante due opposte visioni del mondo. La Gran Bretagna razionale del Duca di Wellington, operosa e industriale, tollerante ma imperiale, libera nel rispetto sovrano della legge, contro la Francia figlia della Rivoluzione, madre dei diritti dell'uomo, innamorata di Napoleone.
La ragione riformista di Londra contro la passione utopica di Parigi simboleggiano un antico scisma progressista, filtrato nel Novecento dall'icona inglese Bertrand Russell, matematico, pacifista, saggio, contro il totem francese Jean Paul Sartre, filosofo, comunista, tormentato.
Il discorso di ieri del premier laburista Tony Blair, all'esordio della presidenza britannica dell'Unione Europea, ripropone il canone anglosassone, pur dichiarandosi «europeista appassionato». Il destino offre a Blair la guida dell'Europa giusto dopo la disfatta del presidente Jacques Chirac nel referendum contro la Costituzione. E la sua proposta è nel solco della tradizione londinese: mercato, efficienza, diritto e impegno nel mondo, non più sorretto dall'orgoglio imperiale vittoriano, ma dalla compassione socialista fabiana.
Il Vecchio continente vive confuso la tragedia della Costituzione perduta, la commedia della baruffa sul bilancio e l'epica del declino economico. Blair propone di innovare, senza imbalsamarsi in sussidi egoisti e goffi protezionismi, scommettendo sul futuro, per radicarsi tra Usa ed Asia.
Forte di otto anni di governo che hanno visto la disoccupazione restare bassa, la spesa sanitaria salire, la povertà tra i bambini ridursi e le pensioni minime per gli anziani crescere, Blair sa di non essere un orco.
I suoi risultati possono indurre nella sinistra italiana una salutare crisi di coscienza o una petulante paralisi. Tanto gioca contro Tony Blair: la nostra opposizione nutre rancore per l'appoggio all'odiato George W. Bush in Iraq e diffidenza per un socialismo democratico che si occupa di criminalità, lavoro, valori, trasformando un modello sociale che non possiamo più permetterci, né perpetuare ai figli.
Guerriero in nome della democrazia, nemico dello status quo, Blair è da molti considerato a sinistra avversario mascherato, non alleato da studiare. Insistere nella scomunica del premier laburista è un errore strategico, che può raccattare qualche consenso, ma si rivelerà una trappola se il centrosinistra tornerà al governo nel 2006. Allora, finiti i comizi, i leader dell'Unione, Prodi, Fassino, Rutelli, dovranno rimettere in moto la nostra grippata economia. Non è difficile che ce la facciano senza considerare, almeno in parte, le proposte di Blair: è impossibile.
Tanto vale allora tendere la mano al fratello separato, chiudere la diaspora dell'Iraq, discutere il piano sociale neolaburista. Blair lavora già sull'Europa ventura, con la democristiana Merkel cancelliere a Berlino e il gaullista Sarkozy leader a Parigi. Tra due conservatori Blair avrà bisogno di copertura da un premier italiano progressista. Negargliela vorrà dire isolarsi, con la Casa Bianca, nella Nato, all'Onu, nell'Unione Europea.
«Regalare» Tony Blair al centrodestra sarebbe futile testimonianza di una sinistra incapace di ben ordinare il Paese nel ribollente mondo globale: sarebbe schierarsi dalla parte sbagliata, a Waterloo.
:: Ven 24.06.05
Wellington Blair attacca e Bonaparte Chirac si sente già in esilio
Il Foglio, 24 giugno 2005
I britannici rompono le linee sulla Pac, Parigi perde due colonnelli sul campo e c'è una quinta colonna nella chiracchia
Tony Blair è il nuovo duca di Wellington nella battaglia per l'Europa? Lasciando il Parlamento europeo, il primo ministro britannico non risponde alla domanda del Foglio, ma ci concede un sorriso malizioso. Si è appena conclusa la sua prima giornata come futuro presidente dell'Unione europea, di cui è già il leader morale, impegnato nello scontro per trasformare la crisi "in un'opportunità" e "rinnovare" l'Europa. A chi gli chiede se voglia prendere il potere a Bruxelles, Blair risponde che la sua "ambizione è molto più modesta". Non esita a sparare cannonate di realismo contro le armate franco-tedesche, comandate dal napoleonico Jacques Chirac, che negli ultimi giorni lo avevano accusato di voler imporre la visione di un grande mercato a danno del progetto politico europeo. "Non soltanto è falso – dice Blair – ma è un modo per intimidire quelli che vogliono cambiare l'Europa, rappresentando il desiderio di cambiamento come il tradimento dell'ideale europeo". A Chirac, il cui obiettivo inconfessabile è "di spegnere il dibattito sul futuro dell’Europa", il premier britannico risponde che "gli ideali sopravvivono attraverso il cambiamento, muoiono con l'inerzia di fronte alle sfide".
La sfida di Blair è la "modernizzazione" dell'Ue, con un bilancio adeguato al mondo di oggi e con stimoli alla competitività. L'inerzia di Chirac è il non voler cambiare la Politica agricola comune (Pac) né il vecchio modello sociale europeo, oltre alla tentazione di bloccare l'allargamento. Il terreno dello scontro sono le prospettive finanziarie 2007-2013, la liberalizzazione dei servizi e l'orario di lavoro, l'apertura alla Turchia. Chirac dopo il referendum, come Napoleone dopo l'esilio all'Elba, ha perso il suo impero: l'asse franco-tedesco si sta dissolvendo, l'Italia è passata nel campo inglese, soltanto il Lussemburgo di Jean Claude Juncker prova a difendere gli interessi francesi.
:: Ven 24.06.05
[continua]
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|Mercoledì 22 Giugno 2005| |
Effetto serra sulle staminali *

Due interessanti articoli, di Carlo Flamigni su l'Unità e di Benedetto Della Vedova sul Corriere della Sera, si rincorrono e dialogano l'un l'altro, seppur senza saperlo.
Il prof. Flamigni, membro del Comitato nazionale per la bioetica, si interroga con la sua consueta franchezza sulle ragioni della recente sconfitta referendaria: «Una parte di quel 75% di assenti ha espresso un parere critico, negativo, sulla ricerca scientifica. Forse ha paura della scienza, forse non ama gli scienziati. A una Festa dell'Unità un compagno mi ha detto: "siete arroganti come i preti"». E riafferma la solidità di valori etici e di consapevolezza sociale cui la ricerca oggi si conforma, rivendicandone la piena autonomia.
Benedetto Della Vedova, invece, prende le mosse dall'ultimo bestseller di Michael Crichton (in cui gli ambientalisti "fondamentalisti" fanno la parte dei manipolatori dell'informazione e della pubblica opinione) per criticare «la dimensione catastrofista e millenarista presente in buona parte della cultura dell'ambientalismo militante, che spesso cede alla tentazione di acquisire consenso toccando le corde dell'emozione più che quelle della razionalità». E su cui sono stati fondati tanti falsi miti, come quello dell'"effetto serra".
A noi, da parte nostra, nessuno ci toglie dalla testa che dopo la vittoria (definitiva?) sul nucleare, dopo quella (parziale?) sugli Ogm, la cultura dell'ambientalismo "fondamentalista" (quella che nell'immaginario collettivo ha degradato la 'scienza' a 'magìa nera' e la 'ricerca' a 'manipolazione antiumana') possa orgogliosamente vantare tra i suoi successi anche l'indifferenza/diffidenza con cui il 12 giugno tanta parte dell'elettorato ha risposto agli appelli di un centinaio di scienziati e di mezza dozzina di premi Nobel sul tema della fecondazione assistita.
Come dire che "effetto serra" e "effetto Karol", senza nemmeno la presenza dei rispettivi ispiratori, sono stati in grado da soli di segnare il destino delle staminali! 
/BlogGlob]
- Carlo Flamigni, Le ragioni di una sconfitta
- Benedetto Della Vedova, Gli ambientalisti nei panni dei cattivi. Finalmente
:: Mer 22.06.05
Segnali di fumo
Carrozzelle d'Egitto
by Haramlik
(Parliamo d'altro, va'.)
C'è 'sto francese arrivato da poco che si fa una canna sul LungoNilo (evvabbe', può succedere, che vi devo dire...).
Quartiere Zamalek, il più fighetto del Cairo.
Il francese, lo chiameremo Gaston.
Gaston è lì pacifico che si fa una canna, dunque, quando gli si accosta una carrozzella col suo bravo cavallo e tutto.
"Vuoi fare un giro, amico?"
E Gaston, tutto in pace con il mondo, dice: "Ma sì!" e sale accanto al temibile cocchiere acchiappa-turisti, e partono.
Raggiungono il parco.
"Vuoi fare sesso, amico?"
"Uh, no, grazie..."
Del resto, come è noto, questo sensuale paese non è privo di volontari che, per passione o per arrotondare, cuccherebbero le 24 ore del giorno.
Proseguono e, dopo un po', il cocchiere fa salire una signora velata integrale (quelle che hanno solo una strisciolina aperta per gli occhi) accompagnata da un tipo grassoccio.
I due si mettono dietro e la carrozzella prosegue.
Prosegue, già: comincia a correre, la carrozzella, e Gaston - tutto fumato - è lì che sobbalza accanto al cocchiere e ulula: "Ma va' più piano, perché corri??" e non c'è verso, il cocchiere continua a correre, il cavallo sfreccia tra macchine e passanti e il francese ha il mal di mare, a furia di rimbalzare sul suo seggiolino.
E poi il cocchiere gli fa, indicando con un gesto la velata seduta dietro: "Bella donna, eh??"
Gaston, perplesso: "Bella donna? Ma se è tutta velata..."
E il cocchiere: "Davvero? Guarda dietro..."
E l'effetto del fumo gli passa di botto, a Gaston: del resto, si sa che alcune delle velate integrali che si vedono al Cairo sono prostitute che vogliono mantenere l'anonimato.
