L'Unità e il virus della libertà *
L'Unità è come un vecchio amante distratto, puntuale nel disertare i suoi appuntamenti d'amore. E' davvero sconfortante constatare a cosa si sia ridotto il glorioso quotidiano fondato da Antonio Gramsci più di 80 anni fa. Secondo noi non è quello il suo posto, a rimorchio dei giornaletti da parrocchia o da condominio, né della stampa russa o araba integralista, né della Tv Al-Jazeera. E invece finiamo per ritrovarlo sempre più spesso in loro compagnia.
Alla chiusura dei seggi, ieri, l'Unità online titolava "Iraq, chiuse le urne: il governo balbetta sul numero dei votanti". Il governo avrà anche balbettato, cari signori, ma la notizia vera, quella più importante, l'avete sottaciuta voi: il botto della "bomba democratica", il voto coraggioso e massiccio del popolo iracheno. La stessa cosa ricordiamo che accadde per le elezioni dell'anno scorso in Afghanistan, dove il tenore dei vostri servizi era sempre lo stesso, di caustica superiorità e indifferenza per le sorti di quei popoli, per il loro coraggio e per i sacrifici che mostrano di saper affrontare.
Non pretendiamo che vi dichiariate d'accordo quando non lo siete, né che fingiate di condividere quello che non condividete. Ma vorremmo che almeno vi confrontaste lealmente coi fatti e che ai fatti riservaste fedeltà e rispetto.
Abbiamo capito che quando c'è di mezzo il nemico ameriKano non vi riesce di parlare la lingua universale della verità e del buonsenso, e mentre i grandi quotidiani europei e del resto del mondo si sperticano nel sottolineare le novità e i motivi di speranza che sono sotto gli occhi di tutti, vi sentite in dovere di incaponirvi in titoli e analisi banali e fuorvianti, che tacciano e sminuiscano proprio le novità e le speranze.
Non sempre il corso della storia prende la piega che noi vorremmo, anzi molto di rado; e non sempre secondo manuale, anzi mai. Ma non possiamo per questo fargliene seriamente una colpa! Una volta compreso dove va il mondo, sarebbe già qualcosa se ci dessimo tutti da fare per aiutarlo a limitare i danni.
E allora, davvero volete insistere a fare gli aristocratici in carrozza? Vi basta essere i neocon(templative) della sinistra? Non vi accorgete che il virus della libertà si aggira per il mondo, e che ora comincia ad attecchire anche nei paesi islamici? E' uno strano virus, altamente contagioso, che s'impossessa di mente e cuore di quanti colpisce, e rende loro insopportabili menzogne e catene. E' già successo altre volte, nel passato, anche sul finire del secolo scorso, e cinquanta anni prima e duecento anni prima. Muri apparentemente incrollabili si sono sbriciolati come fossero di cartapesta; imperi apparentemente indistruttibili si sono disciolti come neve al sole. Non c'è qualche motivo per gioire? Non c'è qualche cosa che possiamo fare? Non c'è qualche cosa che dovrebbero dire l'Unità, la sinistra, chi si candida a governare questo nostro Paese?
Coraggio ragazzi, non vorrete mancare anche i prossimi appuntamenti con la libertà?
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:: Lun 31.01.05
La forza di un popolo
Storica giornata per il mondo arabo
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 31 gennaio 2005
Di fronte alla notizia, inaspettata date le condizioni di massima insicurezza e i massacri quotidiani, secondo cui un'altissima percentuale degli aventi diritto ha votato nelle elezioni irachene è forte la tentazione di usare toni trionfalistici. Per tre ragioni. In primo luogo, perché l'affluenza alle urne è una prima clamorosa sconfitta del terrorismo (che pure ha continuato anche ieri, freneticamente, a fare stragi di civili e ancora non si sa come sia caduto l'aereo militare britannico) e un premio a coloro che, dentro e fuori l'Iraq, sulla riuscita delle elezioni avevano puntato tutto per spingere il Paese verso la pacificazione.
:: Lun 31.01.05
[continua]
Gioia da Al Arabiya, veleni da Al Jazira
L'Islam e la tv: le elezioni raccontate dalle emittenti arabe
«È la prima volta che uno Stato arabo affida le scelte cruciali al suo popolo». «Sono elezioni farsa, risultati già noti»
di Magdi Allam
Corriere della Sera, 31 gennaio 2005
Le prime elezioni veramente libere nella storia dell'Iraq e del mondo arabo non sono piaciute affatto a Al Zarqawi, Saddam, Assad e Al Jazira. Sono piaciute poco a Erdogan, re Fahd, Khamenei. Sono risultate indigeste anche agli europei ossessionati dall'antiamericanismo e persino agli americani che mal sopportano Bush. Ma sono piaciute tanto, veramente tanto, alla maggioranza degli iracheni, dentro e fuori l'Iraq.
:: Lun 31.01.05
[continua]
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|Domenica 30 Gennaio 2005| |
30 gennaio 2005: ha vinto la resistenza irachena *

La resistenza irachena, quella vera, si è riversata oggi nelle strade dell'Iraq. Milioni di cittadini, armati solo della loro scheda elettorale e di un incontenibile anelito di libertà, hanno fatto brillare la "bomba democratica", il voto, con un botto che suona nuovo per i paesi arabi e che è motivo di speranza per il mondo intero.
Letteralmente schivando le pallottole e le autobombe dei "partigiani alla Vattimo", e falcidiati dai "kamikaze alla Forleo" che si sono fatti esplodere fra gli elettori in coda ai seggi, la maggioranza degli iracheni, donne in testa, hanno deciso di prendere in mano le sorti del proprio destino, votando i loro rappresentanti nelle istituzioni politiche che dovranno costruire il nuovo Iraq. Stessa cosa per gli iracheni residenti all'estero, se non in misura ancora più massiccia.
Dopo l'Afganistan dello scorso anno, un'altra lezione di democrazia per i nemici della libertà e per i loro alleati del partito del "tanto peggio, tanto meglio", delle "elezioni non ancora mature", della "democrazia che non si esporta".
Grandi problemi e difficoltà dovranno ancora essere superati, ma c'è una cosa incontestabilmente nuova questa sera sotto il cielo di Bagdad, e fa ben sperare per il futuro: gli iracheni hanno chiuso definitivamente con Saddam Hussein, hanno voltato una pagina nera della loro storia e non intendono tornare indietro. Questo hanno innanzitutto detto con il loro voto coraggioso.
Da oggi l'Iraq, pur occupato e in guerra con il terrorismo, è un Paese più libero. 
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Vedi anche:
- I martiri oscuri della libertà
- L'Europa che fa le pulci
:: Dom 30.01.05
«Metteremo il vestito della festa per il primo giorno di libertà»
di Michele Farina
Corriere della Sera, 30 gennaio 2005
«Indosseremo tutti qualcosa di nuovo, qualcosa che non abbiamo mai messo prima. Io vado con la giacca blu. Mio figlio Ali, il secondogenito, si è comprato una camicia di tanti colori, la chiama la camicia delle elezioni. Poi tornando a casa compreremo caramelle per i bambini. Questo è un giorno speciale per tutto l'Iraq e anche per noi. Non importa quello che succederà, non importa se ci saranno le bombe, noi alle 10 del mattino usciamo per andare a votare. Io, mia moglie, i miei due figli e mio genero. Dovremo camminare un po', attraversare la città. Il nostro seggio è lontano 10 chilometri. Alle elezioni finte sotto Saddam, votavamo alla scuola qui accanto, dove ha studiato Fatima. Questa volta ci hanno registrato in un'altra scuola. Pazienza. Abbiamo aspettato trent'anni, cosa sono 10 chilometri».
:: Dom 30.01.05
[continua]
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|Venerdì 28 Gennaio 2005| |
E Bush rilancia il partito comunista
di Magdi Allam
Corriere della Sera, 28 gennaio 2005
Quando il 28 febbraio 1991 Bush padre decise di graziare Saddam, temendo la spartizione dell'Iraq in tre entità - curda, sciita e sunnita - il mondo lodò la sua Realpolitik. Tranne gli iracheni, che pagarono il tributo di 100 mila morti nella repressione della loro rivolta. Il rischio della spartizione e di una teocrazia sciita è stato reiterato dopo il crollo del regime di Saddam, grazie all'intervento militare deciso da Bush figlio il 20 marzo 2003.
:: Ven 28.01.05
[continua]
Chi può volantinare in Iraq?
L'Onu accusa gli Stati Uniti di impegnarsi in modo "super entusiastico"
Il Foglio, 28 gennaio 2005
Ogni santo giorno spunta un funzionaricchio delle Nazioni Unite che si adopera per screditarle, anche quando il cosiddetto governo mondiale ne ha fatta una giusta. Secondo le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, l'Onu avrebbe dovuto aiutare il nuovo governo iracheno a organizzare le elezioni di domenica. In parte lo ha fatto e anzi ha espresso fiducia sulla correttezza e legittimità del processo elettorale, questo nonostante a due giorni dall'apertura delle urne gli onusiani sul terreno siano soltanto 21, più 19 consulenti inglesi ed europei.
:: Ven 28.01.05
[continua]
Le nuove insidie dell'antisemitismo
Il volto oscuro dell'Italia
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 28 gennaio 2005
Nel giorno della commozione universale e del ricordo della Shoah, non sono mancate le note dissonanti e le dichiarazioni discutibili almeno sul piano dell'opportunità. Colpisce, ad esempio, che la parola «ebreo» non sia mai stata pronunciata nella cerimonia ufficiale dal presidente Putin. Ed è destinata ad alimentare le polemiche la comparazione istituita da Silvio Berlusconi tra il nazismo e il comunismo, utile 364 giorni l'anno nell'affrontare un controverso nodo storiografico e culturale, ma palesemente fuori contesto proprio nel giorno della celebrazione di Auschwitz. La commemorazione dell'Olocausto doveva servire a scongiurare qualsiasi ritorno della follia antisemita.
:: Ven 28.01.05
[continua]
Il nazismo, il Papa e l'Islam
di Enzo Bettiza
La Stampa, 28 gennaio 2005
La voce alta e austera del Papa, che ha sovrastato ogni altra nel giorno del 60° anniversario della Shoah ad Auschwitz, non lascia spazio ad alcun dubbio: Karol Wojtyla, nato nella martoriata terra dove si è compiuto il genocidio ebraico, ha condannato con particolare quanto nitida energia «coloro che nel nome della religione ricorrono alla sopraffazione e al terrorismo».
:: Ven 28.01.05
[continua]
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|Giovedì 27 Gennaio 2005| |
+++ Auschwitz, 1945-2005 +++

Aderiamo al
BlogBurst promosso da IsraPundit per commemorare il 60° della liberazione di Auschwitz. Perché non si dimentichi mai.
:: Gio 27.01.05
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|Mercoledì 26 Gennaio 2005| |
La libertà dei "dissidenti russi"
Troppo istruttivo e coinvolgente The Case for Democracy di Natan Sharansky per non riportarne i brani pubblicati ieri dal Corriere (v. anche 1, 2, 3 e 4). Noi ne abbiamo ordinato una copia da Amazon, ma ancora non s'è vista. Speriamo che venga presto tradotto in italiano.
