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22/09/2004: "Ma perché un referendum spaccherebbe il Paese?"

di Francesco Merlo
La Repubblica, 22 settembre 2004

Il referendum non è una guerra civile, anzi normalmente i referendum si fanno per rendere civili i contrasti irriducibili, per consegnare alla legge della maggioranza argomenti che dividono il Paese, e dunque per unire un Paese diviso e non per dividere un Paese unito come invece sostengono, sbagliando, Romano Prodi e Francesco Rutelli.
E fanno solo cialtronismo spregiudicato i ministri Sirchia e Giovanardi quando dicono che con l'abrogazione della legge sulla fecondazione assistita si vuole abrogare Dio dal mondo. Si rassicurino: nessuno firma a cuor leggero, anzi nei centri di raccolta è tutto un affollarsi d'uomini di senno, senza fracasso e scalmanio, uomini e donne ai quali la laicità impone dei doveri che assumono come fardello, non cercano una resa dei conti, conoscono e rispettano le ragioni degli altri, ed è per questo che vogliono il referendum sulla fecondazione assistita, per costringere tutti a decidere, per affidare una materia complessa alla democrazia, consegnare la qualità alla quantità, perché le qualità, come direbbe Lucio Colletti, non sono commensurabili, ma restano in opposizione. Insomma il referendum non è una soluzione finale, i vinti non saranno processati né eliminati, non perderanno nessuna delle prerogative dettate loro dalle proprie convinzioni, e i vincitori avranno le stesse opportunità dei vinti. Il referendum unisce perché è democrazia: si va divisi nell'affrontare un problema e si esce uniti e composti nell'amministrarne e rispettarne la soluzione.
Ma diciamo la verità: nessuno si aspettava che, alla fine di un'estate piena di cronaca nera, di pasticci e di efferatezze irachene, la politica italiana sarebbe stata percorsa da spasmi elettrici.
Con fervore e con passione il Paese si sta infatti mobilitando su temi dove non ci dovrebbe essere mobilitazione ma freddezza, non la piazza ma il laboratorio, non la demagogia ma la responsabilità. In una sola parola: la laicità, che è la divisa dell'uomo contemporaneo, la sola divisa che la civiltà può indossare davanti a tutte quelle cose che non sono comprese nel Diritto, per esempio la religiosità, o il rispetto per i genitori, o l'amore filiale, o il gioco della seduzione tra i sessi... L'Italia si sta riscoprendo laica accorrendo ai tavoli dei Radicali di Pannella e dei Ds di Fassino che chiedono una firma per abolire la legge sulla fecondazione assistita. Gli ultimi due sondaggi, di Eurispes e Espresso-Swg, stimano al 65 per cento l'avversione degli italiani verso questa legge che presume di avere risolto il problema dell'origine del mondo, dell'inizio della vita, degli attributi di Dio, dei tabù della scienza.
Nei due giorni dello scorso week end solo i tavoli radicali hanno raccolto sessantamila firme. In Emilia, in Toscana e in Lombardia non c'è capannello e gruppuscolo in cui non si parli di Dio, non c'è piazza in cui non ci si scaldi per l'embrione. I promotori del referendum chiedono un ultimo sforzo per arrivare al traguardo di sicurezza delle seicentomila firme da consegnare alla Cassazione il 30 di settembre.
È un Paese unito che chiede il referendum. Ma questo Paese magmatico, di credenti e di atei, di cattolici praticanti e di cristiani tiepidi, di elettori della Casa delle libertà e di elettori dell'Ulivo, questo Paese in rivolta civile non trova udienza nel leader del Centrosinistra, è un'effusione che non ha la sua più naturale conca di raccolta. Romano Prodi infatti ha bocciato il referendum, lo ritiene «dilaniante», una divisione da vietare, un insulto all'unità torpida e letargica del «vogliamoci tutti bene».
Dire che è un'occasione perduta è davvero poco in un'Italia in cui gli analisti notano elementi di rimonta berlusconiana, un possibile ritorno in massa alla democrazia spettacolare di Forza Italia. Logica vorrebbe che la mobilitazione attorno al referendum si configurasse come tappa iniziale di una strategia di contrattacco. La legge contro cui ci stiamo ribellando non è il conflitto di interessi, non è una delle tante leggi ad personam, non è materia di facili girotondi e di antiberlusconismo viscerale o volgare ma è un coperchio, un tappo sul vaso di Pandora della laicità, di valori, orizzonti e tensioni che sono l'anima della sinistra.