Quello che nemmeno io sapevo è che le carrozzelle fanno le veci degli alberghi a ore, al Cairo...
Succede di tutto, nell'intimità di quei tettucci che si tirano su per benino.
E per forza, che 'sto cocchiere correva: come lo giustifichi il sobbalzare di una carrozzella, se vai piano...?
http://www.ilcircolo.net/lia/000777.php
:: Mar 21.06.05
La coscienza di Bono
Della cancellazione del debito, ovvero della carità pelosa
by Simplicissimus
E così tutti contenti. I kattivissimi del G8, i potenti della terra, hanno deciso di cancellare il debito di 18 paesi di Africa e America Latina (Benin, Bolivia, Burkina Faso, Etiopia, Ghana, Guyana, Honduras, Madagascar, Mali, Mauritania, Mozambico, Nicaragua, Niger, Ruanda, Senegal, Tanzania, Uganda e Zambia), in gran parte a regime dittatoriale, ed è tutto un coro di lodi: il governo italiano è contento, i professionisti della cooperazione alla Sant'Egidio (Veltroni incluso) sono contenti, Bob Geldof, Bono e Jovanotti (e questa è la cosa che sta più a cuore alle masse preoccupate per le ansie dei loro beniamini rock, dovessero farsi venire la bua al cuore...) pure.
Unica voce fuori dal coro, tanto per cambiare, una voce radicale. La voce di Emma Bonino, una che in Africa, per capire meglio, ci è andata perfino a vivere. Una così ingenua e poco attenta a ciò che è trendy in campo progressista si è chiesta e chiede: Ma scusate, mi spiegate, tanto per fare un esempio, in che cosa giova alla popolazione ugandese il beau geste di cancellare il debito di stato a favore del dittatore Museveni?
Democrazia e libertà, e quindi (anche) controllo di ogni dollaro speso, questa è la via. Il resto è solo ipocrita carità pelosa, buona solo per sentirci più buoni.
http://www.simplicissimus.it/2005/06/della_cancellaz.html
:: Mar 21.06.05
La tortura che non fa notizia
Trovata a Karabila una «clinica della morte», centro di tortura della guerriglia sunnita. Ce n'erano una ventina anche a Falluja
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 20 giugno 2005
Impegnati in una battaglia casa per casa, per distruggere le basi degli insorti nei villaggi iracheni non lontani dal poroso confine con la Siria, i marines hanno scoperto, in un edificio di Karabila, una «clinica della morte», attrezzato centro di tortura della guerriglia sunnita. Ne avevano trovati una ventina anche a Falluja, nel cuore del famoso triangolo. Ma quelli erano «freddi», abbandonati e ripuliti frettolosamente dai ribelli. Quest'ultimo laboratorio di violenza e sevizie per intimidire la popolazione era invece ancora «caldo», perché non c'era stato il tempo di nascondere gli strumenti della sofferenza, e di far sparire (o eliminare) le vittime delle torture.
Oltre a cavi elettrici, manette, cappi per simulare o eseguire impiccagioni, i soldati americani hanno trovato infatti quattro prigionieri ancora in vita: preziosi testimoni che, forse per la prima volta, stanno rivelando gli inconfessabili segreti della resistenza più violenta, senza tacere particolari agghiaccianti. Sono ragazzi colpevoli di aver accettato l'«infamia» di un posto di lavoro nella nuova polizia irachena, magari per poter sfamare la famiglia, e quindi ritenuti complici del nemico; che avevano semplicemente rifiutato di trasformarsi in kamikaze; oppure che non accettavano di praticare l'odioso ricatto del sequestro di persona, come imponevano le istruzioni di un volumetto (edizione 2005) ritrovato nel carcere camuffato da deposito, con i vetri delle finestre anneriti: «Come scegliere i migliori ostaggi».
A parte un accurato reportage del New York Times, la scoperta della camera di tortura, nel villaggio di Karabila, si è diluita nella generale indifferenza. Come se fosse scarsamente rilevante, anche da parte di coloro che erano e sono rimasti contrari alla guerra all'Iraq, il ricorso a pratiche odiose e inaccettabili da parte di iracheni contro i loro fratelli. Il mondo era inorridito quando si alzò il sipario sulle torture e sugli abusi che alcuni soldati americani avevano inflitto agli iracheni, arrestati dopo la guerra e rinchiusi nella prigione di Abu Ghraib, che fu teatro delle orrende pratiche e delle brutali vendette che Saddam Hussein riservava ai suoi nemici. Proprio quel carcere iracheno, nel quale venivano massacrati gli oppositori del regime, scelto come simbolo di una dittatura insopportabile e da abbattere, era insomma diventato teatro di un altro crimine: con i nuovi detenuti umiliati nel corpo, nella dignità e nell'onore, e trasformati in volgare documentazione pornografica.
La coscienza del mondo era insorta, chiedendo giustamente un'esemplare punizione per i militari americani responsabili dello scempio. Oggi, per contro, il silenzio che accompagna la scoperta di altre torture e di altre vittime è grave e assordante. Può significare soltanto comprensione e tolleranza (con la scusa che si tratta di «episodi collaterali di una guerra sbagliata») per pratiche che ogni coscienza civile non può accettare, né giustificare. Mai. Non respingerle sdegnosamente è un atteggiamento razzista al contrario, quindi altrettanto colpevole.
Certo, qualcuno dirà che non possono essere simmetriche le responsabilità per gli abusi compiuti dai soldati della più grande democrazia del mondo, e quelle per le torture inflitte ai loro fratelli da iracheni che non sanno neppure che cosa siano la democrazia e i diritti umani, essendo cresciuti sotto uno dei regimi dittatoriali più feroci. Ma la verità è un'altra. Gli Usa hanno scoperto e denunciato le colpe di Abu Ghraib, e i loro soldati verranno puniti. Il silenzio sulla scoperta dei marines rasenta l'omertà ed è doppiamente colpevole: nei confronti dell'Iraq e di quei Paesi arabi, anche moderati, che continuano a tollerare il ricorso alla tortura, ritenendola necessaria pratica coercitiva, e magari giustificandola con la lotta al terrorismo internazionale. Eppure tutti sanno che non esistono torture veniali e torture mostruose, ma soltanto torture. Come non esistono dittatori buoni e dittatori cattivi, ma soltanto dittatori.
:: Lun 20.06.05
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|Domenica 19 Giugno 2005| |
Se non tornano i conti
Due visioni d'Europa
by Harry
Se dovessimo accontentarci delle cronache dal Consiglio europeo di Repubblica e del Corriere della Sera (on line, perché i cartacei non sono usciti per via dello sciopero), dovremmo concludere che ieri notte s'è avuto uno scontro in cui gli illuminati Chirac e Schroeder hanno dovuto fronteggiare l'offensiva di un Blair che ha voluto far fallire l'Unione europea.
Non è così e l'accusa a Blair di Jean-Claude Juncker, premier del Lussemburgo, è davvero ingenerosa e strumentale. Secondo Juncker, siamo di fronte a due idee di Europa, «quella di coloro che vogliono l'Ue solo come un mercato unico, anche se di alto livello, e quella di coloro che la vogliono integrata politicamente», lasciando intendere che i cattivi britannici sarebbero nella prima schiera e i franco-tedeschi nella seconda. Non è vero, perché in questo modo si uniscono le sorti di due discussioni diverse, quella sul trattato costituzionale e quella sul budget. Si sono contrapposte sì due visioni, ma in senso diverso da quel che sostiene il primo ministro del Granducato: non si capisce perché dare soldi ai contadini francesi significhi volere un'integrazione politica, mentre puntare sulla formazione e la ricerca significhi opporsi all'Europa politica.
[continua]
http://harry.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=553175
:: Dom 19.06.05
Conformismo o progresso?
La Spagna di nuovo in piazza
by 1972
E tre. Oggi in Spagna si protesta contro la legge che autorizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Quindici giorni fa Madrid fu teatro del rifiuto del dialogo con i terroristi di ETA (un milione di persone convocate dall'Associazione Vittime del Terrorismo), sabato scorso Salamanca fece sentire la sua voce contro lo smembramento dell'archivio della guerra civile a beneficio dell'indipendentismo catalano.
Zapatero è riuscito nella notevole impresa di far salire allo scoperto per ben tre volte in due settimane quella parte della società spagnola normalmente assai restia a manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Come nel resto d'Europa anche in Spagna la piazza è tradizionalmente di sinistra: che sia la guerra o lo sgombero di un casale occupato, le anime del progresso in salsa iberica hanno sempre fatto del centro delle principali città del paese il loro cortile di casa. Zapatero era in prima fila ogni volta che si trattava di gridare contro la guerra imperialista in Iraq, il suo partito sempre in testa ad ogni mobilitazione popolare contro il governo Aznar. Adesso le cose sono cambiate: il popolo non è più il popolo se non sta a sinistra, le manifestazioni non sono più espressione spontanea del sentimento comune ma metodi strumentali di lotta politica in mano ai militanti del Partito Popolare. D'altra parte governano i buoni, che bisogno c'è di farsi sentire?
[continua]
http://1972.splinder.com/1119088966#5068040
:: Sab 18.06.05
Primarie: sogno o incubo?
Il vaso di Pandora
by Phastidio.net
Dopo alcune settimane trascorse tra ultimatum, conciliaboli, estemporanee manifestazioni di piazza di attempati girotondini bercianti, minacce di scissione ed anatemi vari, è finalmente tornato il sereno nella caotica disUnione. Romano Prodi, dopo aver definito "un suicidio politico" la scelta di Rutelli di schierare il simbolo della Margherita nel proporzionale, e dopo aver minacciato la scissione di quel 20 per cento del partito che non aveva accettato la scelta di Rutelli, estrae dal cilindro un coniglio piuttosto spelacchiato, e trova la "quadra": niente lista unitaria, e reintroduzione delle primarie per definire il candidato premier della coalizione. In tal modo, il Professore spera di ottenere quella mitologica investitura popolare che risulta necessaria per un leader politico che di fatto è privo di un proprio partito.