Straordinaria l'immagine mutuata dagli scritti di un altro dissidente, Andrei Amalrik, del soldato (il regime sovietico) che tiene perennemente il fucile puntato contro il suo prigioniero (il popolo): "...Le braccia iniziano a stancarsi finché il loro peso non diviene insostenibile. Esausto, il soldato abbassa l'arma... ed è allora che il prigioniero fugge". Accidenti, per chi ha vissuto quegli anni le cose sono andate proprio così, con l'Impero che si è disciolto come neve al sole, nello spazio di un mattino!
Quella dei gulag e dei "dissidenti" al tempo dell'Urss, della libertà negata per decenni a popoli interi sequestrati alla propria storia, è però per l'Italia una lezione in gran misura ancora misconosciuta (e mal digerita) soprattutto a sinistra, anche se il Muro è caduto da quasi vent'anni. Sarà per i troppi orfani rimasti!
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COME SI SCRIVE LIBERTA' IN ARABO?
Esportare la democrazia? L'ex dissidente russo, oggi ministro israeliano, propone di trasformare il Medio Oriente con la politica dell'«aggancio»: legare gli aiuti agli islamici a una svolta nel campo dei diritti umani e civili
di Natan Sharansky (Ministro israeliano per Gerusalemme e per le questioni della Diaspora) *
Corriere della Sera, 25 gennaio 2005
Il nostro mondo è tanto cambiato negli ultimi quindici anni da rendere difficile al lettore di oggi la comprensione di quanto l'Occidente fosse un tempo scettico sulla possibilità di una trasformazione democratica all'interno dell'Unione Sovietica.
Nei primi anni Ottanta, c'era chi sosteneva che l'Urss potesse essere sfidata, affrontata, annientata, e chi perentoriamente rifiutava questa possibilità. L'eminente storico Arthur Schlesinger jr. diede voce all'opinione di quasi tutti i sovietologi, gli intellettuali, gli opinionisti dell'epoca affermando che «quanti negli Stati Uniti pensano che l'Unione Sovietica sia sull'orlo del collasso economico e sociale, pronta a precipitare alla prima lieve spinta, sono semplici sognatori, si ingannano». Lo choc provocato dal crollo dell'Urss nell'aprile del 1989 rende ancor meglio l'idea. Se a pochi mesi dalla caduta del muro di Berlino nemmeno i politici più lungimiranti, gli accademici più eruditi e i giornalisti più recettivi seppero prevedere un simile evento, immaginate i pensieri del 1975. L'ipotesi che il collasso - allora assai meno imminente - dell'Unione Sovietica fosse inevitabile, sarebbe stata considerata folle da chiunque. O quasi.
:: Mer 26.01.05
[
continua]
Semaforo verde ai killer della jihad
di Gianni Riotta
Corriere della Sera, 26 gennaio 2005
La vita dei giornalisti è ricca di insidie: ma non so immaginare la faccia dei colleghi Don van Natta e Lowell Bergman, del New York Times, nel vedere apparire la loro inchiesta «L'Europa si fa aggressiva contro i reclutatori della jihad» nel giorno dell'assoluzione a Milano di una banda di terroristi.
:: Mer 26.01.05
[continua]
Mubarak e la commedia egiziana
di Magdi Allam
Corriere della Sera, 26 gennaio 2005
Per valutare la portata del voto veramente pluralista in Iraq basta uno sguardo alla farsa delle elezioni presidenziali in Egitto, il Paese arabo di maggior peso politico. «Non mi presterò a fare una sceneggiata affermando prima che non intendo ricandidarmi, affinché la gente manifesti chiedendomi di restare al potere», ha esordito Mubarak alla tv Al Arabiya.
:: Mer 26.01.05
[continua]
Opinioni (anche) aberranti in libertà
Shoah, in democrazia è caratteristica la protezione accordata all'infamia
Il Foglio, 26 gennaio 2005
La libertà di opinione e di espressione, pietra angolare della democrazia, è sfruttata dai suoi nemici per esternare opinioni aberranti, contro le quali ci si sente impotenti. Il leader del Front National, Jean Marie Le Pen, pochi giorni fa, aveva affermato che "l'occupazione tedesca non è stata particolarmente disumana" sostenendo che dire il contrario sarebbe una "menzogna protetta da misure eccezionali".
:: Mer 26.01.05
[continua]
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|Martedì 25 Gennaio 2005| |
Annan: dall'orrore della Shoah la missione dell'Onu
Per la prima volta dal 1945 l'Assemblea generale celebra l'Olocausto
di Maurizio Molinari
La Stampa, 25 gennaio 2005
Il canto dell'«Hatikwa» e la preghiera per i defunti «El Maalei Rahmin» ha suggellato al Palazzo di Vetro la sessione speciale dell'Assemblea Generale dell'Onu dedicata al ricordo della Shoah in occasione del 60° anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa. Da quando le Nazioni Unite furono fondate nel 1945 mai si erano occupate del genocidio di sei milioni di ebrei da parte dei nazifascisti ed il premio Nobel per la pace, Elie Wiesel, egli stesso sopravvissuto alla deportazione ad Auschwitz, lo ha ricordato pronunciando quasi un atto d'accusa: «Allora chi fu torturato ed ucciso fu ferito anche dal silenzio e l'indifferenza di un mondo che ora, 60 anni dopo, almeno tenta di ascoltare».
:: Mar 25.01.05
[continua]
La lega mondiale delle democrazie
Un patto tra Europa e Stati Uniti
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 25 gennaio 2005
Il discorso del giuramento pronunciato da George Bush la settimana scorsa ha raccolto molti commenti scettici in Europa. La lotta dichiarata contro le tirannie in nome della libertà rinnova un antico ideale americano: la missione, benedetta da Dio, dell'America è aiutare il mondo a liberarsi delle dittature e ad accogliere ovunque le istituzioni della libertà. Poiché là dove la libertà vive attecchiscono la pace e la prosperità. Nell'epoca delle guerre asimmetriche promuovere la libertà significa, per Bush, rendere più sicuri gli Stati Uniti. Adattata alle circostanze del dopo 11 settembre, questa visione corrisponde a un ideale condiviso, in America, anche da molti politicamente distanti dal presidente repubblicano.
:: Mar 25.01.05
[continua]
"Guerriglia non è terrorismo"
Sentenza choc a Milano, assolti 3 islamici
di Ferruccio Sansa
La Repubblica, 25 gennaio 2005
Una cosa è la guerriglia, altra è il terrorismo. Un conto sono le attività violente messe a punto nell'ambito di contesti bellici, un altro è seminare terrore indiscriminato verso la popolazione civile in nome di un credo ideologico o religioso. Anche per questo il giudice di Milano Clementina Forleo ha assolto 3 imputati islamici accusati di terrorismo internazionale per aver arruolato kamikaze da inviare in Iraq. E ha revocato la custodia cautelare in carcere nei confronti di altri 2 indagati. Il ministro degli Esteri Fini: «Questa sentenza provoca rabbia e incredulità». Il Polo chiede l'intervento di Ciampi.
:: Mar 25.01.05
[continua]
Kamikaze libero
di Piero Ostellino
Corriere della Sera, 25 gennaio 2005
Nell'Esprit des lois, Montesquieu scrive che ci sono quattro specie di delitti, una delle quali, la quarta, è contro la sicurezza dei cittadini. Aggiunge Montesquieu che «le pene inflitte devono derivare dalla natura di ciascuna di queste specie». Non sembra proprio che il magistrato milanese che ha condannato per reati minori - fra i quali il traffico di documenti falsi - tre nordafricani, accusati di aver reclutato e mandato kamikaze in Iraq, e sospettati di aver preparato attentati in Europa, e che ha inviato alla Procura di Brescia la posizione di altri due, sia una gran lettrice. Non solo di Montesquieu, il che non sarebbe grave, ma, quel che è peggio, neppure delle più recenti normative di diritto internazionale.
:: Mar 25.01.05
[continua]
Clementina go home
di Massimo Gramellini
La Stampa, 25 gennaio 2005
Non è necessario pensarla sull'Islam come Oriana Fallaci per sobbalzare di fronte alla decisione del giudice milanese Clementina Forleo, che ha assolto dall'accusa di terrorismo internazionale una «cellula» di fondamentalisti che aveva finanziato e arruolato uomini armati in Iraq, considerandoli semplici guerriglieri anziché aspiranti kamikaze.
:: Mar 25.01.05
[continua]
La democrazia di al Zarqawi
Il discorso del Decapitatore è il perfetto contrappunto di quello di Bush
Il Foglio, 25 gennaio 2005
Dice il Decapitatore che "i candidati per le elezioni chiedono di essere trattati come divinità e coloro che li eleggeranno li tratteranno come dei al posto di Allah", dunque eletti ed elettori "riceveranno la stessa condanna di blasfemia e di deviatori dall'islam".
:: Mar 25.01.05
[continua]
Adesso i pacifisti amano i Mangusta
Il Riformista, 25 gennaio 2005
Siamo stati tra i primi a segnalare che la tragedia del maresciallo Cola avrebbe potuto essere evitata se avesse volato su un Mangusta, invece che su un Ab412. Ma questa affermazione può valere logicamente solo se è accompagnata da altre due consapevolezze.
:: Mar 25.01.05
[continua]
I martiri oscuri della libertà *
Ce li ricorda il Corriere della Sera, non l'Unità! Sono quelli che in Iraq cadono sotto i colpi del terrorismo perché impegnati nella campagna per le elezioni di fine mese: candidati, militanti, semplici simpatizzanti dei neonati e liberi partiti dell'Iraq post-Saddam. Gente convinta che il proprio Paese sia davvero a una svolta e che non vuole lasciarsi sfuggire quest'occasione insperata per conquistare libertà e democrazia.
Tra loro, tra i più noti, c'è Hadi Saleh, sindacalista e militante comunista, figura di spicco della resistenza a Saddam Hussein, più volte imprigionato sotto il regime del dittatore iracheno. Il 4 gennaio scorso Hadi Saleh è stato sequestrato, legato mani e piedi, ferocemente torturato e infine strangolato dagli assassini della "resistenza" irachena, dai terroristi che non vogliono che l'Iraq cada "sotto le grinfie della democrazia".
Ce li ricorda il Corriere, non l'Unità! Perché è ormai lontano il tempo dei coraggiosi volontari delle Brigate internazionali (tra cui i comunisti Togliatti, Longo, Vidali, Valiani e Pesce, il socialista Nenni, il repubblicano Pacciardi, l'anarchico Berneri e il leader di Giustizia e Libertà Carlo Rosselli) accorsi in Spagna da tutto il mondo a decine di migliaia, e a migliaia gloriosamente caduti, per difendere il legittimo governo repubblicano dall'assalto dei fascisti franchisti, hitleriani e mussoliniani (per la Spagna, già... Zapatero ricordi). Chi se la sentirebbe oggi di partire per la libertà degli iracheni? (tutt'al più a Tivoli, per una gita fuori porta).
Gli eroi di oggi sono ordinari: Hadi Saleh, 55 anni, tipografo, sindacalista e leader del partito comunista: assassinato. Alaa Hamid, sciita di Bassora, vice presidente del Comitato olimpico iracheno: assassinato. Salem Al Kanani, candidato per il partito del premier Allawi: assassinato. Salama Al Khafaji, 46 anni, dentista, candidata di un partito sciita: le hanno freddato il figlio sedicenne sotto gli occhi.