Certo Prodi ha ragione quando dice che di una materia così complessa dovrebbe occuparsi il Parlamento, ma cos'altro dovrebbe fare il Paese dinanzi ad un Parlamento che ha contrapposto il Paese al Paese? Cosa c'è di più democratico del referendum per riunire quel che è stato diviso? Proprio la partecipazione referendaria rivela l'incapacità della classe dirigente, destra e sinistra, opposizione e maggioranza, a svolgere il suo ruolo che è appunto quello di legiferare sulle questioni complesse senza spaccare l'Italia, senza trasformare le differenze in contrapposizioni apocalittiche. Il referendum non è una maledizione di Montezuma-Pannella ma la spia della inadeguatezza della classe dirigente che non riesce a risolvere i problemi della convivenza civile. È questo uno degli elementi che ci fanno "caso" in Occidente, e forse perché nella politica ci sono intruppati troppi Tartufi e Nicodemi che pensano di ridurre persino Dio ad un galoppino elettorale.
Come ogni Paese democratico anche l'Italia è fisiologicamente divisa su tante questioni, dalla guerra in Iraq a Berlusconi, dalla crisi dell'Alitalia al nucleare, dalla scuola all'università, e c'è una parte del Paese che vuole essere francotedesca e un'altra che vuole essere mediterranea... L'Italia insomma non è una sacrestia e non è l'Arabia Saudita. La democrazia è divisione e ricomposizione.
E poi, via!, gli aspiranti abrogatori non hanno gli occhi celesti di Hitler come sostengono i ministri Giovanardi e Sirchia che hanno fatto affiggere manifesti con la foto del Fuehrer che arringa un corteo di camicie brune e, sotto, la seguente scritta: «Anche loro avrebbero firmato». È incivile combattere in questo modo l'idea civilissima di un referendum, è incivile farlo diventare occasione pretestuosa di scontro selvaggio e stupido.
L'idea che Pannella e Fassino, Barbara Pollastrini e Chiara Moroni siano promotori di eugenetica, che si battano per creare una razza superiore farebbe ridere se non fosse maneggiata da ministri di inadeguatezza e di irresponsabilità. Si tratta invece di sottrarre all'orto dell'ideologia e delle convenienze di partito le coscienze, le esperienze, i traumi personali e culturali, di come affrontare il problema della sofferenza, di come si può arginare il dolore, del rapporto tra la malattia e la scienza... C'è chi ritiene che in ogni pulsione organica e persino nei batteri c'è già la vita e che la vita sia sempre un attributo di Dio. Io non penso che sia un cavernicolo e lui deve smettere di dire e di pensare che io sono un nazista.
E dunque Pannella non poteva non denunciare a Radio Radicale un conflitto di interessi etico e professionale che il ministro Sirchia non ha ancora smentito o spiegato. Pannella dice che un decreto del 4 agosto varato dal Ministero della Salute e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 26 dello stesso mese assegna in convenzione al centro trasfusionale e di immunologia dei trapianti dell'Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico "Ospedale Maggiore" di Milano il compito di effettuare studi e ricerche sulle tecniche di conservazione dei gameti e degli embrioni orfani, vale a dire quella ricerca che l'attuale legge, voluta e difesa da Sirchia, proibisce.
L'articolo 6 del decreto stanzia a questo scopo, solo per il primo anno, quattrocentomila euro. Pannella aggiunge che Sirchia è legatissimo al Centro di quell'ospedale dove ha lavorato come primario per 28 anni.
Non è infine possibile che una così estesa mobilitazione laica contro una legge di Berlusconi coincida con la ripresa del berlusconismo segnalata dai sondaggi e da una certa aria di depressione che si respira nel Paese. Da un lato c'è un Berlusconi cauto, probabilmente spaventato da se stesso e da Sirchia, un Berlusconi che non si espone. Ha domato le polemiche interne e sta via via riconquistando il posto centrale, di prestigio e di visibilità politica alla Casa delle Libertà anche grazie alla indisponibilità fisica di Umberto Bossi. E non fa gaffe, non racconta barzellette, non indossa nuovi turbanti, ha placato Follini, ha cacciato l'antipatico Tremonti. È un Berlusconi con quattro capelli di furbizia in più che aspetta la pur debole ripresa economica e beneficia delle orribili enormità dei tagliatori di teste saddammiti, i quali sembrano lavorare anche per lui. Dall'altro lato c'è Prodi che invita alla calma sul referendum, offre posti di ministro a Bertinotti senza avere ancora vinto neppure le primarie del suo condominio di nuovo litigioso, c'è Rutelli che lo provoca, e c'è la ripresa di un insondabile gioco di volpi sulla leadership al quale i giornali per bene dovrebbero sottrarsi. Persino la battuta tutto sommato innocua sul «bello guaglione» sembra drammaticamente vecchia di dieci anni visto che l'incanutito Rutelli se resta bello non è più guaglione. Indro Montanelli, in tante cose lungimirante, forse si sbagliò nella profezia del tramonto di Berlusconi grazie al sistema del vaccino. È infatti vero che l'Italia ne ha ormai sperimentate larghe dosi ed è pronta al ricambio, al mutar pelle. Ma c'è purtroppo il rischio non previsto che questa Italia vaccinata ricominci a turarsi il naso.

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