[continua]
http://phastidio.net/2005/06/18/il-vaso-di-pandora/
:: Sab 18.06.05
Ma l'America non aiuta i moderati
di Fiamma Nirenstein
La Stampa, 17 giugno 2005
«Il Consiglio dei Guardiani» sembra il titolo di un libro giallo a sfondo medievale: invece è la realtà delle elezioni in Iran. Con attenzione quasi patetica l'occidente cerca di scorgere nelle elezioni di oggi una speranza di democratizzazione, ma la realtà è che i Guardiani ne hanno già vanificato il significato. Non solo: queste elezioni, segnate da un dissenso giovanile quasi totale, da coraggiose manifestazioni subito represse e dal distacco deluso della popolazione che promette al massimo un 30 per cento di partecipazione. Per forza: il vincitore più probabile è Ali Akhbar Hashemi Rafsanjani, un miliardario ben accetto ai Guardiani, che l'occidente definisce «pragmatico» ma la cui precedente presidenza è stata accompagnata da grandi violazioni di diritti umani e da sospetti verso il regime di sostegno a importanti atti di terrorismo, come quello di Buenos Aires del 94.
Una prospettiva di fronte alla quale gli iraniani si sentono abbandonati: Bush ha ricevuto alla Casa Bianca i militanti dei diritti umani di Mosca, della Nord Corea, del Venezuela, ma non quelli iraniani. Gli Usa così scoraggiano i dissidenti e i pacifisti dei Paesi mediorientali, che pure sono tanti; e se un domani la gente di Teheran, come ha fatto quella di Kiev e di Beirut decidesse di scendere in piazza contro i risultati elettorali, sentirebbe di non avere nessuno alle spalle. I dissidenti dei Paesi mediorientali certo in questi giorni non leggono un incoraggiamento nell'atteggiamento americano.
E i moderati? Dove sono? Anche se il principale candidato riformista, Mostafa Moin, ministro nel governo Khatami, adesso è stato riammesso a correre dopo essere stato squalificato, il Consiglio ha colpito duro. Ha preselezionato mille candidati, e ne ha ricavato una lista di sette, tutti conservatori fuorché uno, aggiungendovi poi Moin e Nohsen Mehralizadeh. Tutte le ottantanove donne che si sono presentate sono state eliminate. Amir Taheri, un famoso esperto di Iran, spiega anche che «tutti i candidati sono vecchi impiegati del governo, cinque sono "Guardie rivoluzionarie". La maggioranza si dichiara del ramo iraniano degli hezbollah».
Durante la campagna elettorale, nelle parole del leader supremo Ali Khamenei, il voto si è trasformato da «dovere nazionale» a «dovere religioso». L'ultraconservatore Ahmad Janati si è spiegato ancora meglio: «Ci aspettiamo che i votanti si esprimano con un grande "Morte all'America" andando alle urne». Tutti e quattro i candidati conservatori sostengono oltre alla censura, e alla repressione delle idee occidentali, anche l'odio verso gli Usa e la distruzione di Israele. In sostanza, sullo sfondo, c'è la determinazione a proseguire col nucleare, guadagnando tempo in trattative con l'Europa.
Moin parla con coraggio di diritti umani e attacca il potere clericale e i suoi Guardiani; se la gente andasse a votare, potrebbe vincere, ma resterebbe su di lui l'ala nera del boicottaggio dei conservatori e anche dei «pragmatici» che hanno già rovinato Khatami. In realtà, i Guardiani sono a tutt'oggi padroni a casa loro sia che la gente vada a votare sia che decida di asternersi. Quanto a Israele, teme lo sviluppo nucleare e seguita a sentire i missili Shihab puntati verso di sé con la scritta che portavano alle ultime parate: «Questo è per te, Tel Aviv».
:: Ven 17.06.05
Non si sa mai
Il narcisismo intellettuale
by Capperi!
Da mesi Ferrara usa il giornale di cui è direttore, "Il Foglio", per condurre una battaglia appassionata in favore del no al referendum sulla procreazione assistita e, ora, per celebrare la "grande vittoria". Non solo la maggior parte degli articoli ha trattato questo argomento ma la maggior parte degli articoli lo ha fatto con la passione che si mette nelle battaglie epocali. Certo, se Ferrara si presentasse come un sentimentale, come un fervente cattolico o magari come "un'anima bella", tutto questo si potrebbe capire. Invece si presenta come un uomo razionale, all'occasione al di sopra delle beghe dei partiti e perfino al di sopra d'una precisa presa di posizione in materia di religione: e allora c'è da rimanere perplessi.
Probabilmente la spiegazione non va cercata nelle sue idee quanto nel suo narcisismo. Alcuni intellettuali non si limitano ad amare le idee ma anche e soprattutto l'immagine di se stessi che amano quelle idee. Quando esse sono nobili e gratificanti, il narcisista - con l'alibi di difenderle - si lascia andare alle pose più suggestive, alla passione che non rifugge neppure dal sarcasmo per le posizioni altrui, agli atteggiamenti gladiatori. Crede di combattere una battaglia mentre di fatto si esibisce: un po' come l'attore che, nella parte di Amleto, deve essere in grado di tirare di scherma sul palcoscenico.
Ferrara, in questo campo, non è neppure il peggio: il primato spetta incontestabilmente e per sempre ad Oriana Fallaci. La quale è il monumento vivente ad Oriana Fallaci. Per costei tutte le battaglie sono epocali, tutte le affermazioni devono essere perentorie, tutte le frasi devono essere una presa di posizione che il lettore è obbligato a sposare. Se in Ferrara si può sospettare a volte qualche forma di autoironia, nella Fallaci essa è impossibile. Ella non è capace di fare ironia su se stessa, non più di quanto ne sarebbe stato capace - si può immaginare - Maometto.
L'entusiasmo è molto spesso la conseguenza d'una ristrettezza di punto di vista. Solo l'ingenuo può credere che c'è un'unica squadra di calcio che merita la sua ammirazione; solo un integralista può pensare che nessuna persona ragionevole potrebbe avere un'altra religione; solo un fanatico può pensare che il suo partito politico abbia sempre ragione e meriti l'applauso mentre gli altri sono soltanto un'associazione di semi-delinquenti. Se dunque si scopre entusiasmo in una persona intelligente e razionale, c'è pensare o che stia fingendo, come può essere dovere istituzionale di figure morali come i sacerdoti, i presidi e perfino il Presidente della Repubblica e il Papa; oppure che, se non sta fingendo, si sia innamorato della propria immagine mentre manifesta quell'entusiasmo.
Si poteva sperare che almeno una persona dalla celebrata intelligenza come Giuliano Ferrara non cadesse in questo errore: ma è avvenuto. Si è sbagliato chi se l'era immaginato diverso e in realtà, non si sa mai. Come dice un proverbio francese "il ne faut jamais dire: fontaine, je ne boirai pas de ton eau", non bisogna mai dire, fontana non berrò della tua acqua.
Gianni Pardo
http://www.capperi.net/
:: Ven 17.06.05
Se fossimo seri, dovremmo sbarazzarci dei cialtroni (II)
Cialtroni 3
Aspirine scadute
di Massimo Gramellini
La Stampa, 16 giugno 2005
Chi ha votato Berlusconi premier, ma forse soprattutto chi non lo ha votato, era convinto che un uomo d'impresa abituato a prendere oltre cento decisioni al giorno (parole sue) avrebbe tentato di rivoltare l'Italia come un calzino. Agli uni sembrava una benedizione, agli altri un regime, ma che si sarebbe verificato erano in pochi a dubitarne.
Fra quei pochi Montanelli, che già negli Anni 50 descriveva l'Italia come un malato che invoca il grande chirurgo ma finisce sempre per affidarsi al medico condotto, quale secondo lui era stato persino Mussolini fra le due guerre, quando anziché impugnare il bisturi si era limitato a prescrivere le solite aspirine.
Ci inchiniamo al fiuto del grande Indro: anche Berlusconi ha governato con le aspirine, e pure scadute, come dimostra lo spettacolo avvilente di queste ore, con un governo che continua a coniugare al futuro i tagli di qualsiasi tassa, non tocca un solo interesse consolidato per paura di perdere le elezioni e non riesce a trovare una soluzione decente per la presidenza Rai e neppure a far lavorare i suoi parlamentari, costringendo i ministri a correre alla Camera per rimpinguare le pigre schiere della maggioranza. Sarebbe dunque questo il thatcherismo che ci era stato venduto in offerta speciale? Al confronto Rumor e Forlani erano decisionisti. Governare da democristiani è un lusso che non ci si può concedere in tempi di crisi. Tanto più se a comportarsi come tali non sono nemmeno i titolari del brevetto, ma qualcuno che ne fa goffamente le veci.
Cialtroni 4
Il paradosso dell'Unione
di Massimo Teodori
Il Giornale, 16 giugno 2005
Gli elettori si interrogano quale sia la vera ragione dello scontro tra Prodi e Rutelli che sta portando alla frantumazione della Margherita, quello che dovrebbe essere il pilastro di centro dell'Ulivo o, se si preferisce, della cosiddetta «Unione», un nome che è un paradosso.