E assieme a loro le centinaia di giovani morti ammazzati davanti alle caserme di polizia dove andavano ad arruolarsi; le decine di scrutatori di seggio uccisi o rapiti; i tanti candidati minacciati nella vita dei loro cari per costringerli a ritirarsi. Martiri oscuri della libertà: sono questi la vera Resistenza del nuovo Iraq, onorevole Gruber!
Ce li ricorda il Corriere, non l'Unità! Perché oggi il nemico amerikano conta di più del compagno iracheno; perché le elezioni in Iraq (come già quelle in Afghanistan) non vanno bene in quanto volute da Bush (anche se agognate da quelle genti e sostenute dall'Onu); perché, in ultima analisi, del destino degli iracheni alla nostra sinistra ipocrita e codarda non interessa proprio niente: che volete, abbiamo altro a cui pensare, abbiamo la nostra di campagna elettorale, e le primarie e Bertinotti... e poi scusate, ma libertà e democrazia di questi tempi non portano consensi quanto il ritiro dei nostri fanti, Dell'Utri e Previti e le staminali... Aspettate che andiamo al governo, poi ci pensiamo noi all'Iraq, al mondo... alla nostra vergogna!
/dd]
:: Lun 24.01.05
[continua]
Nell'impero dei diritti umani
di Michael Ignatieff (Carr Professor of Human Rights Practice e direttore del Carr Center of Human Rights Policy presso l'Università di Harvard)
Corriere della Sera, 24 gennaio 2005
Esportare democrazia e libertà è una buona idea, e indire elezioni in Afghanistan e Iraq va considerato un atto di coraggio: è l'impero dei diritti umani. I rischi, per Bush e l'America, arrivano semmai dall'illusione di seguire un disegno divino e di avere la Provvidenza schierata al proprio fianco.
:: Lun 24.01.05
[continua]
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|Venerdì 21 Gennaio 2005| |
Bush giura: «Porteremo la libertà ovunque»

Il presidente: «Finché domina la tirannia, l'odio si moltiplicherà». Cheney: «Iran primo problema»
di Ennio Caretto
Corriere della Sera, 21 gennaio 2005Dalla terrazza del Campidoglio, tra canzoni patriottiche e sventolii di bandiere, durante la cerimonia di giuramento per il suo secondo mandato, George Bush ha ieri rivolto ai popoli oppressi, agli alleati e ai cittadini americani «la sfida della libertà». In un aggressivo discorso di 16 minuti, in cui si è appellato spesso a Dio, citando persino il Corano, il presidente ha addossato alla Superpotenza, all'Europa e «ai movimenti democratici» nelle aree di crisi il compito di porre fine a tutte le tirannie «anche negli angoli più oscuri della terra».
:: Ven 21.01.05
[
continua]
Mezzogiorno di libertà
George W. Bush impegna l'America a combattere le dittature: "E' una sfida giusta e ci conviene"
di Christian Rocca
Il Foglio, 21 gennaio 2005
George W. Bush ha stupito ancora una volta. Tutti si aspettavano un discorso cerimoniale, retorico quanto basta e buono soltanto per i festeggiamenti d'inizio secondo mandato, ma il presidente cowboy ha estratto dal cilindro il più radicale manifesto libertario degli ultimi decenni.
:: Ven 21.01.05
[continua]
Non è ora di lasciare Baghdad
di Henry Kissinger e George Schultz
La Stampa, 21 gennaio 2005
Il dibattito sull'Iraq sta prendendo una piega nuova. Qualcuno dice che le elezioni del 30 gennaio, fino a poco tempo fa viste come il culmine di un processo, saranno in realtà l'inizio di una guerra civile. Tempi e modi del voto sono diventati controversi. Si chiede una strategia di uscita, espressione con cui alcuni intendono un esplicito limite di tempo all'intervento degli Stati Uniti. Noi respingiamo questa richiesta. Le implicazioni dell'espressione «strategia di uscita» debbono essere chiaramente comprese, non ci possono essere infingimenti sulle conseguenze.
:: Ven 21.01.05
[continua]
Una scelta senza alternative
Energia
di Tullio Regge
La Stampa, 21 gennaio 2005
Berlusconi ha riaperto il dibattito sul nucleare, meglio tardi che mai: poteva e doveva farlo prima. L'Italia sopravvive grazie alle importazioni di petrolio e gas naturale, ambedue estremamente vulnerabili sia per crisi belliche sia per atti di terrorismo. Le riserve mondiali di greggio si stanno esaurendo e si profila a breve scadenza una nuova impennata dei costi per barile. Una paurosa crisi energetica è alle porte.
:: Ven 21.01.05
[continua]
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|Giovedì 20 Gennaio 2005| |
«Ma oggi io sto zitta, perché ho sempre paura del fantasma»
di Elena Loewenthal
La Stampa, 20 gennaio 2005
Questo non è un articolo. È una lettera, anzi una specie di confessione. Ogni anno molte scuole, di ordine e grado diverso, mi invitanto a parlare nel giorno della memoria. A tutti questi ragazzi e ai loro insegnanti rispondo con un «no» che dichiaro radicato in ragioni personali. Questo rifiuto è tanto difficile da articolare quanto urtante, inspiegabile per coloro che lo ricevono. Ai quali ora mi rivolgo con una stentata, dolorosa spiegazione.
:: Gio 20.01.05
[continua]
Credere l'incredibile
Le testimonianze dell'orrore
di Barbara Spinelli
La Stampa, 20 gennaio 2005
«Noi non sappiamo che cosa sia realistico o non realistico: noi qui stiamo morendo tutti! Vai a dire questo!». Con queste parole Leon Feiner, attivista dell'organizzazione Jewish Socialist Bund, si accomiatò da Jan Karski nel '42, dopo l'invasione nazista della Polonia. Era ormai chiuso nella trappola che Varsavia era divenuta per gli ebrei, e Karski era la sua unica speranza.
:: Gio 20.01.05
[continua]
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|Mercoledì 19 Gennaio 2005| |
E' un duello fra la tv e la moschea
di Magdi Allam
Corriere della Sera, 19 gennaio 2005
Le prime elezioni legislative libere nella storia dell'Iraq le vincerà chi riuscirà a veicolare meglio il proprio messaggio tramite il pulpito delle moschee o lo schermo della televisione. Sarà in definitiva un braccio di ferro tra il megafono di Allah innalzato nelle moschee, trasformate nella roccaforte dell'opposizione integralista islamica nell'epoca della dittatura di Saddam, e il più influente dei media moderni che è riuscito a rivoluzionare i costumi della società e a forgiare la mentalità delle nuove generazioni.
:: Mer 19.01.05
[continua]
Rafforzare le alleanze internazionali per esportare la libertà
Condi Rice: "E' l'ora della diplomazia"
Il Foglio 19 gennaio 2005
Condi Rice, alle nove di mattina ora di Washington, è entrata nella sala della Commissione Esteri del Senato, l'organo istituzionale che ascolta, domanda e decide se confermare o no la persona nominata dal presidente per ricoprire la carica di segretario di Stato.
:: Mer 19.01.05
[continua]
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|Martedì 18 Gennaio 2005| |
The Arabic Truman Show (III): storia vera d'una strage inventata*

La fiera delle falsità, quotidianamente in onda sui media arabi ai danni del mondo libero e di Israele, deve malauguratamente rinunciare da oggi ad uno dei suoi principali cavalli di battaglia, definitivamente seppellito – almeno speriamo - sotto gli occhi sbigottiti dell'opinione pubblica internazionale. Quello che al mercato a buon prezzo della verità contraffatta e diffamatoria era stato venduto come "il genocidio israeliano di Jenin", "la strage degli innocenti", uno dei più vergognosi "crimini di guerra ai danni dell'umanità" (e sotto le medesime mentite spoglie adottato in buona o cattiva fede da un'opinione pubblica internazionale corriva e compiacente), si rivela per ciò che solo ed effettivamente era: un falso storico, una pura invenzione, un mediocre concentrato di bugie e diffamazione architettato a fini di propaganda, per alimentare l'odio interno e internazionale contro Israele, e direttamente finanziato con i soldi dell'Autorità Nazionale Palestinese di Yasser Arafat (che all'epoca ebbe la faccia tosta di paragonarlo alla battaglia di Stalingrado e ai suoi 200 mila morti!).
A dirlo adesso non sono più solo le varie commissioni d'inchiesta indipendenti che già appurarono la sostanziale inesistenza della presunta "strage", bensì l'autore stesso del film "Jenin, Jenin", il regista turlupinatore che con la sua pellicola contribuì in maniera decisiva a "documentare" l'efferato massacro e a farne, in giro per il mondo e cavalcato dalla sinistra cieca e dagli ottusi pacifisti, il simbolo del "rinascente nazismo" incarnato da Israele.
Ma anche nel mondo arabo - è legge universale, ancorché pinocchiesca - le bugie hanno il naso lungo o le gambe corte, e la verità prima o poi viene a galla. 
/BlogGlob]
------------------------------ Inizio testo ------------------------------
Produttore palestinese: Il falso film fu finanziato dall'Anp
di Aaron Klein
WorldNetDaily, 17 gennaio 2005
Il regista arabo israeliano Muhammad Bakri, autore del documentario "Jenin, Jenin" che accusava Israele di genocidio e crimini di guerra, ha ammesso in una deposizione la scorsa settimana d'aver falsificato alcune scene usando informazioni sbagliate e d'aver ricevuto finanziamenti da parte dell'Autorità Palestinese per la produzione del film diffamatorio.
Il regista e produttore del celebre film, che accusava i militari israeliani d'aver commesso atrocità inaudite nel campo profughi di Jenin nell'aprile 2002, deponendo in tribunale nel corso di un processo per diffamazione ha riconosciuto che in tutto il film sono presenti errori e artifici.
Il regista deve difendersi dalla querela di cinque soldati israeliani che hanno combattuto a Jenin e i cui volti sono riconoscibili nelle sequenze del documentario che accusa i militari d'aver ucciso "un grande numero di civili", mutilato corpi di palestinesi, eseguito esecuzioni a casaccio, bombardato donne bambini e disabili psico-fisici, e d'aver spianato l'intero campo profughi compresa un'ala del locale ospedale.
Il documentario non mostra nessuna immagine delle presunte atrocità, ma in alcune sequenze i volti dei soldati (che hanno querelato Bakri) vengono soprapposti a presunte "testimonianze oculari" con la chiara indicazione che essi sarebbero colpevoli di "crimini di guerra".
Ora però Bakri ammette d'aver "prestato fede" a testimonianze selezionate senza procedere a nessun controllo sulle informazioni che gli venivano fornite. "Ho creduto alle cose che mi venivano dette. Le cose a cui non ho creduto non sono state incluse nel film", ha spiegato il regista.
Ad una domanda relativa alla scena del film in cui si lascia intendere che truppe israeliane siano passate con i loro mezzi sopra civili palestinesi, Bakri ha ammesso d'aver costruito la sequenza come sua propria "scelta artistica".
Alla domanda se crede davvero che "durante le operazioni a Jenin soldati israeliani abbiano ucciso la gente in modo indiscriminato", Bakri ha risposto "No, non lo credo".
La parte forse più clamorosa della deposizione è giunta quando Bakri ha ammesso che il suo documentario, proiettato nei cinema di tutto il mondo, è stato finanziato dall'Autorità Palestinese, spiegando che "parte delle spese per il film" sono state coperte da Yasser Abed Rabu, allora ministro palestinese per la cultura e l'informazione nonché membro del comitato esecutivo dell'Olp sotto la direzione dell'allora leader palestinese Yasser Arafat.
Nell'aprile del 2002 le truppe israeliane entrarono a Jenin nel quadro dell'Operazione Scudo Difensivo volta a fermare la sequela ormai quotidiana di attentati suicidi ad opera di Hamas, Jihad Islamica e Brigate Martiri di Al Aqsa. Israele inviò unità di fanteria alla ricerca di terroristi casa per casa anziché colpire da lontano la "culla" degli attentatori: una scelta che costò la vita a 23 riservisti uccisi da imboscate, cecchini e trappole esplosive palestinesi. Subito dopo la fine dei combattimenti venne fatta circolare dalla dirigenza palestinese l'accusa che Israele avesse commesso un deliberato massacro a sangue freddo di più di 500 civili indifesi. Successivamente è stato appurato che i morti palestinesi nei durissimi combattimenti erano stati 53, per la maggior parte armati. Resoconti di stampa, prove documentarie, indagini di enti governativi, non governativi e di organizzazioni umanitarie hanno presto dimostrato che non aveva avuto luogo nessun massacro di civili.
Il film di Bakri mostra diversi "testimoni" che descrivono "brutalità" da parte delle Forze di Difesa israeliane, sostenendo che Israele avrebbe aggredito e ucciso "numerosissimi" palestinesi con carri armati, aerei e cecchini. L'autore tuttavia si guarda bene dall'indicare chiaramente quale dovrebbe essere, secondo lui, il numero esatto di palestinesi uccisi.
Nel frattempo un altro film, "The Road To Jenin" di Pierre Rehov, è giunto a smentire le accuse di Bakri. Una di queste era che Israele avrebbe sparato undici missili contro l'ospedale di Jenin spianandone un'intera ala con tutti i pazienti all'interno, e che non avrebbe nemmeno permesso al personale di soccorso di accedere alla zona. Il direttore dell'ospedale, dottor Mustafa Abo Gali, dice al pubblico del film di Bakri: "Tutta l'ala ovest è stata distrutta. Caccia militari lanciavano i loro missili ogni tre minuti". Bakri non si prese la briga di controllare. Ma quando Rehov intervistò lo stesso dottor Gali per il suo film e si fece mostrare le dimensioni dei danni, tutto ciò che questi poté mostrare fu un modesto buco sull'esterno dell'ala ovest, completamente intatta. Rehov fornisce anche le immagini aeree dell'ospedale prese l'ultimo giorno della battaglia di Jenin in cui si vede che tutte le sezioni dell'edificio sono normalmente in piedi.
Circa l'accusa di Bakri per cui alle ambulanze non fu permesso di raggiungere la zona, il dottor David Zangen, capo ufficiale medico delle Forze di Difesa israeliane durante l'azione a Jenin, racconta a Rehov come i soldati israeliani hanno soccorso molti combattenti palestinesi feriti, compresi quelli di Hamas. Rehov mostra persino un soldato israeliano che autorizza Gali in persona a ricevere tutto il materiale medico di cui ha bisogno per il suo ospedale.
"Anche lo spettatore più distratto – ha scritto Tamar Sternthal, del Committee for Accuracy in Reporting in the Middle East – si accorgerebbe delle evidenti incongruenze delle presunte testimonianze su cui fa affidamento Bakri".
Bakri sostiene che i soldati avrebbero sparato a una mano di un inerme abitante palestinese, Ali Youssef, per poi sparargli anche alle gambe. Ma Rehov ha rintracciato Youssef e nel suo film rivela che questi venne ferito a una mano mentre stava dentro a un edificio insieme a terroristi armati di Hamas. Medici israeliani medicarono la ferita di Youssef, gli riscontrarono un difetto congenito al cuore e lo inviarono in Israele perché fosse curato nell'ospedale di Afula. Dalle cartelle cliniche dell'ospedale si rileva che Youssef non è mai stato ferito alle gambe.
Secondo Zangen, Bakri fa ampio ricorso a tecniche filmiche ingannevoli per creare il mito del massacro a freddo, cosa che ora Bakri ammette nella sua deposizione. Zangen cita ad esempio la scena di un tank che si dirige verso una folla. La scena quindi si oscura, lasciando la falsa impressione che quella gente sia stata uccisa. Inoltre Bakri, che in nessun momento della battaglia è stato sul posto a filmare, ingannevolmente giustappone le immagini di tank israeliani e quelle di tiratori scelti in posizione di tiro ad immagini di bambini palestinesi: altra circostanza ammessa da Bakri nella sua deposizione.
Alcune di queste immagini giustapposte includono i cinque soldati riservisti che hanno querelato l'autore davanti a un tribunale di Tel Aviv. I cinque accusano Bakri d'averli falsamente accusati di crimini di guerra e spiegano che, oltretutto, nella loro professione civile hanno frequenti contatti con palestinesi che ora potrebbero riconoscere i loro volti per averli visti nel diffamatorio documentario di Bakri, cosa che mette a repentaglio la loro attività professionale e la loro stessa vita.
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Vedi anche:
- The Arabic Truman Show (II) *
- Ma Israele esiste davvero? *
- Anche la verità spiana la via verso la pace
- Nella soap di Teheran gli israeliani rubano organi ai palestinesi (di Tatiana Boutourline)
- I mali dell'integralismo religioso
- Le ragioni dell'odio
- Il terrorismo non è una via obbligata
- The Arabic Truman Show (I) *
- "Stringere la mano a un ebreo? Mai, poi dovrei tagliarmi la mia!"
- Jihad e violenza sessuale
- Le Twin Towers delle Mille e una notte
:: Mar 18.01.05
Sunniti e sciiti in tv. La sfida sulla violenza
di Magdi Allam
Corriere della Sera, 18 gennaio 2005
La violenza che insanguina l'Iraq è resistenza, terrorismo o entrambi? In una dichiarazione ufficiale del 5 gennaio scorso i ministri degli Interni della Lega Araba condannano «tutti gli attentati terroristici in Iraq che prendono di mira gli agenti di sicurezza e la polizia irachena, le istituzioni commerciali, pubbliche, economiche, umanitarie e religiose». Ma non si fa alcun cenno agli attentati contro le forze della coalizione multinazionale.
:: Mar 18.01.05
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«Agenti, fermate chi attacca Israele»
Abu Mazen ordina alla polizia di intervenire contro i gruppi armati palestinesi. Il nuovo presidente studia anche un piano per inglobare le Brigate Al Aqsa nei corpi di sicurezza
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 18 gennaio 2005
Qualcosa si muove a Ramallah. Da poco più di 48 ore alla guida dell'Autorità nazionale palestinese, il nuovo presidente Abu Mazen ha preso la prima decisione per mettere in pratica il suo programma: ha ordinato ai capi dei servizi di sicurezza di adoperarsi per prevenire gli attacchi dei gruppi armati contro lo Stato ebraico e di intensificare i controlli ai confini di Gaza. In più, ha stabilito l'integrazione delle Brigate martiri di Al Aqsa nelle forze e nell'amministrazione dell'Anp.
:: Mar 18.01.05
[continua]
Graner, torturatore sorridente mostra la banalità del male
Lettere dal campus
di Maurizio Viroli
La Stampa, 18 gennaio 2005
La corte marziale ha condannato Charles Graner della polizia militare americana a dieci anni di reclusione per abusi contro i detenuti nella prigione di Abu Grahib. Al termine della pena verrà espulso con disonore dall'esercito. È una sentenza che fa onore all'esercito americano, anche se il massimo della pena previsto dal codice militare è quindici anni di reclusione.
:: Mar 18.01.05
[continua]
Harry ti presento Piggy
di Massimo Gramellini
La Stampa, 18 gennaio 2005
Ha fatto bene il principe Carlo a umiliare il figlio Harry per il suo travestimento da nazista spedendolo in una fattoria del Gloucestershore ad accudire maiali? Gli aristocratici rimarranno perplessi: occuparsi di maiali nei vecchi manieri di famiglia è stato per secoli una delle loro occupazioni preferite.
:: Mar 18.01.05
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Un vecchio copione

Al traguardo manca più di un anno, gli sfidanti sono quelli di dieci anni fa, gli argomenti sono quelli del secolo scorso: ci sarà poco da divertirsi.
di Luigi La Spina
La Stampa, 17 gennaio 2005Ma perché non li avvertono? Perché non si sono accorti che da ormai cinque anni è cambiato il secolo e non siamo più nel Novecento? Che il comunismo, per fortuna, è finito a martellate su un muro di Berlino, in una straordinaria notte di quindici anni fa. Che la socialdemocrazia, lanciata addirittura nell'ultimo anno dell'Ottocento da un signore che si chiamava Eduard Bernstein, sempre in Germania, è stata certamente longeva, ha prodotto tante buone cose e tante illusioni, ma difficilmente può essere fonte d'ispirazione anche nel Duemila. Un weekend politico davvero nostalgico e un poco surreale quello che abbiamo appena trascorso. Per la verità, degno più di Flaiano e del suo povero abitante di Marte che dei fasti, meglio dei nefasti, della seconda e della terza Internazionale.
:: Lun 17.01.05
[
continua]
Appello dell'Olp ai terroristi: fermate gli attacchi a Israele
Sharon ordina un'offensiva senza restrizioni a Gaza
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 17 gennaio 2005
Fermatevi compagni: «Stop a tutte le azioni militari che danneggiano i nostri obiettivi nazionali e offrono a Israele il pretesto per ostacolare la stabilità palestinese». Al secondo giorno di presidenza di Abu Mazen e all'ennesimo lancio di razzi Kassam sullo Stato ebraico dalla Striscia di Gaza entra in scena il Comitato esecutivo dell'Olp, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina. L'organo più autorevole del sistema politico dei Territori. Più delle istituzioni dell'Anp, concepita dalla sua nascita come un'Autorità transitoria e dal mandato ristretto.
:: Lun 17.01.05
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«Gli americani mi hanno dato ragione sull'Iraq»
Bush: «L'insediamento potrebbe attirare i terroristi». La sua popolarità in calo: sostenuto solo dal 50%
di Ennio Caretto
Corriere della Sera, 17 gennaio 2005
A quattro giorni dall'inizio del secondo mandato, il presidente George Bush - in discesa in quanto a popolarità (il 50% degli americani lo sostiene secondo un sondaggio dell'Istituto Pew, mentre gli insoddisfatti sono al 43%) - ha ieri enunciato, in un'intervista al Washington Post, una politica estera tanto inflessibile quanto nel primo.
:: Lun 17.01.05
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|Venerdì 14 Gennaio 2005| |
Cosa ci aspettiamo da Abu Mazen
Di Natan Sharansky *
Wall Street Journal, 11 gennaio 2005
Che l'elezione di Abu Mazen si traduca in una svolta nella ricerca della pace dipende in modo cruciale dalla disponibilità del mondo libero, guidato dagli Stati Uniti, di stabilire un collegamento fra la sua politica nei confronti del nuovo governo palestinese e il grado di libertà che l'Autorità Palestinese concederà ai propri cittadini.