Qualcuno pensa che si tratti solo di una lite tra personalità diverse che si contendono la leadership del partito. L'impressione è veritiera solo in minima parte. È sì vero che il professore di Bologna, con il riflesso del vecchio indipendente di sinistra, vuole la lista unitaria di tutto l'Ulivo in maniera che non si possano contare le sue truppe, e invece che il più giovane leader romano si batte per una lista autonoma nel proporzionale in modo da far valere all'interno della coalizione i suffragi più moderati in gran parte provenienti dall'ex sinistra democristiana. Ma, in realtà, v'è pochissimo scontro di impostazioni ideali, di visioni politiche e di obiettivi programmatici poiché le divergenze si arrestano alla soglia della pura tattica elettorale. La ragione della lotta di tutti contro tutti nella Margherita dipende in verità dall'assenza pressoché totale di un programma condiviso e di una strategia a lungo respiro in grado di rappresentare una decente piattaforma di governo. Prodi e Rutelli litigano non perché hanno visioni diverse su ciò che vorrebbero fare domani nel governo di un eventuale centrosinistra vincente, bensì per la ragione opposta, cioè per l'assenza di solide differenze politiche tra loro. Le liti e le scomuniche sono tattiche. Per rendersene conto basta leggere le dichiarazioni dei due leader.
Questa l'argomentazione di Prodi: «Non posso obbligare la Margherita ad avere una linea diversa da quella che ha deciso ma io credo che ci voglia altrettanto rispetto per la mia posizione in cui io cerco di portare avanti la lista unitaria con coloro che condividono la medesima linea». E questa la replica di Rutelli: «Addolora e preoccupa che una componente della Margherita non escluda uno scisma. Ci batteremo per scongiurarlo perché sarebbe un fattore di divisione e crisi per tutto il centrosinistra. Ribadiamo che su queste basi sia possibile dare a tutti e da parte di tutti, incluso Romano Prodi, la garanzia di unità, collaborazione e fiducia comuni».
Mi sembra che si sia tornati al lessico partitico di una volta. In altri tempi si sarebbe parlato di «aria fritta». Qualcuno saprebbe dirmi in cosa si differenziano Prodi e Rutelli nella politica economica, nella politica estera, nella politica istituzionale? Qualcuno saprebbe spiegare come i due esponenti, che dovrebbero rappresentare il centro nella coalizione, si pongono nei confronti di Bertinotti, Cossutta, Pecoraro Scanio e compagni? La dialettica politica, quando è reale, costituisce qualcosa che arricchisce partiti e coalizioni. Quando invece si parla solo di unità e scissioni, siamo al puro balbettìo. Ciascuno ha maggiore o minore simpatia per l'immagine dei dioscuri separati della Margherita. Ma quel che più preoccupa è che, dietro al cosiddetto partito centrista che si propone alla guida del governo nell'alleanza di sinistra, non si intravede alcuna coerente e affidabile direzione di marcia. La debolezza politica e programmatica sia di Prodi sia di Rutelli, e l'aspra divaricazione dei rispettivi gruppi, fanno ritenere che l'eventuale governo dell'Ulivo o del centrosinistra, riposerebbe sostanzialmente nelle mani dei più decisi Democratici di sinistra, a loro volta condizionati dalla sinistra radicale. Verrebbe la voglia di dire che a beneficio della democrazia tutta sarebbe tempo che anche nella Margherita si passasse dai nominalismi e personalismi al confronto politico e programmatico. Perché, quale che siano i risultati delle prossime elezioni, il Paese ha diritto di sapere a chi si affida e per cosa si appresta a votare.
m.teodori@agora.it
Vedi anche:
- Buffonate pericolose
- Quando il Cavaliere disse: in viale Mazzini non sposterò una pianta
- Rai fiction: ma lo sanno che li vediamo? *
- Se fossimo seri, dovremmo sbarazzarci dei cialtroni
- Il sistema feudale che imprigiona il nostro Paese
- Posizioni sbagliate
:: Gio 16.06.05
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|Mercoledì 15 Giugno 2005| |
The Arabic Truman Show (IV): israeliani "untori" *
E' davvero indegna e vergognosa la campagna d'odio condotta contro Israele. Anche in un momento in cui gli sforzi di tutte le persone ragionevoli sono tesi alla ricerca di soluzioni politiche amichevoli e durature, in primis mediante il ritiro unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza, c'è chi getta benzina sul fuoco ricorrendo a menzogne ridicole e alla diffamazione gratuita. Se poi a farlo è l'Autorità Palestinese, cioè l'organo di autogoverno delle popolazioni dei territori occupati, questo la dice lunga sulle vere intenzioni dei vertici politici palestinesi e sulle prospettive di pacificazione della regione.
/BlogGlob]
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Autorità Palestinese: ''Israele distribuisce cibo cancerogeno''
di Roee Nahmias
YnetNews, 14 giugno 2005
L'Autorità Palestinese accusa Israele di diffondere deliberatamente il cancro fra i palestinesi distribuendo prodotti che contengono un dolcificante artificiale, la saccarina, che in realtà è usato anche in Israele e gode dell'approvazione della Food and Drug Administration statunitense.
La saccarina, principale ingrediente della diffusissima polvere dolcificante "Sweet n' Low", venne sospettata anni fa di avere poteri cancerogeni, ma il suo utilizzo è stato completamente approvato dalla Food and Drug Administration sin dal 1977, dopo che non era emersa nessuna prova della sua pericolosità. "Sweet n' Low" è uno dei dolcificanti più diffusi nel mondo, ed è comunemente utilizzato anche in prodotti alimentari commercializzati in Israele.
Ciò nondimeno il ministro dell'ambiente palestinese Yousef Abu Safieh, in un'intervista pubblicata martedì sul quotidiano arabo edito a Londra al-Shark al-Awsat, ha accusato Israele di produrre bevande con saccarina allo scopo specifico di distribuirle nei territori palestinesi.
Abu Safieh ha anche detto che le autorità egiziane avrebbero scoperto presso il confine con Israele due camion carichi di giochi per bambini che emetterebbero radiazioni cancerogene.
Non è la prima volta che autorità palestinesi accusano Israele di diffondere deliberatamente vari tipi di malattie fra i palestinesi di Cisgiordania e striscia di Gaza. Yasser Arafat accusò spesso Israele di fare uso di "uranio impoverito", mentre sua moglie Suha disse pubblicamente che Israele distribuiva caramelle avvelenate ai bambini palestinesi.
Israele ha sempre respinto le accuse.
© Israele.net------------------------------ Fine testo ------------------------------
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Vedi anche:
- All'origine dell'odio (di Carlo Panella)
- "Sterminare gli ebrei, soggiogare i cristiani"
- Abu Mazen: Un crimine la nascita di Israele
- The Arabic Truman Show (III): storia vera d'una strage inventata *
- The Arabic Truman Show (II): tsunami israelo-americano *
- Ma Israele esiste davvero? *
- Anche la verità spiana la via verso la pace
- Nella soap di Teheran gli israeliani rubano organi ai palestinesi (di Tatiana Boutourline)
- I mali dell'integralismo religioso
- Le ragioni dell'odio
- Il terrorismo non è una via obbligata
- The Arabic Truman Show (I) *
- "Stringere la mano a un ebreo? Mai, poi dovrei tagliarmi la mia!"
:: Mer 15.06.05
"I vincitori morali sono i 'No'"
Referendum/13
by Far finta di essere sani
Un po' di cose sparse, e poi per un po' basta (oddìo, non garantisco).
La certezza, mi pare, è che hanno perso i referendari: il 90% del 26% degli aventi diritto è una batosta. Qualcuno, Capezzone per dire, l'ha riconosciuto con serietà. Qualcun altro, stando ai primi commenti a caldo, l'ha presa come sarebbe stata da prendere, cioè allo stesso modo in cui l'avrei presa io se avessero vinto i sì: restando della propria opinione, continuando a ragionare, insistendo nel far valere le proprie ragioni in attesa di tempi migliori e nuove occasioni per ridiscuterne (che naturalmente ci saranno). Qualcun altro l'ha presa male, mettendosi ad augurare figli malati a destra e a manca, inacidendosi col popolo bue in genere, ritirando fuori lo squallore della superiorità antropologica, insomma cose così (la Raffa renderebbe il concetto con un'espressione icastica cui è avvezza e che qui non ripeterò per non offendere nessuno, tuttavia renderebbe perfettamente l'idea). Del resto, a perdere bene ci vuole talento. Davvero: tutto il livore (scondito di understatement, di finezza politica, anche solo di semplice ironia) che vedo in giro per la blogpalla (ribadisco: mica tutti, neh) mi amareggia e mi fa pensare che alla fin fine se la siano un po' meritata.
Su chi abbia vinto secondo me invece si può aprire il dibattito.
Che si tratti degli astenuti consapevoli ho qualche dubbio, esattamente gli stessi dubbi che avevo a proposito della plausibilità della strategia. Tutto dipende da quale fosse lo scopo: far fallire il referendum, difendere la legge 40, conquistare menti e cuori alle proprie posizioni. E le tre cose mi pare siano molto diverse tra loro. La prima è stata colta in pieno; la seconda mah, la terza proprio no, e secondo me era l'unica che valesse davvero la pena, soprattutto nella prospettiva "cattolica" (e il fatto che sia stato lo scopo più bellamente e programmaticamente ignorato la dice lunga sulla "cattolicità" della posizione astensionista, ma tant'è).
Resterebbero, infine, quelli che hanno votato no. Non so se qualcuno s'incazzerà, ma provo a dirlo lo stesso: secondo me quelli che hanno votato no sono i veri vincitori morali di tutto l'ambaradan (e dico morali non per caso). Mi pare che i numeri dicano che i no avrebbero potuto vincere, non di molto, anzi di un'incollatura, ma avrebbero potuto: ipotizzando che la stragrande maggioranza di chi aveva intenzione di votare sì lo abbia effettivamente fatto e immaginando una partecipazione al voto tale da far raggiungere il quorum, mi pare si possa ipotizzare un 48 a 52 circa a favore del mantenimento della legge così com'è (cioè: il 23% abbondante di sì sul corpo elettorale che c'è effettivamente stato corrisponde, più o meno, al 48% del 50%+1 dell'elettorato, se non ho sbagliato i conti). D'accordo, magari i no non sarebbero stati così tanti, ma allora non si sarebbe comunque raggiunto il quorum. E però tutto ciò è davvero fantapolitica (o magari archeopolitica, cioè politica che sarebbe potuta essere e non è stata, forse per una scelta miope di chi ha avuto paura di perdere, da Ruini a Ferrara).