Sebbene molte delle più recenti dichiarazioni di Abu Mazen non siano incoraggianti (dalla promessa di seguire le orme di Yasser Arafat, al garantire ai terroristi palestinesi che li proteggerà dalle reazioni di Israele, alla pretesa del cosiddetto "diritto al ritorno" all'interno di Israele pre-'67), la convinzione del presidente George W. Bush che la chiave per la pace stia nel costruire una società libera per i palestinesi costituisce motivo di qualche ottimismo. Se Bush metterà bene in chiaro che gli Stati Uniti appoggeranno Abu Mazen solo nella misura in cui questi si dedicherà ad allargare le libertà all'interno della società palestinese più che ad alimentare risentimenti, allora le chance che Abu Mazen diventi un autentico interlocutore aumenteranno immensamente. Viceversa, la semplice sostituzione di Arafat con Abu Mazen non trasformerà la fallita formula di Oslo in un successo.
Se Abu Mazen si rivelerà un partner volonteroso in questo sforzo, allora il suo governo dovrà ricevere legittimazione, aiuti finanziari, territorio e sostegno per l'indipendenza. Se invece non si dimostrerà tale, tutto l'appoggio dovrà essere bloccato.
Quattro sono i temi sui cui il mondo libero dovrebbe concentrare la sua attenzione.
Dissenso. Sotto Arafat, l'unica libertà di parola o di stampa era la libertà di condannare Israele. Abu Mazen deve capire che i tempi della repressione del dissenso democratico sono finiti. Se i democratici palestinesi sapranno con certezza che il mondo libero non intende permettere all'Autorità Palestinese di agire impunemente contro di loro, allora assisteremo all'aumento delle voci democratiche.
Educazione e istigazione. Le scuole gestite dall'Autorità Palestinese e i media controllati dall'Autorità Palestinese sono stati usati per avvelenare un'intera generazione di palestinesi contro ebrei e Israele. Il mondo libero deve esigere che ciò abbia fine immediatamente.
Campi profughi. Un'Autorità Palestinese votata a migliorare le condizioni di vita dei suoi cittadini dovrebbe affrontare fin da subito le miserevoli condizioni dei palestinesi che vivono da tre-quattro generazioni nei campi profughi. Viceversa, un'Autorità Palestinese interessata solo a controllare i suoi sudditi preferirà continuare a usare questi palestinesi come pedine nella lotta politica contro lo stato ebraico, continuando ad alimentare le fantasie circa un "ritorno" all'interno di Israele pre-'67. Il mondo libero dovrebbe esprimere la propria disponibilità a finanziare un programma per dare abitazioni decenti a coloro che vivono in questi campi. Una dirigenza dell'Autorità Palestinese che respingesse questo piano non sarebbe interessata al benessere della sua stessa gente e pertanto non rappresenterebbe un valido interlocutore per la pace.
Indipendenza economica. Uno dei cardini di una società libera è una solida classe media che non dipenda dai voleri del governo. Con il suo monopolio sulle industrie di base e il suo potere di decidere chi debba ricevere il permesso di lavorare in Israele e chi l'aiuto internazionale, l'Autorità Palestinese mantiene sotto stretto controllo l'economia palestinese. I soldi inviati vengono usati per finanziare terrorismo e corruzione anziché per migliorare il livello di vita della gente. Anche se da tempo sostengo l'opportunità di un Piano Marshall per i palestinesi, bisogna sapere che il successo di un simile piano dipenderebbe dalla capacità di garantire che i soldi vengano investiti esclusivamente in progetti che portino beneficio diretto alla popolazione.
Senza dubbio il successo degli sforzi per aiutare i palestinesi a costruire una società libera dipenderanno in larga misura dai palestinesi stessi. Da parte sua Israele dovrebbe fare di tutto per sostenere un'Autorità Palestinese che fosse dedita a migliorare la vita dei suoi cittadini. Ma anche il resto del mondo libero deve fare la sua parte. Stabilendo uno stretto collegamento fra le sue politiche verso l'Autorità Palestinese e l'allargamento della libertà all'interno della società palestinese, il mondo libero potrebbe incoraggiare Abu Mazen a fare l'unica scelta che può dare una possibilità alla pace.
* Già noto dissidente in Urss, l'autore è oggi ministro del governo di Israele
© Israele.net
:: Ven 14.01.05
Tornano i kamikaze, terrore in Israele
Almeno cinque vittime al valico con Gaza. Hamas, Brigate Al Aqsa e un altro gruppo rivendicano l'attacco
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 14 gennaio 2005
Ci sono e vogliono farsi sentire. Abu Mazen è stato eletto alla presidenza palestinese dopo una campagna in cui - nonostante qualche momento ambiguo - ha detto chiaramente: l'Intifada armata è stata un errore. No agli attacchi contro i civili israeliani. Ma anche nessuna disponibilità a chiudere un occhio davanti ad azioni contro i militari. I gruppi estremisti, però, non possono cedere le armi in cambio di nulla: vogliono trattare. E lo fanno a modo loro.
:: Ven 14.01.05
[continua]
Gli ebrei e la svolta americana
Antisemitismo
di Sergio Romano
Corriere della Sera, 14 gennaio 2005
Nel «Corriere della Sera» del 7 gennaio Ernesto Galli della Loggia ricorda che Raul Hilberg, autore di una grande opera sulla «Distruzione degli ebrei d'Europa», si scontrò alla fine della sua ricerca, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, con la diffidenza del mondo editoriale americano. Posso aggiungere qualche ricordo personale. Quando arrivai a Chicago nel 1952 gli ebrei, socialmente, erano tenuti a distanza da ipocrite e talvolta sgarbate forme di apartheid. Godevano di un forte prestigio nel mondo accademico, erano tradizionalmente presenti nel mondo finanziario e controllavano alcune fra le major di Hollywood. Ma in molti Stati americani la middle class ebraica viveva in un ghetto invisibile.
:: Ven 14.01.05
[continua]
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|Giovedì 13 Gennaio 2005| |
Le elezioni palestinesi incalzano il cambiamento nel mondo arabo
di Orly Halpern
The Jerusalem Post, 12 gennaio 2005
Le elezioni del 9 gennaio per la presidenza dell'Autorità Palestinese sono state la scossa di cui avevano bisogno i regimi totalitari del resto del mondo arabo. Lo afferma Nagi al-Ghatrifi, vice presidente del partito egiziano Al-Ghad. "Anche tra gli arabi c'è chi sostiene che nel mondo arabo non è ancora il momento di introdurre riforme politiche perché la gente non sarebbe abbastanza matura per decidere del proprio futuro – dice Ghatrifi, un analista politico che ha partecipato lo scorso settembre alla fondazione del partito d'opposizione egiziano –. Ora possono vedere che non è vero dal momento che i palestinesi, con tutte le difficoltà in cui vivono, sono riusciti a tenere delle elezioni. Le elezioni palestinesi aiuteranno i gruppi arabi d'opposizione che avevano bisogno di un esempio".
Uno dei principali obiettivi del partito di Ghatrifi è quello di impedire che il figlio dell'anziano presidente egiziano Hosni Mubarak subentri automaticamente al posto del padre, sulla falsariga di quanto è accaduto pochi anni fa nella insolita "repubblica ereditaria" siriana.
Lunedì, mentre venivano diffusi in tutto il mondo i risultati delle elezioni palestinesi, un gruppo di democratici egiziani ha lanciato una campagna politica per ottenere una modifica della costituzione che permetta di eleggere il presidente del paese scegliendo fra una rosa di candidati. "Sette candidati hanno partecipato alle elezioni palestinesi sotto un'occupazione che dura da 38 anni – ha detto alla Associated Press Hussein Abdel-Raziq, capo del Comitato per la Difesa della Democrazia –. Il cittadino egiziano non è certo meno capace di quello palestinese di scegliere un presidente fra diversi candidati, ma i governanti sanno che perderebbero in caso di elezioni libere".
Attualmente in Egitto un solo candidato può concorrere alle elezioni per la carica di presidente e viene scelto dal parlamento, che è dominato dal Partito Democratico Nazionale di Mubarak e da altri gruppi ad esso affiliati. I cittadini egiziani possono solo votare "sì" o "no" al candidato unico.
In altri paesi arabi gli osservatori politici sono più scettici circa l'influenza che le elezioni palestinesi potranno esercitare sui rispettivi regimi. "Ci saranno discussioni e qualche incoraggiamento – dice Abdul-Rahim Malhas, parlamentare indipendente giordano –. Forse verrà scritto qualche articolo sui giornali, almeno fin dove permesso. Ma alla fine in Egitto, Siria e Giordania non cambierà nulla. Pensate che qualcuno in Giordania parlerà di eleggere un nuovo leader? E' assai difficile, perché il sistema arabo è estremamente radicato: è un sistema neo-patriarcale dal volto moderno, nel quale il leader governa finché muore. Indipendentemente da ciò che dice la costituzione, il figlio è destinato a prenderne il posto".
Concorda con questa opinione una ex giornalista saudita che preferisce restare anonima. "No, non credo che nel prossimo futuro vi saranno elezioni democratiche per la leadership – scrive in una e-mail al Jerusalem Post –. Ma questo non significa che non possa mai avvenire. Quando? Non c'è risposta a questa domanda. Forse quando monterà la pressione dal paese".
Malhas ritiene comunque che un certo effetto vi sarà. "Non c'è dubbio che qualcosa sta avvenendo, qualcosa si sta muovendo verso la vera democrazia – dice –. Ma lentamente, molto lentamente. Nel futuro prevedibile non vedremo, qui, ciò che è avvenuto in Palestina".
© Israele.net
:: Gio 13.01.05
Il paradosso morale di Sharon
L'uomo nero dei benpensanti di tutto il mondo ora è il motore della pace
Il Foglio, 13 gennaio 2005
Ariel Sharon è al potere in Israele da quattro anni. Ha affrontato il terrorismo con la repressione, ha dispiegato la forza armata nei territori, ha ucciso i capi delle organizzazioni fondamentaliste dovunque si trovassero, ha distrutto una per una le case d'origine dei militanti che si erano fatti esplodere tra i civili in Israele, ha imprigionato Arafat in un clamoroso esilio interno sotto gli occhi costernati dell'opinione internazionale, ha costruito un muro o barriera di protezione per la lunghezza di seicento kilometri nonostante le condanne dell'Onu e della Corte dell'Aja, ha sostenuto la guerra in Iraq e la cacciata di Saddam Hussein, finanziatore dell'intifada Al Aksa.
:: Gio 13.01.05
[continua]
E la stampa liberal ora paragona Sharon a Churchill
Corriere della Sera, 13 gennaio 2005
Un paragone: discorso «churchilliano». Una metafora: Ariel Sharon è come Gulliver tra i nani. Un'esortazione: «Corri. Arik corri». Claude Lanzmann, sulla prima pagina del quotidiano Le Monde, ha voluto ricordare un editoriale di Yoel Marcus su Haaretz dedicato al discorso pronunciato dal premier israeliano davanti alla Knesset per sostenere il suo piano di disimpegno da Gaza. Per far capire come l'immagine di Sharon sia cambiata anche agli occhi di testate liberal come Haaretz. Ma forse non ancora a quelli dei giornalisti francesi. Lanzmann, direttore della rivista Les Temps modernes e autore di documentari come Shoah e Tsahal, ricorda che la stampa di Parigi ha dato poco spazio a quel «discorso storico sulla guerra e sulla pace» e invita a lasciar da parte pregiudizi e posizioni già confezionate per aiutare Sharon e il neo-eletto presidente palestinese Abu Mazen.
:: Gio 13.01.05
Partita politica
Kasparov dà scacco allo Zar, Rostropovich lo difende
Corriere della Sera, 13 gennaio 2005
Un «fascista» che sta smantellando la democrazia russa col sostegno supino dell'Occidente: ecco cos'è il presidente russo Vladimir Putin agli occhi di Garry Kasparov, il campione di scacchi nato nell'ex Unione Sovietica.
:: Gio 13.01.05
[continua]
«Chi nega Auschwitz m'ascolti. Io c'ero, dalla parte degli aguzzini»
Sessant'anni dopo la liberazione del lager, ex SS rompe il silenzio. E racconta l'orrore nazista agli amici del club filatelico della sua città
di Laurence Rees *
Corriere della Sera, 13 gennaio 2005
Dopo la guerra Oskar Gröning faceva il manager in una vetreria vicino ad Amburgo, ma nel tempo libero raccoglieva con passione francobolli. Fu a un incontro del circolo filatelico della sua città che alla fine degli anni 80 si trovò a parlare di politica con un altro collezionista. «Non le pare terribile - disse l'uomo - che il governo dichiari illegale qualunque cosa si dica contro l'uccisione di milioni di ebrei ad Auschwitz?» E spiegò a Gröning come fosse «inconcepibile» che tanti corpi fossero stati bruciati.
:: Gio 13.01.05
[continua]
Il Tottenham non fa come l'Ajax: noi siamo una «squadra ebrea»
Dopo il caso del club olandese che ha vietato ai tifosi le bandiere con la stella di David per non «aizzare l'antisemitismo degli avversari»
di Filippo Maria Ricci
Corriere della Sera, 13 gennaio 2005
Ajax e Tottenham si separano. Non che le due squadre di calcio, olandese la prima, inglese la seconda, siano mai state unite, e nemmeno gemellate. Ma nell'immaginario calcistico europeo Ajax e Tottenham rappresentano i club ebrei per antonomasia.
:: Gio 13.01.05
[continua]
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|Mercoledì 12 Gennaio 2005| |
The Arabic Truman Show (II): tsunami israelo-americano *

Ad ogni segnale di cambiamento in Medio Oriente, ci lasciamo prendere tutti dall'entusiasmo e dalla speranza che la democrazia e la pace possano finalmente mettere radici anche tra quelle popolazioni martoriate. Poi, ogni volta, guardiamo meglio e ci ritroviamo a dover ammettere smarriti, tra le sceneggiate, le messinscene e le frodi di massa propinate dalle tv arabe e dai loro predicatori, che c'è qualcosa di più profondo di desideri e intenti a conservare tutto desolatamente uguale. E ci sarebbe da morir dal ridere, se non fosse, quella, la ragione di fondo che, come si diceva un tempo, permette di cambiare tutt'al più l'aspetto esteriore di una realtà che altrimenti rimane immutabile e sconcertante. 
/BlogGlob]
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La potenza del complotto ebraico scatena lo tsunami!
di Federico Steinhaus
Informazione Corretta, 11 gennaio 2005
E' noto da tempo che una parte rilevante del mondo arabo, ed in misura minore del mondo islamico in genere, usa attribuire a fattori esterni la causa di ogni sciagura, povertà e guerre intestine incluse. Questa teoria della cospirazione è stata molte volte denunciata come falsa e nociva dai più illuminati fra gli intellettuali arabi, ma ciò non di meno essa riemerge ad ogni occasione.
La commistione fra religione e politica, fra potere del clero e potere dello Stato (e del denaro, che in quelle regioni si identificano), costituisce un punto fermo nelle tradizioni dell'Islam ed in particolare del mondo arabo, rendendo difficilmente distinguibili le istanze dell'uno o dell'altro; tutto ciò è di difficile comprensione per la cultura occidentale, plasmata dal concetto radicato della separazione, o separatezza, delle cose di Dio da quelle degli uomini, ma non se ne può prescindere in ogni valutazione politologica che voglia avere un approccio corretto con quella realtà.
Avviene così che anche la spaventosa sciagura causata dal maremoto, che ha colpito popolazioni a grande maggioranza musulmane, possa innescare questo meccanismo della ricerca di colpevoli, ed avviene che questi colpevoli siano trovati con grande facilità e rapidità: americani e sionisti (o ebrei, il che per chi lancia tali accuse è identico).
Poche citazioni potranno chiarire meglio di qualunque commento quanto andiamo affermando.
Il sermone del venerdi trasmesso dalla televisione palestinese il 31 dicembre era stato affidato allo sceicco Ibrahim Mudeiris; eccone un breve stralcio:
"…L'oppressione e la corruzione causate dall'America e dagli ebrei sono aumentate. Avete mai sentito parlare di quelle spiagge che vengono chiamate paradiso turistico? Avete probabilmente sentito parlare di Bangkok. Ne abbiamo letto, e lo conosciamo come un centro di corruzione sulla faccia della terra. Lì vi sono investimenti americani e sionisti. Lì essi inducono musulmani ed altri alla prostituzione… Volete voi che la terra chiuda un occhio nei confronti degli oppressori corrotti? Volete voi che il mare abbassi le sue onde dinanzi alla corruzione che vede con i propri occhi? No. L'ora zero è arrivata".
Nel medesimo sermone lo sceicco ha trasferito alla politica i concetti morali appena espressi:
"…No al ritorno ai confini del 1967. Noi siamo interessati ad un ritorno ai nostri veri confini…Noi siamo interessati a tornare ai confini del 1936, alla rivoluzione… e siamo interessati a tornare ai confini del 1929 (n.d.t.: le due date rievocano il ricordo di due rivolte sanguinose, nel corso delle quali si sono verificati massacri in massa di ebrei, quale quello degli ebrei di Hebron)… Noi vogliamo tornare ai confini del 1919… Noi abbiamo una rivendicazione che non possiamo dimenticare e non perdoneremo mai… contro la Gran Bretagna e tutti i governi che hanno aiutato la creazione su questa terra dello stato d'Israele, che è uno stato falso su una terra vera… Oggi l'America è lo sponsor del terrore in questa terra… l'America ha raggiunto il suo apice, ammettiamolo, ma per volontà di Allah è avviata verso l'abisso…".
Il medesimo sceicco ha ripetuto concetti ancora più violenti nel suo sermone del 7 gennaio, trasmesso dalla televisione palestinese:
"…I musulmani ricordano come gli ebrei hanno corrotto la terra… O musulmani! Gli ebrei sono ebrei. Il loro carattere e le loro usanze sono la corruzione e la distruzione di questa terra. Noi continuiamo ad ammonirvi: gli ebrei sono un cancro che si estende nel corpo della nazione islamica ed araba… Essi investono nei paesi dell'Est dell'Asia che sono stati distrutti a causa della corruzione ebraica ed americana…".
Il settimanale nazionalista egiziano Al-Usbu del 1 gennaio ha pubblicato un articolo di Mahmoud Bakri, intitolato "L’umanità in pericolo", nel quale si sostiene che lo tsunami sia stato causato o quanto meno aggravato nelle sue conseguenze da esperimenti nucleari congiunti realizzati in quell'area da India, Stati Uniti ed Israele: "…Secondo le stime degli esperti, vi sono due possibili spiegazioni per quanto è avvenuto. La prima è una causa naturale, divina, in quanto quella regione si trova nell'Anello di Fuoco, soggetto a questo tipo di terremoti devastanti. La seconda possibilità è che vi sia stato un qualche tipo di intervento umano che ha destabilizzato le placche tettoniche… Molte relazioni hanno dimostrato che le placche tettoniche dell'India e dell'Australia sono venute a collisione con quelle dell'Europa e dell'Asia, e che l'India ha conseguito recentemente una elevata tecnologia nucleare, preparata da numerosi esperti nucleari israeliani e centri di ricerca americani… I tre più recenti esperimenti sembrano essere la vera preparazione degli americani e degli israeliani ad agire congiuntamente con l'India per trovare un modo idoneo a liquidare l'umanità…".
Altri commentatori arabi, nel campo della religione, della politica ed anche del semplice giornalismo, si sono cimentati nell'attribuire ai peccati di quelle popolazioni il martirio che Allah ha voluto infliggere loro; ma la domanda sulla reale volontà divina di intervenire nelle vicende umane (in genere per castigare in maniera esemplare chi viola le leggi di Dio) vengono sollevate in questa come anche in altre culture e fedi, e pertanto non incidono sul nostro giudizio. Risalta invece ancora più forte e stridente, a questo punto, questa specifica peculiarità dell'Islam, che colloca chi la manifesta e la diffonde, sul crinale dell'odio viscerale.------------------------------ Fine testo ------------------------------
Vedi anche:
- Ma Israele esiste davvero? *
- Anche la verità spiana la via verso la pace
- Nella soap di Teheran gli israeliani rubano organi ai palestinesi (di Tatiana Boutourline)
- I mali dell'integralismo religioso
- Le ragioni dell'odio
- Il terrorismo non è una via obbligata
- The Arabic Truman Show (I) *
- "Stringere la mano a un ebreo? Mai, poi dovrei tagliarmi la mia!"
- Jihad e violenza sessuale
- Le Twin Towers delle Mille e una notte
:: Mer 12.01.05
George W. il giacobino e i sanfedisti di Bagdad
di Gianni Riotta
Corriere della Sera, 12 gennaio 2005
Il presidente George W. Bush è l'erede della giacobina napoletana Eleonora de Fonseca Pimentel, leader della Rivoluzione del 1799 a Napoli. Il capo terrorista in Iraq al Zarqawi è invece l'emulo del cardinale sanfedista Fabrizio Ruffo. Le speranze americane di importare democrazia e giustizia a Bagdad sono destinate a fallire come l'utopia dei patrioti italiani due secoli fa. Chi propone un paragone del genere? Edward Luttwak, chi altri?, lo studioso conservatore che parla latino, tiene un mitra Uzi accanto a una antica edizione della Divina Commedia, ha studiato la strategia militare romana, fatto da consulente a Ronald Reagan e criticato il «turbocapitalismo» globale.
:: Mer 12.01.05
[continua]
«Israele, palestinesi e Giordania, una troika collegata all'Europa»
Intervista a Shimon Peres
di Alessandra Coppola e Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 12 gennaio 2005
Ottimista ma senza illusioni. Vuole salvare il governo del suo alleato ed ex nemico Sharon ed evitare le elezioni anticipate, perché ritiene fondamentale il ritiro da Gaza: «Per la coalizione sarà quello il momento di massimo rischio». Ha fiducia in Abu Mazen e si rifiuta di essere scettico sulla sua capacità di fermare il terrorismo: «Decidere non è mai un piacere, ma ci proverà». Giudica il voto palestinese il più democratico che sia mai stato espresso nel mondo arabo.