Insomma, io la festa danzante di Angelo (per dirne uno) un po' la capisco, ma solo un po', il che significa che alla fin fine non la capisco.
http://farfintadiesseresani.blog-city.com/referendum13.htm
:: Mar 14.06.05
Il grande freddo
Pessimisti
by Left Wing
La bassa affluenza alle urne segna una sconfitta pesante per chi come noi aveva sostenuto il referendum. E come sempre accade in questi casi, ora tra gli sconfitti si farà fortissima la tentazione di abbandonarsi all'amarezza e alle recriminazioni: qualcuno tornerà a vaneggiare di un paese antropologicamente di destra, qualcuno accuserà la sinistra di eccessiva timidezza, qualcuno dirà che la smania referendaria contro le leggi volute dal Governo Berlusconi finisce sempre per fare il gioco dell'avversario, tanto più su materie così delicate e complesse. Salvo la prima, in tutte queste recriminazioni ci sarebbe qualcosa di vero. Ma ci sarebbe anche molto di inutile. I sostenitori della legge 40 che hanno deciso di difenderla facendo mancare il quorum già cominciano a sostenere di aver vinto la partita. Occorre prepararsi a smentirli sul terreno della politica, del dibattito e del consenso, invece di prendersela con l'arbitro e i guardalinee (che pure non hanno certo brillato). I nostri avversari hanno ottenuto esattamente quello che avevano chiesto: l'annullamento della gara. E in ogni campionato che si rispetti questo significa semplicemente che quella partita dovrà essere rigiocata.
http://www.leftwing.it/index.php?id=263
:: Mar 14.06.05
"Pulvis es..." *
(La Repubblica online) "Cocaina nella Milano bene, 13 arresti. Importavano la droga dal Messico, rivendendola ai clienti dei locali notturni. Coinvolto un INDUSTRIALE DEL MARMO."
Ma che cazzo sniffano questi?!
/BlogGlob]
:: Lun 13.06.05
Qui[bus] pro quo[rum] *
Interrogato da una tv privata, un signore di mezza età all'uscita dal seggio dichiara di aver fatto il suo dovere di elettore, ma di essere seriamente preoccupato "per il raggiungimento del quibus".
Su questo, di sicuro gli italiani non sono divisi.
/BlogGlob]
:: Lun 13.06.05
Guardie svizzere
Lanterna rossa
di Guido Ceronetti
La Stampa, 29 maggio 2005
Purtroppo, qua, non ci sono né Machiavelli né Saint-Just a ricordarci che cosa dovrebbe essere una repubblica, con un regime repubblicano. La pressione dell'assolutismo papistico caratterizza quasi tutta la realtà italiana. L'ingiunzione della Gerarchia a non votare per il referendum è una madornale ingerenza straniera, che un governo col senso dei limiti rispettivi respingerebbe seccamente, invitando tutti, cattolici e non cattolici, a non disertare il voto. Inutile aspettarsi questo; allora non resta che la ribellione individuale, andare silenziosamente a mettere qualcosa nelle urne.
Sia pure un voto bianco. Io credo farò così, ne ho sentite troppe, sono sazio di opinioni bioetiche, ho voglia di occuparmi d'altro, metto il risultato del 12 giugno tra le cose che gli Stoici definivano indifferenti. Non mi va d'incrementare le nascite per violenza medica, né d'incrementarle, semplicemente, poveri bambini destinati a Moloch, al minotauro, condannati a non essere liberi, alla castrazione preventiva delle ali. Ho amato e cercato una medicina umana, ma quella che viene avanti non ha volto umano: la sua faccia è nascosta e temo sia una faccia bruttissima, priva di occhi. Facciamoci da parte: l'uomo, qualunque cosa si tenti per salvarlo, è perduto.
Se i vescovi indicassero agli ubbidienti come votare lo troverei legittimo. Un'opinione tra le altre, motivabile. Se gli va di conservare la legge 40, sarebbe un'ottima occasione per assicurarne l'intangibilità, entrando nell'agone. Predicare l'astensione è invece molto grave: tende a modificare subdolamente il gene della democrazia, alla quale se togli il voto e la libertà di andare al seggio hai tolto quasi tutto, ne hai rinnegato l'essenza; qui l'ingerenza si fa Zarkawi incruento, non minaccioso, non mortifero, e tuttavia intimatore, sopraffattore, gentilmente terroristico. Ci avviciniamo alla repubblica islamica iraniana: il potere civile stabilisce una regola, però se l'ayatollàh vuole contrastarla la regola va in fumo. Mettiamo che lo Stato costruisca un'autostrada: un potere estraneo forte ingiunga di non percorrerla, che cosa facciamo? Lo Stato resta a guardare il suo nastro d'asfalto aperto per nessuno? Il 12 giugno spenderà un mucchio di denaro pubblico per la giornata elettorale: invisibili guardie svizzere incrociano le alabarde davanti ai carabinieri visibilmente incaricati di tenere le entrate aperte, sarà ancora repubblica italiana quella?
Quién mucho se baja, el culo enseña, dice la sapienza popolare castigliana. Già è fastidioso che lo facciano le ragazze coi loro sbracati jeans sempre più bassi davanti e dietro; che lo faccia lo Stato - i suoi rappresentanti tacitamente o apertamente complici dell'ingerenza vaticana - dà un certo disgusto.
Dai predicanti, grovigli di tentacoli, guardarsi. E dei troppo persuasi di qualunque verbo diffidare sempre è salute. La scienza, scrisse in una lettera Werner Heisenberg, è stata molto utile all'umanità fino ai primi decenni del secolo: dopo, non ha più cessato di far paura.
:: Sab 11.06.05
Transumanze *
"Astenersi da tutto ciò che è odioso a Dio". "Non manomettere la vita nascente".
(Un Pastore che ha poca fiducia nel suo gregge. E lo capiamo)
* * *
"I veleni gettati in questa campagna referendaria hanno oltrepassato ogni livello di guardia. Il mio silenzio è stato strumentalizzato".
(Un pastore nel quale il gregge ha poca fiducia. E dagli torto)
/BlogGlob]
:: Ven 10.06.05
Bentornata!

[Bellissima]
:: Gio 09.06.05
Strasburgo ladrona
di Massimo Gramellini
La Stampa, 9 giugno 2005
Con una mozione La Russa-Bertinotti firmata da tutti i partiti e approvata d'urgenza da Camera e Senato all'unanimità, i politici hanno deciso di dimezzarsi lo stipendio a partire dal...
A spingerli verso il clamoroso gesto è stato l'articolo del «Times» in cui si rivela che i deputati italiani al Parlamento Europeo guadagnano come nessun altro: il doppio dei francesi, più del quadruplo rispetto agli spagnoli. E non in base al merito o a un'estrazione di pacchi, ma in virtù di una legge che aggancia lo stipendio dei padri della patria europea a quello percepito dai parlamentari nazionali. In sostanza, se un italiano a Strasburgo incassa 144.000 euro all'anno (extra esclusi, ma vivacissimi) contro i 62 di un francese e i 35 di uno spagnolo è perché anche un onorevole di Roma accumula più reddito dei colleghi di Parigi e Madrid.
La scoperta che l'azienda della politica è l'unica a vantare una «leadership» europea nel suo segmento di mercato ha riempito di orgoglio i nostri rappresentanti, che in un mese fatturano quanto un deputato lettone in un anno. Purtroppo la rivelazione che a pagare i loro stipendi, anche in Europa, non è il contribuente lettone ma quello italiano, ha gettato un'ombra su questo entusiasmo. L'idea di darne la colpa ai terroristi, ai qualunquisti e ai giornalisti, pur presa in considerazione, è stata scartata per motivi di ordine pubblico. Si è così provveduto a un intervento immediato di autoriduzione, che come già detto entrerà in vigore il... Tassativamente.
:: Gio 09.06.05
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|Mercoledì 08 Giugno 2005| |
Mille e una Fatwa
La società araba si occidentalizza, ma resta la vecchia usanza dell'anatema morale
di Francesca Paci
La Stampa, 8 giugno 2005
Uno degli ultimi anatemi dell'Islam duro e puro si è abbattuto sullo yoga. Alcune settimane fa la «gar fatwa», la casa delle fatwa, una delle massime istituzioni religiose egiziane, ha messo al bando la disciplina nata nella valle dell'Indo 6 mila anni fa e aggiornata in versione «home video» da Jane Fonda. «Un'aberrazione», secondo i muftì ultraconservatori del Cairo, che vedono nella grande diffusione di questi esercizi per la ricerca dell'equilibrio interiore la minaccia della concorrenza spirituale dell'ascetismo induista. «Chi cerca nello yoga il training mentale può trovare uno strumento analogo nell'Islam», suggerisce Mohammad Al Musayar, docente di teologia all'università di Al Azhar. Per esempio, continua lo studioso, «il Corano invita a svegliarsi a mezzanotte e rivolgere lo sguardo meditativo al cielo recitando alcuni versetti». E poco importa che, come ricorda il giornalista del quotidiano «Al Gomhuria» Mahmoud Nafae, «il 90% dei musulmani pratica lo yoga, incurante delle sue origini mistiche». Dove la dottrina religiosa legifera, il margine per la discussione è un campo minato riservato ai coraggiosi dissidenti.
Il termine «fatwa», che indica un parere giuridico espresso dai dottori del diritto islamico, è entrato ormai di fatto nel nostro vocabolario. Come il «jihad», la guerra santa, l'«hijab», il velo portato sul capo dalle donne musulmane, i «mujaheddin», i combattenti per la fede, la «umma», la grande famiglia del Profeta Maometto. Parole arabe che, dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, abbiamo imparato in fretta dalle prime pagine dei giornali, nel tentativo di comprendere ai tempi supplementari una cultura differente e percepita come ostile. Con il rischio d'identificare, erroneamente, il culto professato nelle moschee con le sue distorsioni politiche.