:: Mer 12.01.05
[continua]
Disgelo, Sharon telefona ad Abu Mazen
di Umberto De Giovannangeli
L'Unità 11 gennaio 2005
La prima vittoria da presidente, «Mahmoud il moderato» l'ha ottenuta l'altra notte. A Gerusalemme. La «mano tesa» rivolta da Abu Mazen a Israele ha permesso il varo del governo Sharon-Peres e con esso il salvataggio del piano di ritiro da Gaza.
:: Mer 12.01.05
[continua]
Come aiutare Abu Mazen
The Jerusalem Post, 10 gennaio 2005
Israele e il resto del Medio Oriente, per non dire degli stessi palestinesi, hanno un chiaro interesse per il successo della democrazia nella società palestinese. Solo pochi mesi fa l'opinione corrente era che le uniche alternative al regime di Yasser Arafat fossero l'estremismo e l'anarchia. Le ordinate operazioni di voto di domenica e la relativa debolezza delle fazioni che cercano di tenere vivo il terrorismo dimostrano che questa opinione peccava per eccesso di pessimismo.
Ora, però, la comunità internazionale, magari con l'acquiescenza dello stesso governo israeliano, potrebbe essere indotta a fare l'errore opposto. Si attribuisce molta importanza alle dimensioni della vittoria di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) come indicatore della sua futura capacità di dare seguito alla sua opposizione alla "intifada militarizzata". L'esperienza insegna, tuttavia, che ciò che sarà determinante non sono i margini della vittoria, bensì le aspettative della comunità internazionale e la volontà da parte della comunità internazionale di perseguirle.
In fondo, Abu Mazen ha espresso posizioni contraddittorie. Da una parte ha parlato contro i terrorismo (senza usare mai questa parola), compresi i lanci di missili e mortai; dall'altra ha fatto campagna elettorale insieme a capi terroristi, ha celebrato i terroristi come eroi e si è chiaramente espresso contro l'uso della forza per porre fine agli attentati contro Israele.
Come ha spiegato un membro delle Brigate Martiri di Al Aqsa (affiliate a Fatah) al giornalista del Jerusalem Post che gli chiedeva se fermeranno gli attacchi dopo che il loro candidato Abu Mazen avrà vinto: "Ci fermeremo solo quando vi sarà un ritiro completo dalle zone palestinesi e vi saranno progressi nel processo di pace. Nella prima fase devono ritirarsi dalle nostre città, poi devono scarcerare tutti i detenuti, smantellare tutti gli insediamenti e accettare le richieste palestinesi. Dopo di che noi daremo ascolto agli appelli di Abu Mazen (per la fine degli attentati)".
In questo contesto non ci sarebbe da stupirsi se Abu Mazen cedesse alla tentazione di continuare sulla stessa strada del suo maestro a intermittenza Arafat, in quale ogni tanto si dichiarava contrario alla violenza ma non muoveva mai un dito per fermarla, sostenendo sempre di essere troppo debole per prendere misure concrete contro il terrorismo senza ulteriore sostegno da parte dell'occidente.
Raramente un leader prende decisioni dolorose se può evitare di farlo. La linea più facile potrebbe essere quella di fare sfoggio di grandi sforzi, dichiararsi impotenti e starsene seduti ad aspettare che la marea di appelli a "sostenere Abu Mazen" dia i suoi frutti.
Se invece questa volta la comunità internazionale desidera davvero la fine del terrorismo e il successo del processo democratico palestinese, allora deve cambiare atteggiamento. Il sostegno finanziario alla nuova/vecchia dirigenza palestinese deve essere strettamente vincolato sia alla fine del terrorismo e delle violenze, sia alle riforme democratiche. E lo stesso governo israeliano, è appena il caso di aggiungere, non deve fare nulla che possa minare lo stretto collegamento fra l'appoggio al leader e i suoi comportamenti. (…)
È necessario condizionare i negoziati alla cessazione del terrorismo. Ma non è sufficiente, giacché il leader palestinese potrebbe sempre optare (come fece il suo predecessore) per nessun negoziato e nessuna cessazione del terrorismo, nella speranza che alla fine Israele sia costretto comunque a negoziare. Il vincolo necessario deve invece essere tra l'aiuto finanziario, dal quale dipende completamente l'Autorità Palestinese, la fine delle violenze e la costruzione della democrazia. Quest'ultimo obiettivo tende ad essere rapidamente liquidato, soprattutto in Israele. Ma un "cessate il fuoco", per quanto benvenuto, non potrà mai durare sulle sabbie mobili di un regime dispotico e arbitrario. (…) "La gente sa bene chi sono i boss che spadroneggiano e uccidono – ha dichiarato domenica scorsa al The New York Times l'economista e analista politico Salah Abdel Shafi. Se non hai forti legami con una milizia o una tribù o una famiglia potente, sei nei guai. Persino una banale lite stradale può portare all'omicidio".
Uno stato senza legge non può fermare il terrorismo, né fare la pace.
© Israele.net
:: Mer 12.01.05
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|Martedì 11 Gennaio 2005| |
Un esempio per l'Iraq

di Magdi Allam
Corriere della Sera, 11 gennaio 2005Se giustamente ci si rallegra per il voto dei palestinesi a favore della pace, della sicurezza e dello sviluppo, a maggior ragione si dovrebbe auspicare il successo delle elezioni irachene in programma il 30 gennaio. In teoria per l'Iraq il traguardo dovrebbe essere più facilmente raggiungibile. Perché formalmente, così come sancisce la risoluzione 1546 approvata all'unanimità dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, l'Iraq è uno Stato pienamente sovrano.
:: Mar 11.01.05
[
continua]
Bush invita Abu Mazen alla Casa Bianca
Pressioni su Israele: «Fate i passi necessari». Il presidente palestinese: «Tendiamo la mano della pace al vicino»
di Ennio Caretto
Corriere della Sera, 11 gennaio 2005
L'elezione di Abu Mazen, in cui scorge l'inizio della democratizzazione della Palestina, ha ieri spinto il presidente Bush a premere per la prima volta su Israele affinché vada incontro al nemico. Bush ha telefonato al neoeletto presidente palestinese per complimentarsi, dopo aver pubblicamente annunciato di volerlo invitare alla Casa Bianca: «Sarò felice di riceverlo - ha detto - se vorrà venire». Parole che hanno in pratica offerto una mediazione per la ripresa dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi.
:: Mar 11.01.05
[continua]
Il leader con la kefia sulle spalle
di Fiamma Nirenstein
La Stampa, 11 gennaio 2005
La kefia e Arafat sono state sempre una cosa sola, un allusivo, duro flash di bianco e nero sulla storia, una bandiera di guerra. Aggiustata sulla spalla in modo da foggiare il disegno della Grande Palestina dei suoi sogni, la kefia era il simbolo della lotta a tutto campo, dal terrorismo all'Onu, che Arafat aveva forgiato.
:: Mar 11.01.05
[continua]
D'Alema: è una vera svolta, non bastano gli auguri
La Palestina di Abu Mazen
Intervista di Pasquale Cascella
L'Unità, 11 gennaio 2005
«È una data storica». Per Massimo D'Alema le elezioni palestinesi e la formazione di un governo con i laburisti in Israele offrono una «opportunità unica per riavviare in Medioriente un processo di pace bilanciato». Per questo, «non bastano gli auguri ad Abu Mazen». Serve, «ora più che mai», una iniziativa della Comunità internazionale.
:: Mar 11.01.05
[continua]
«Ma lo uccideranno se cercherà di disarmare i terroristi»
Lo storico israeliano Benny Morris: «La maggioranza dei palestinesi non vuole la pace e il nuovo leader sarà un ostaggio»
Intervista di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 11 gennaio 2005
Benny Morris, capofila dei nuovi storici israeliani, è lo studioso che ha cambiato il modo di pensare la storia del Medio Oriente. Le sue ricerche sulla questione dei rifugiati palestinesi hanno operato una doppia revisione: prima incrinando i miti fondativi di Israele, a cominciare dalla fede nella possibilità di convivere con gli arabi; poi giustificando la scelta di Ben Gurion e sostenendo la necessità della separazione dei due popoli.
:: Mar 11.01.05
[continua]
Saluti romani: tollerare è davvero la strada più saggia?
Lettere dal campus
di Maurizio Viroli
La Stampa, 11 gennaio 2005
Nel derby Roma-Lazio un giocatore ha manifestato la sua gioia con un bel saluto romano prontamente immortalato dalle televisioni e dai giornali. Reazioni e commenti, tranne poche eccezioni, sono stati bonari, comprensivi, divertiti, come si addice a un episodio di colore fra i tanti che animano il mondo del calcio. Il portavoce dei tifosi laziali ha addirittura annunciato che sono pronti a marciare in migliaia contro la Lega Calcio, qualora il giocatore sia punito a termini di regolamento.
:: Mar 11.01.05
[continua]
Il ruolo di Hamas sarà il test decisivo
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 10 gennaio 2005
Tanto scontate nel risultato quanto rivoluzionarie nel messaggio politico che lanciano, le elezioni palestinesi di ieri dovranno attendere un complesso domani prima di scoprire il loro posto nella storia. Il successo del pragmatico Abu Mazen conforta la speranza di un nuovo e più costruttivo dialogo israelo-palestinese dopo la scomparsa di Arafat. Il numero dei candidati e lo svolgersi di una «vera» seppur breve campagna elettorale crea un precedente democratico che aspetta imitatori nell'intero mondo arabo. Ma in Medio Oriente la delusione è subentrata troppe volte alle iniziali euforie perché oggi non si senta il bisogno di prendere tempo e di verificare sul campo quanto vorranno e potranno fare gli stessi palestinesi, gli israeliani, gli americani e gli europei.
:: Lun 10.01.05
[continua]
E adesso la Pace è possibile
di Igor Man
La Stampa, 10 gennaio 2005
L'avvento, quasi plebiscitario, di Abu Mazen sul fragile trono di Arafat non eliminerà certo l'occupazione, né eliminerà l'afflizione del popolo palestinese cui è stata confiscata la terra e, dunque, la patria. Ma ci dice, una volta ancora, come la democrazia sia un bene supremo poiché ti lascia scegliere liberamente.
:: Lun 10.01.05
[continua]
«Tratterò per la pace, con durezza»
Abu Mazen: «Sono pronto a incontrare Sharon in qualsiasi momento». «Ho il sostegno di tutte le fazioni, negozierò come mi ha insegnato Arafat»
Intervista di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 10 gennaio 2005
Il vincitore delle elezioni palestinesi Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, l'uomo che vuole fare la pace con Israele per arrivare alla fine dell'occupazione, si sbilancia senza tradire la sua notoria prudenza: «Sappiamo che non è facile, ma non è impossibile». E' pronto a incontrare il premier israeliano Ariel Sharon «in qualsiasi momento», e si riconosce «nei principi espressi apertamente e chiaramente dal presidente George W. Bush nella sua visione di pace nel Medio Oriente».
:: Lun 10.01.05
[continua]
Tutti gli enigmi di Vladimir Putin
L'Occidente può scommettere sulla Russia?
di Alberto Ronchey
Corriere della Sera, 10 gennaio 2005
I suoi portavoce non gradiscono che sia chiamato Vova, diminutivo di Vladimir, come Lenin. Eppure, anche se non è un leninista ingentilito e ammodernato, Putin suscita interrogativi persistenti fra gli occidentali. Qual è il senso della sua condotta, nella politica interna o internazionale?