In Europa e negli Stati Uniti si tende a confondere la «fatwa» con l'equivalente musulmano di un pronunciamento del magistero pontificio cattolico, un diktat inderogabile per tutti i fedeli. In realtà, spiega Massimo Introvigne, fondatore del Centro studi sulle nuove religioni (Cesnur), «la "fatwa" è l'opinione di uno o più giuristi, tecnicamente vincolante solo per i loro discepoli diretti». Tanto autorevole, dunque, quanto coloro che la firmano.
Il problema, semmai, è il numero dei pareri espressi e la varietà di argomenti coperti. L'Islam politico fa abile uso delle nuove tecnologie. Dal tele-imam del canale satellitare «Al Jazeera», sheikh Yussef al Qaradawi, padre spirituale dei Fratelli Musulmani e capo del Consiglio Europeo delle Fatwa e della Ricerca (Ecfr) di Londra, ai cyberpredicatori, le interpretazioni del Corano si moltiplicano ad uso della comunità musulmana globale. La Rete, soprattutto, è diventata negli ultimi anni il megafono da cui diffondere indicazioni e precetti comportamentali ai fedeli della diaspora che vivono in Italia, Francia, America.
Le ragazze possono cantare di fronte ad un uomo?, domanda al sito http://www.islamtoday.com/ un giovane magrebino immigrato in Europa, sicuro a priori del divieto, ma confuso per aver letto che «alcune fanciulle musulmane accolsero l'arrivo di Maometto a Medina con musica e danze». Sheikh Umar al-Muqbil risponde: «Dobbiamo distinguere tra sentire e ascoltare. Il Profeta sentì cantare delle voci femminili, ma non le ascoltò mai intenzionalmente. Allah ordina alle donne di non stimolare il desiderio degli uomini. Il canto non è forse una forma di malia?». Bando a Madonna e Jennifer Lopez, sentenziano i teologi senza se e senza ma. Così come ai divertimenti notturni, precisa in un'altra «fatwa» sheikh Salman al-Oada: «I night club sono assolutamente proibiti. Un musulmano non può neppure partecipare alla costruzione di uno di questi posti, se per esempio fa il muratore, figurarsi al di fuori del lavoro». Un temerario navigatore azzarda chiedere dov'è che il Corano condanna l'omosessualità, e il dotto Abd al-Wahhâb al-Turayrî taglia corto: «Senza ricorrere alle scritture, che pure su questo punto sono molto chiare, l'Islam proibisce espressamente il sesso al di fuori del matrimonio». E gli uomini, tranne rarissime eccezioni occidentali, non possono sposarsi.
Le questioni sono centinaia, tutte diverse. Dubbi, paure, insicurezze. Prova, se mai ce ne fosse bisogno, dello spaesamento che rende gli emigrati eternamente stranieri, anche dopo anni di residenza all'estero. La religione è un'àncora ai valori tradizionali. Gli uomini possono indossare collane? No, replica, sempre su Internet, il «Fatwa Department Research Committee»: «Il marito non deve copiare l'abbigliamento e gli accessori della moglie». E i denti d'argento? «Solo per ragioni mediche». Qual è il metodo «islamico» per conquistare una fanciulla? «Domanda vaga. Perché vuoi conquistarla? Che intenzioni hai? Secondo la shari'ah, la legge islamica, si può frequentare una ragazza solo in caso si desideri sposarla». Ecco invece la perplessità di un fedele sull'arredamento della casa: «E' possibile avere nello stesso bagno la doccia e il wc, dal momento che non si può leggere la parola di Allah nella toilette?». Il muftí Erahim Desai concede: «E' possibile, a condizione di non pregare nel bagno».
La «fatwa bank», l'archivio delle fatwe online (www.islamonline.net/english/index.shtml), è uno strumento molto utile per capire come gli stranieri di religione musulmana guardano la nostra società, dalla speculazione filosofica al tempo libero. La democrazia è roba da infedeli? Sheikh Sa'ûd al-Nufaysân si mostra scettico: «La parola democrazia significa "governo del popolo", cosa virtualmente impossibile». Segue un rapido excursus delle varie forme di democrazia e poi il parere: «Noi dobbiamo affrontare la questione dal punto di vista islamico: se democrazia significa un governo che tradisce la legge islamica, consentendo quei costumi che Allah non ammette, allora è roba da infedeli». Sui costumi, però, bisogna intendersi. «Adoro i libri - scrive in una e-mail un musulmano della Nuova Zelanda -. Ne ho letti alcuni sui vampiri, non ci credo ma mi piacciono. E' peccato?». Meglio evitare, suggerisce sheikh Irshaad Amod: «Questo genere di letteratura conduce la mente umana in un mondo soprannaturale. Si tratta di libri che non veicolano moralità né valori». Inutili ai fini della fede, dunque pericolosi.
Se al numero delle sentenze giuridiche pronunciate in tivù e su Internet corrispondesse un codice di condotta condiviso, il mondo islamico sarebbe davvero quella «umma» compatta sognata da Maometto. Ma i musulmani sono tanti e diversi quanto lo sono i cristiani, gli ebrei, i buddhisti, i laici. E, soprattutto, le loro opinioni divergono sulle priorità etiche inderogabili, come testimonia il dibattito francese sulla pubblicazione della grande raccolta di «fatwa» a cura del Consiglio Europeo delle Fatwa e della Ricerca, che vede contrapposta l'«Union des organisations islamiques de France» (Uoif) ai fondamentalisti sostenitori del diritto alla poligamia e del dovere islamico di «liberare Gerusalemme». Uno stress esistenziale continuo sul confine tra bene e male che molti musulmani curano praticando yoga.
:: Mer 08.06.05
"Con la nascita"
Io e il Papa la pensiamo uguale
by Azioneparallela
E' bello, per una volta, essere d'accordo col Papa! Ratzinger ha detto che «nell'uomo e nella donna la paternità e la maternità, come il corpo e come l'amore, non si lasciano circoscrivere nel biologico: la vita viene data interamente solo quando con la nascita vengono dati anche l'amore e il senso che rendono possibile dire sì a questa vita» (vedi Il Corriere)
Con la nascita! La vita (la vita umana, suppongo; e poiché è difficile trovare il referente biologico per "l'amore" e per "il senso", devo supporre che Ratzinger si riferisse alla vita che per essere umana non è vita meramente biologica) la vita viene data "interamente" solo con la nascita.
[continua]
http://www.azioneparallela.splinder.com/1118129276#4961022
:: Mar 07.06.05
Meglio Ankara e D'Alema, ci pensi?
Un sms per il Referendum: lettera a Berlusconi
by Rolli
Caro ormai quasi ex amor nostro, o perlomeno mio,
apprezzo che in qualche modo tu ti sia fatto vivo, pur dissentendo dalle tue indecisioni riguardo l'sms istituzionale.
Intanto vorrei sapere come sta Veronica e se ha superato il trauma dell'interruzione di gravidanza al sesto mese inoltrato. Pensa Silvio, se questo fosse capitato dopo che tu hai dato mano libera ai vari Gasparri, Buttiglione, Bindi e Rutelli! Eh lo so, hai avuto un colpo di fortuna nella disgrazia, e ormai non sono più tempi in cui si possa avere un problema grosso e triste come quello che ti è capitato pochi anni orsono.
Comunque, acqua passata, come si suol dire.
Certo viene da pensare a quelle coppie senza figli che con questa legge se sono sterili non potranno averne, salvo che non vadano, chessò, ad Ankara, o in Svizzera. Pensa che ridere: Ankara!
Certo ci vogliono buoni stipendi, per affrontare cose del genere, e l'euro non è che li garantisca. Tant'è, problema nostro, mica di Marina o Piersilvio.
Chissà se Veronica pensa, e io sono sicura che lo stia facendo, vista la sua dichiarazione di voto in assenza della tua, a quelle signore che anziché affrontare una sola o due stimolazioni ormonali ora dovranno affrontarne a manciate, visto il limite di embrioni e divieti annessi.
Lo so lo so, Silvio, devi anche tener conto della Chiesa, epperò capisci che quando il mio presidente del Consiglio ha al suo attivo divorzio ed aborto, io mi aspetto che il suo essere cattolico, come non ha influito nella sua vita personale non lo faccia nemmeno nella mia e in quella di tante altre rolli, veroniche o marine. Capisci che veder predicar di comodo e razzolare ancor più di comodo, oltre a sminuire la tua figura - e lì non c'è tacco che tenga - abbassa le possibilità di confermarti nelle prossime elezioni.
Insomma, silvietto mio, se prima era possibile votarti per la coniugazione che rappresentavi dei valori cattolici e della libertà laica, il tuo silenzio e la tua scelta di lasciare il referendum in una data vacanziera e di non annunciarlo istituzionalmente con un sms ti rende meno affidabile persino di D'Alema.
[continua]
http://www.rolliblog.net/archives/2005/06/07/un_sms_per_il_referendum_lettera_a_
berlusconi.html
:: Mar 07.06.05
Buffonate pericolose
di Mario Deaglio
La Stampa, 7 giugno 2005
È ben triste che un Paese con molti problemi perda tempo a discutere di fantasie impossibili. Se la lira venisse davvero resuscitata e venisse ancorata al dollaro, milioni di italiani correrebbero subito in banca a cambiarla con la più forte valuta nordamericana; si determinerebbe così una forte carenza di liquidità in lire e l'attività economica ne soffrirebbe gravemente; oppure il cambio verrebbe immediatamente regolamentato o sospeso e, come è successo in altri Paesi, le lirette servirebbero per le piccole spese e le transazioni importanti si effettuerebbero in dollari.