:: Lun 10.01.05
[continua]
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|Venerdì 07 Gennaio 2005| |
Coordinamento fra israeliani e palestinesi per il voto
The Jerusalem Post, 7 gennaio 2005
Settimane di intensi preparativi in coordinamento tra funzionari israeliani e dell'Autorità Palestinese culmineranno nel prossimo fine settimana nell'Operazione "Curtain Raiser", volta a garantire che domenica prossima migliaia di palestinesi possano scegliere in sicurezza il loro nuovo leader. Per la prima volta dopo anni, funzionari della sicurezza israeliani e palestinesi siederanno fianco a fianco nella situation room allestita a Beit El (Cisgiordania) dove coordineranno e monitoreranno le operazioni di voto per l'elezione del presidente dell'Autorità Palestinese.
Funzionari della sicurezza israeliana sottolineano che la loro disponibilità ad aiutare nella preparazione tecnica non implica alcuna interferenza negli affari interni dell'Autorità Palestinese. Alcuni di loro aggiungono d'aver costantemente chiesto agli interlocutori palestinesi di adoperarsi per contribuire a tenere sotto controllo gli estremisti che vogliono sabotare il processo elettorale.
A differenza dei funerali di Yasser Arafat lo scorso novembre, per la domenica elettorale non verrà decretata la chiusura di sicurezza dei passaggi fra Israele e i territori di Cisgiordania e striscia di Gaza. Ventiquattro ore prima dell'inizio delle elezioni le truppe israeliane verranno ritirate dalle aree palestinesi, per farvi ritorno solo il giorno successivo alle elezioni, salvo il caso che i servizi di difesa ricevano informazioni relative a "bombe a orologeria viventi" (terroristi in procinto di compiere attentati).
Poliziotti palestinesi in uniforme avranno il permesso di portare armi nelle zone che (in base agli Accordi firmati negli anni '90) sono sotto totale controllo dell'Autorità Palestinese (Aree A) e nelle zone in cui l'Autorità Palestinese esercita il controllo amministrativo mentre la sicurezza è responsabilità congiunta di Israele e Autorità Palestinese (Aree B). Nelle Aree C, che sono sotto completo controllo israeliano, i funzionari della sicurezza palestinese dovranno vestire abiti civili e non potranno portare armi.
Le Forze di Difesa israeliane incrementeranno la loro presenza ai principali posti di blocco nei territori in modo da garantire più rapidi passaggi ai residenti e alle centinaia di osservatori internazionali. La grande quantità di osservatori internazionali suscita anche qualche sorriso. "Su un giornale palestinese – racconta un funzionario israeliano – è comparsa recentemente una vignetta in cui si vede una folla di osservatori assiepati attorno a un seggio, e un elettore palestinese con in mano la scheda che cerca faticosamente di farsi strada per raggiungere l'urna".
Sabato le urne verranno distribuite con furgoni nei mille seggi in Cisgiordania e striscia di Gaza. Nei giorni scorsi i funzionari israeliani e palestinesi hanno controllato le identità degli autisti, la descrizione dei veicoli e il percorso esatto che faranno per distribuire le urne. I funzionari della difesa israeliana spiegano che gli stretti controlli mirano a impedire che i terroristi approfittino della situazione, utilizzando i furgoni per lanciare attacchi o trasportare armi ed esplosivi.
Le operazioni di voto inizieranno alle 7.00 di mattina di domenica 9 gennaio e si protrarranno per dodici ore. Dopo di che ogni seggio procederà alla conta delle schede e comunicherà i risultati alla commissione elettorale con sede a Ramallah.
© Israele.net
:: Ven 07.01.05
I silenzi di Annan e Solana
L'Onu e l'Europa non afferrano che il voto in Iraq è uno spartiacque
Il Foglio, 7 gennaio 2005
Si avvicina la data delle elezioni in Iraq e il silenzio dell'Ue e dell'Onu è sempre più tetro. La partita è chiara: da una parte tutte le forze politiche che si erano opposte al regime di Saddam, appoggiate dagli Usa, vogliono garantire un voto popolare. Dall'altra un complesso di forze, appoggiate dalla Siria e dall'Iran, punta a impedirlo, terrorizza e massacra chiunque lavori per garantire quel diritto.
:: Ven 07.01.05
[continua]
Libertà economica, un passo indietro
L'Italia arretra, pesano gli interessi organizzati
di Piero Ostellino
Corriere della Sera, 7 gennaio 2005
«Migliorano i conti pubblici, cala il debito», titolava martedì il Corriere. Una buona notizia. Contemporaneamente, però, è arrivato sul computer - tramite il sito dell'Istituto Bruno Leoni di Torino, che ne presenterà l'edizione europea il 15 febbraio - l'Indice della libertà economica 2005» (Heritage Foundation- Wall Street Journal), con una notizia poco incoraggiante. Su 161 Paesi, l'Italia è al 26° posto, con un punteggio complessivo di 2,28, persino lievemente peggiore (dello 0,2) di un anno fa.
:: Ven 07.01.05
[continua]
Tutto il resto è noia
di Massimo Gramellini
La Stampa, 7 gennaio 2005
Tre anni dopo aver incassato gli elogi dell'americano «Time», l'ex «cattivo maestro» Toni Negri è stato inserito dal «Nouvel Observateur» nella lista dei venticinque Savi del mondo, una sorta di Pallone d'Oro del pensiero contemporaneo.
:: Ven 07.01.05
[continua]
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|Giovedì 06 Gennaio 2005| |
Ma Israele esiste davvero? *

Su Informazione Corretta di ieri, Federico Steinhaus si pone questo interrogativo apparentemente peregrino a commento di uno scambio di email avviato il 15 dicembre scorso da una visitatrice italiana del sito web dell'Università islamica di Gaza, cui aveva scritto:
«Sul vostro sito ho trovato una carta geografica con le scritte "West Bank", "Gaza Strip" e "Palestina" invece di "Israele". Io sono cristiana e ritengo che se voi volete conseguire la pace con i vostri vicini israeliani dovreste cominciare riconoscendone l'esistenza, così come essi riconoscono la vostra».
Qualche giorno dopo, la visitatrice riceveva dall'Università una cortese email di risposta:
«Gentile signora, non credo che questo problema la debba preoccupare. Cerchi di concentrarsi sulla sua famiglia, sul lavoro, su suo marito, sull'Italia, sui bambini, ecc..Tutto ciò è preferibile al parlare di quel che viene chiamato "Israele". Io non ho mai sentito parlare di un tale paese. Noi conosciamo solamente la Palestina. Chiunque desideri vivere in pace dovrebbe vivere in Palestina ed accettarla. Cara signora, non si complichi la vita con gli ebrei e la loro robaccia. Gli ebrei non meritano di vivere, semplicemente. Grazie».
Ricordando che anche il sito ufficiale dell'Anp, nonché i libri di testo delle scuole palestinesi, riproducono mappe geografiche dello stesso tipo, in cui cioè lo Stato di Israele è bellamente ignorato, ci chiediamo pure noi, con viva preoccupazione: "Abu Mazen e i palestinesi con chi pensano di farla la pace, se davvero pensano di farla?"[snapshot] 
/BlogGlob]
:: Gio 06.01.05
L'occasione e le ambiguità di Abu Mazen
La prova del Medio Oriente
di Magdi Allam
Corriere della Sera, 6 gennaio 2005
Per il Medio Oriente il 2005 sarà l'anno del grande travaglio. La prospettiva di un accordo di pace israelo-palestinese e della democratizzazione dell'Iraq assumono il rilievo che ebbe il crollo del Muro di Berlino nel processo sfociato con la fine del blocco comunista e l'avvento della libertà nell'Europa orientale.
:: Gio 06.01.05
[continua]
Il programma e l'orchestra
Contenuti e guida del centrosinistra
di Michele Salvati
Corriere della Sera, 6 gennaio 2005
Dei quattordici punti di programma che Rutelli ha esposto in via esemplificativa in una sua recente lettera a La Repubblica alcuni sono semplici titoli, ma molti contengono idee degne di essere discusse. Ad esempio, che la necessaria e benemerita politica di allargamento dell'Unione Europea debba essere integrata dalla formazione di un'avanguardia europeista in politica estera e di difesa.
:: Gio 06.01.05
[continua]
Prodi sul pero
Si è ritirato in meditazione, propone di chiudere "in bagno" i suoi alleati
Il Foglio, 6 gennaio 2005
Il modo in cui Romano Prodi interpreta il ruolo di leader "indiscusso" delle opposizioni e di candidato designato per le elezioni politiche, appare piuttosto curioso. Ha confidato al Corriere della Sera di seguire "con distacco quello che accade a Roma" e annuncia che il "periodo di riflessione sarà ancora lungo". Sembra una strategia, che gli consente di tenersi fuori dalle beghe quotidiane della coalizione di centrosinistra, in attesa che i contendenti si logorino tra loro, invece di logorare l'immagine del professore bolognese, che intende mantenerla intatta e, in qualche modo "superiore".
:: Gio 06.01.05
[continua]
Asilo Nazionale Messaggini
di Massimo Gramellini
La Stampa, 6 gennaio 2005
Se l'Italia fosse la nazione seria e felicemente noiosa che vagheggiavano Bobbio e Montanelli, il caso del segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati che smista messaggini ironici di sostegno a chi ha appena lanciato un treppiede contro il presidente del Consiglio si porrebbe ai limiti del conflitto istituzionale.
:: Gio 06.01.05
[continua]
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|Mercoledì 05 Gennaio 2005| |
I passi falsi dell'Onu
Asia, ruolo in seconda fila nella tragedia
di Gianni Riotta
Corriere della Sera, 5 gennaio 2005
Lo tsunami che ha ucciso almeno 150 mila esseri umani alluviona anche l'equilibrio precario seguito alla guerra in Iraq. Mentre il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, si chiude mesto in riunione per meditare sul proprio futuro, il presidente George W. Bush convoca i suoi predecessori, il padre George H. W. Bush e il democratico Bill Clinton, a galvanizzare i soccorsi. Il segretario di Stato uscente, Colin Powell, vola in Indonesia con il governatore della Florida Jeb Bush, e il presidente Susilo Bambang Yudhoyono e il ministro degli Esteri Hassan Wirayuda, entrambi laureati in America, schiudono le porte della possente nazione islamica. Perfino la regione di Aceh, finora chiusa per la guerriglia secessionista, accoglie gli americani.
:: Mer 05.01.05
[continua]
Abu Mazen parla di «nemico sionista»
Dopo l'uccisione di sette ragazzi palestinesi
di Fiamma Nirenstein
La Stampa, 5 gennaio 2005
«Il nemico sionista»? Ma non esisteva più! Questa era infatti un'espressione usata dal mondo arabo come estremo segno di rifiuto, una vendetta verbale potentemente delegittimante, come dire che Israele non esiste neppure in quanto nome proprio di Stato. Questa espressione era stata messa nel cassetto anche da Arafat, ripristinata solo dall'estremismo islamista di Hamas, e neppure tanto spesso.
:: Mer 05.01.05
[continua]