Per rivendicare la nostra indipendenza, ci trasformeremmo paradossalmente da partner di pieno diritto della zona euro, con voce in capitolo in tutte le decisioni della Banca Centrale Europea, in schiavi senza valore del dollaro, soggetti a variazioni al rialzo e al ribasso di una moneta nel cui governo non abbiamo alcuna voce. L'Europa ci disprezzerebbe e l'America neppure si accorgerebbe di noi; forse allora ci renderemmo conto di avere sperperato un capitale di credibilità internazionale che viene già seriamente intaccato quando forze politiche importanti avanzano proposte così strampalate. Ma sarebbe naturalmente troppo tardi.
Buffonate di questo tipo, enunciate con serietà da esponenti della maggioranza e da personaggi con responsabilità di governo, rendono problematico accreditarci come Paese serio; diventa immediatamente più difficile per gli operatori italiani negoziare accordi importanti all'estero. Ci stiamo facendo del male, molto male, con le nostre stesse mani.
Il vero problema è che l'Italia presenta forti debolezze strutturali e sta disastrosamente perdendo competitività per una serie di motivi, abbondantemente analizzati, che richiederebbero cure molto pesanti. Queste cure, l'Italia proprio non le vuol seguire e va alla ricerca di alibi; e l'euro, con le innegabili difficoltà che comporta, è un alibi perfetto. Dagli all'euro, dunque, evviva la lira; proprio da parte degli stessi che pochi anni fa, in spregio alla lira, volevano a tutti i costi la «moneta padana».
mario.deaglio@unito.it
:: Mar 07.06.05
Tutti furbissimi a fare giochetti con l'astensione
Lettere dal campus
di Maurizio Viroli
La Stampa, 7 giugno 2005
Sono rimasto sinceramente sorpreso dall'eco che hanno avuto le mie prese di posizione, attraverso articoli e interviste, in merito al referendum del 12-13 giugno, in cui ho espresso il mio sdegno per il fatto che autorità della Repubblica e leader politici abbiano apertamente invitato gli elettori a non votare. A me sembra di aver affermato idee del tutto ovvie, ovvero che la nostra Costituzione, all'articolo 48, definisce l'esercizio di voto un «dovere civico», e dunque incoraggiare all'astensione significa esortare i cittadini a venir meno a un loro preciso dovere.
Nella nostra Costituzione il concetto di dovere ha un ruolo di rilievo. Appare già nell'art. 2: «La Repubblica ... richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», e ha solenne formulazione nell'art. 52: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».
So bene che quando definisce l'esercizio del voto «dovere civico», la Costituzione non prescrive un obbligo in senso proprio. Non ci sono sanzioni per il cittadino che sceglie di non votare. Il D. Lgs. 534/1993 ha addirittura abrogato la blanda sanzione costituita dalla menzione «non ha votato» nel certificato di buona condotta. Ma proprio perché è dovere e non obbligo, l'esercizio del voto è a mio giudizio ancora più importante. Definisce uno degli aspetti essenziali del corretto modo di essere cittadini di una repubblica democratica. L'argomento «è soltanto un dovere civico e dunque ignorarlo è piccola mancanza», non ha, secondo me, alcun valore e rivela una completa ignoranza di che cosa vuol dire essere cittadini. Ad avere soltanto obblighi, è bene rammentarlo, sono gli schiavi e i servi.
Se è un dovere sancito dalla Costituzione, i leader politici che invitano a disertare le urne operano in aperto spregio alla nostra legge fondamentale, e recano un danno grave alla coscienza civile del Paese. Non c'è calcolo politico, non c'è giustificazione che tenga: invitare all'astensionismo è un atto grave. Ancora più grave, ovviamente, se i banditori dell'astensione sono ministri che hanno giurato nelle mani del Presidente della Repubblica di «osservare lealmente la Costituzione e le leggi». In questo caso l'invito all'astensione è spergiuro.
Anche senza entrare nel merito del problema legale, non riesco a capire come l'opinione pubblica di un paese democratico possa accettare di essere governata da persone che violano alla leggera un solenne giuramento.
Evidentemente vivo da troppi anni negli Stati Uniti e ho accettato come cosa ovvia che il rapporto fra governanti e governati, in democrazia, deve essere un rapporto di fiducia («trust»). Come possiamo fidarci di chi non rispetta il giuramento? Sarà un modo di pensare ingenuo, ma sono convinto che sia quello giusto, e che una democrazia che tollera di essere governata da spergiuri non ha futuro.
Per le medesime ragioni trovo inaccettabile l'invito a non votare formulato dalle più alte personalità della Chiesa cattolica. Esse hanno tutto il diritto a esortare i cattolici a votare sì o no secondo quello che, a loro giudizio, è il retto modo di pensare e di giudicare. Ma dire di non votare vuol dire invitare i cittadini italiani a calpestare un dovere civico in base a un calcolo di interesse. Davvero un mirabile esempio di alto magistero morale.
Quello che più preoccupa è l'ampiezza e l'eterogeneità del fronte dell'astensione: alte cariche dello Stato, leader della maggioranza e dell'opposizione, prelati: tutti uniti da una raffinata abilità di calcolare i vantaggi dell'astensione, tutti furbissimi, tutti capaci di offrire sofisticate giustificazioni alla violazione del dovere. Pare di ascoltare tanti Frati Timoteo, quello che nella Mandragola convinse Lucrezia, moglie di Nicia, che non era peccato andare a letto con un altro.
Con la differenza che la Mandragola è una commedia scritta per far ridere e tratta, come spiega Machiavelli, di cose leggere. Quanto sta avvenendo in questa campagna referendaria è invece cosa assai grave che corrode il nostro costume democratico. Mi auguro davvero che il 12 e il 13 giugno siano in molti ad andare a votare: per dire a voce alta che prendono sul serio il dovere civile.
viroli@princeton.edu
:: Mar 07.06.05
Terrone, terrone
Meanwhile, North of the Border
by Il Griso
Mentre Calderoli continua ad arieggiare la bocca prima di farvi soggiornare qualche idea, gli svizzeri votano 'sì' al referendum sulle coppie gay.
Così chissà, forse presto avremo, appena a nord del confine lombardo, un bel po' di «figli di coppie lesbiche o bimbi adottati da coppie di finocchi».
Alla faccia di quel terrone di Calderoli.
http://xoomer.virgilio.it/gdekker/giampaolo/archivi/2005/06/index0605.html#06.0748
:: Lun 06.06.05
Fuga per la libertà
Ai firmatari del documento pro-Cuba
by Random Bits
Mi piacerebbe che i firmatari della lettera-petizione a sostegno del regime comunista cubano, fra cui alcuni italiani (potevano mancare, gli utili idioti nostrani, quando si tratta di difendere una dittatura? certo che no) leggessero questo articolo.
Che leggano, Claudio Abbado, Luciana Castellina, Gianni Minà e gli altri "progressisti" (sic) le parole di questo nazionale di volley che ha deciso di chiedere asilo politico in Italia (Lo avevo giurato anni fa di scappare: quando avevo capito che nella mia terra i diritti umani sono parole vuote, che mancano le libertà elementari fondamentali. E io ero un privilegiato: sono iscritto all'università (Educazione fisica), giro il mondo dall'età di 15 anni (quando cominciai a giocare a volley) e dal 2000 sono addirittura titolare in nazionale).
Che provino a spiegargli, poi, come hanno fatto con i giornalisti italiani, che nella sua terra "esistono orti bellissimi", e che "la rivoluzione ha consentito il raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente" (sì: riconosciuti in particolare, aggiungo io, dai compagni italiani del partito comunista di Diliberto).
Parlino con lui, se ne hanno il coraggio. E si vergognino, se ne sono ancora capaci.
http://crescente.blogspot.com/2005/06/ai-firmatari-del-documento-pro-cuba.html
:: Lun 06.06.05
Europa, anatre e nani
Come si cambia (per non morire)
by Phastidio.net
C'è qualcosa di grottescamente lugubre nella foto che immortala l'abbraccio di Jacques Chirac e Gerhard Schroeder. Due uomini che si abbracciano, quasi si avvinghiano, nel loro intendimento a rimarcare, anche plasticamente, la saldezza ed indissolubilità di quella costruzione europea che due loro predecessori (di ben altro spessore e visione politica) hanno contribuito in modo determinante a creare. E' l'abbraccio di due leader politici sconfessati, sconfitti, esausti, ma che non vogliono arrendersi. E' parte della psicologia umana, soprattutto applicata alla politica, questa disarmante cecità a non voler realizzare che è finita. E' il rovescio della medaglia della trance agonistica dell'homo politicus, quell'ammirevole, affascinante animale sociale che non smette di lottare per le proprie idee, alte o basse che siano, si chiami egli De Gasperi, Adenauer o Mastella Clemente da Ceppaloni.
[continua]
http://phastidio.net/2005/06/06/come-si-cambia-per-non-morire/
:: Lun 06.06.05
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|Domenica 05 Giugno 2005| |
Il processo all'Europa
Le prospettive del dopo-referendum
di Mario Monti
Corriere della Sera, 5 giugno 2005
Il massiccio « no » dei francesi e degli olandesi al trattato costituzionale è una secca sconfitta per la costruzione di un'Europa utile ai cittadini. Sconfitta, per il grave disagio che ha messo in luce nei confronti dell'Europa che esiste. E sconfitta perché, senza il nuovo trattato, sarà ancora più difficile conseguire il benessere e la sicurezza che i cittadini europei vogliono e che gli Stati nazionali sono sempre meno in grado di garantire.
Jean Monnet, riferendosi alla mancata ratifica della Comunità Europea di Difesa da parte della Francia nel 1954, scrisse nelle sue memorie: «Molti pensarono a un cataclisma ma io, pur molto deluso, non ritenevo che quella fosse la fine dell'Europa. Ancora una volta, dovetti spiegare ai miei amici che le sole disfatte sono quelle che si accettano». Credo che, come europei e come italiani, dovremmo fare oggi alcune riflessioni.
:: Dom 05.06.05
[continua]
Quando il Cavaliere disse: in viale Mazzini non sposterò una pianta
Il premier scende in campo per le nomine mentre la sinistra dei duri e puri dimentica le battaglie sul conflitto d'interessi
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 3 giugno 2005
L'ha avuta vinta lui, Sua Emittenza. Sapeva che alla 13.427° puntata ogni telenovela stufa, ogni indignazione si ammoscia, ogni palpebra cala nell'abbiocco. E così, dopo aver lasciato che il conflitto di interessi bollisse a fuoco lentissimo nel pentolone come i fagioli della nonna fino a diventare una brodaglia, ha fatto ciò cui aspirava da anni: si occupa direttamente lui della Rai, l'azienda concorrente di Mediaset, senza che nessuno strilli più allo scandalo. E lo rivendica pure. Come ha fatto ieri mattina, confermando candidamente di essere stato lui ad appoggiare la nomina a presidente di Monorchio: «Anche se io avevo suggerito Petruccioli». Fosse viva la signora Biancarosa Fanfani, chiederebbe i sali: a questo punto è arrivato quel rispetto per lo Stato che spinse il suo Amintore, presidente del consiglio, a imporle la vendita dei buoni del Tesoro perché «non si pensasse che potesse avere un interesse nella politica del governo sul risparmio»? Per carità, nessuno si aspetta più il rigore di Quintino Sella, che dopo aver giurato da Ministro delle finanze vendette la sua industria tessile, o di Sidney Sonnino che, fatto ministro, si liberò delle azioni ereditate dal padre che facevano di lui il padrone del Monte Amiata e delle sue miniere. Immaginiamo cosa ne pensi il Cavaliere: moralismo da Belle Epoque.
Né ci illudevamo di essere in Inghilterra, dove Sophie Rhys-Jones è stata costretta a lasciare il lavoro di responsabile di un'agenzia di Pr perché Elisabetta non voleva si pensasse che la nuora sfruttasse la posizione per fare affari. O negli Usa dove Bernard Kerik, nominato da George W. Bush segretario alla sicurezza nazionale, ha rinunciato perché sedeva nel Cda dell'azienda che fa le pistole paralizzanti «Taser» comprate dal Dipartimento. O in Thailandia dove il ministro degli Esteri Thaksin Shinawatra si dimise dopo il varo di una legge che vietava a ministri, deputati e senatori di essere beneficiari di concessioni statali (coincidenza: come il Cavaliere), qual era il caso della «Shinawatra Computer», nella quale aveva peraltro rinunciato a ogni incarico. O in Svezia, dove il primo ministro Goran Persson fu accusato due anni fa di conflitto d'interessi perché aveva una relazione con Anitra Steen, presidente del monopolio svedese per gli alcolici, con relativa intimazione a non occuparsi mai più di alcol.
Il modo con cui l'intromissione del premier-magnate televisivo sulla Rai è stata accettata quasi come una cosa normale è tuttavia curiosa. Ma come, dopo anni di denunce e scandali e cortei e intemerate sul conflitto d'interessi, Romano Prodi tratta (e viene invitato dai suoi a trattare!) sui nomi dell'azienda televisiva pubblica con il Cavaliere? Dove sono finiti i sacri principi sbandierati dai duri e puri della nostra gauche? E dove sono, a destra, gli afoni cantori del liberismo all'americana, se è vero come sostiene un ultrà di destra quale Edward Luttwak, che «curando i suoi affari mentre è al governo» Berlusconi «non si accorge di violare i punti più sacri del capitalismo» e ha portato «questa commistione tra un alto personaggio politico e i suoi estesissimi affari personali» alla «metastasi»? Se la ride, Sua Emittenza. Aveva esordito giurando che in Rai non avrebbe «spostato neanche una pianta»: «Mai mi occuperò di cose televisive, per non dar l'impressione di voler favorire i miei affari». Alla larga da Viale Mazzini, alla larga da Mediaset: «Non compirò mai un gesto che possa avvantaggiare gli interessi del mio gruppo». Sicuro? «Distinguerò i ruoli con nettezza adamantina: ci sono fatti pesanti come macigni a riprova che voglio separare i miei interessi da quelli di Fininvest». Sul serio? «Uomo delle tivù, io sono per essenza l'uomo della democrazia». E guai a mettere in dubbio le sue parole: «Chi parla di conflitto di interessi è un mascalzone e un miserabile». Certo, forse era una anomalia l'essere insieme il leader della destra e il padrone del più grande gruppo televisivo italiano, ma «anche una bella donna è un'anomalia, anche uno alto un metro e 95, nessuno però chiede per loro la galera».
Vinte le elezioni del 2001, disse subito di essere «pienamente d'accordo con Pera» secondo il quale le nomine Rai andavano fatte dopo il via alla legge sul conflitto d'interessi. Poi si sa com'è andata. Prima sono arrivate le nomine, poi la Gasparri, poi (per ultima) la leggina che mette dei paletti a quella che Luttwak chiama metastasi. Nel frattempo, insisteva: «La Rai? Mi tengo rigorosamente fuori. Non leggo neppure gli articoli, guardo solo i titoli». (sic) «Le nomine Rai? Non ne voglio sapere nulla». E come Lucia Annunziata osò dire di sapere «per certo che Berlusconi alza il telefono e chiama i consiglieri per suggerire nomine ed influenzare le scelte sui programmi», fu sbranata dagli indignati difensori del Cavaliere tipo Elisabetta Alberti Casellati: «Faccia pubbliche scuse e rassegni le dimissioni». Come osava sospettare che il Cavaliere si occupasse di Rai? Non aveva letto la sentenza di Paolo Bonaiuti? «Il presidente Berlusconi non è intervenuto, non sta intervenendo e non interverrà nella vicenda Rai». Dixit.
Si dirà: l'estraneità rotta ieri era solo una foglia di fico. Come una foglia di fico fu la scenetta del Cavaliere che al varo della «Gasparri» (indimenticabile il suo commento: «La Gasparri: che c'entro io?») si alza dal Consiglio dei ministri ed esce mentre gli votano la normativa che cristallizza il duopolio e gli regalerà (parole di Confalonieri) da 1.000 a 2.000 miliardi del vecchio conio, per dirla con Bonolis, da aggiungere a un patrimonio in pochi anni triplicato. Il conflitto c'era con la foglia di fico e c'è senza. Ma anche le forme, in democrazia, sono sostanza.
:: Ven 03.06.05
Rai fiction: ma lo sanno che li vediamo? *

Un prestigioso funzionario dello Stato (Monorchio) mandato vergognosamente allo sbaraglio per la carica di presidente, e poi bocciato da una parte dello stesso schieramento che lo proponeva (il centrodestra).
Un papabile presidente di centrosinistra (Petruccioli) accetto perfino agli avversari, ma affossato dal leader della sua coalizione in una probabile resa di conti interna.
Un consiglio d'amministrazione fuorilegge, perché composto da funzionari di partito e portaborse in spregio alla norma che in quella carica vorrebbe "persone di riconosciuto prestigio e competenza professionale e di notoria indipendenza di comportamenti" [ed oggi invece occupato illegalmente da: una funzionaria della Lega nord, Giovanna Bianchi Clerici; un ex ministro di Forza Italia, Giuliano Urbani; Marco Staderini, in quota Udc; il responsabile comunicazione dei Ds Carlo Rognoni; tre ex direttori di giornali di partito, Sandro Curzi (Rifondazione comunista), Gennaro Malgieri (An), Nino Rizzo Nervo (Margherita). Tutte persone rispettabili, sia chiaro. Ma la cui "notoria indipendenza di comportamenti" è difficile da spacciare per vera senza farsi ridere dietro].
Una crisi che si trascina da mesi tra veti incrociati, lotte di fazioni e di correnti, patti omertosi, complicità e mire di potere. In un'azienda senza testa ma con tanti padroni, anche in funzione del ruolo decisivo che la tv potrebbe giocare nei prossimi appuntamenti elettorali.
E' indegno lo spettacolo che sta dando la politica italiana dopo aver rimesso le mani sulla Rai, lottizzata oggi come ai tempi della prima Repubblica e del CAF di Craxi/Andreotti/Forlani, e gestita dai partiti quasi fosse un'impresa familiare da sottoscala. Senza nemmeno le minime dosi di decoro e di decenza di cui pure nel passato qualcuno mostrava di preoccuparsi.
Un vero e proprio "caso" quello della Rai. Nessuna tv pubblica di nessun Paese libero è direttamente nelle mani delle segreterie dei partiti. Nessuna tv pubblica è gestita da un consiglio d'amministrazione in cui a ciascun partito spettano posti in "quota-parte". Nessuna tv pubblica è "vigilata" dallo stesso organo che ne designa il consiglio di amministrazione. In nessuna tv pubblica un funzionario di partito potrebbe essere candidato a un ruolo "di garanzia". In nessuna tv pubblica il Presidente e il Direttore generale sono il risultato di una trattativa privata tra il capo del governo e il leader dell'opposizione.
Una vera e propria vergogna quella della Rai. Il risultato deteriore di una politica fallimentare fatta di false modernizzazioni, finte privatizzazioni e veri e propri assalti alla diligenza del potere e delle poltrone. Con i partiti che fanno strame della legalità e della proprietà pubblica e che governano per cosche e camarille, garantendo il posto agli "amici" e segando quello di chi non li ossequia, mentre levano spudorati e altisonanti appelli al "pluralismo dell'informazione" e alla "gestione manageriale d'impresa". Intanto, l'azienda resta ai margini del mercato televisivo mondiale e mostra scarse idee nella competizione coi privati.
Tutto fatto in nome degli "obiettivi superiori del servizio pubblico", si assicura da destra, da sinistra e da centro. Con la solita incredibile faccia di bronzo. Senza alcun senso del pudore! 
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:: Gio 02.06.05