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03/06/2004: "Che cos'è Al Jazeera *"

Eccoli rispuntare, attesi e puntuali (ormai anche un po' prevedibili), i sequestratori dei nostri connazionali in Iraq. E ancora una volta è la diligente e dinamica Al Jazeera che ce ne ricapita a domicilio le immagini e i messaggi.
Ma che cos'è Al Jazeera? E' solo un network televisivo o qualcosa di più? E' un mezzo di informazione o uno strumento di propaganda? E' la voce del mondo arabo o, come sostiene qualcuno, il megafono di Osama Bin Laden? Insomma, fino a che punto ci si può fidare di Al Jazeera?

UNA TESTIMONIANZA

Munir Mawari è un giornalista yemenita che ha lavorato in Al Jazeera dal 2000 al 2003. In un suo intervento al convegno «Lumi dall'Islam contro il fondamentalismo», organizzato a Bruxelles dall'Istituto italiano di cultura e dalla Fondazione Corriere della Sera, Mawari si è spinto al punto di sostenere che «il minimo che si possa dire è che ci sia un coinvolgimento spirituale dei giornalisti di Al Jazeera nelle stragi di innocenti».
In un'intervista al Corriere, concessa subito dopo in un salone della sede del Parlamento europeo, Munir Mawari ha avuto modo di precisare: «In redazione (di Al Jazeera, ndr) si scherzava su alcuni colleghi legati a Hamas e agli estremisti islamici. Non sto parlando di giornalisti semplici. Bensì di capi redattori. Li guardavamo mentre lavoravano e dicevamo che stavano preparando una "breaking news", una notizia dell'ultima ora, su un attentato terroristico che si sarebbe verificato dopo qualche ora. E che loro disponevano già di tutte le informazioni, prima ancora che l'attentato avvenisse. Non dovevano far altro che attendere per aggiungere il numero delle vittime. Lo dicevamo perché erano intimamente legati a Hamas e alla Jihad islamica».
Eppure, ha sottolineato Mawari, Al Jazeera era nata nel 1996 con una identità liberale: «Per tre anni l'emittente era l'unica nel mondo arabo che osava ospitare delle personalità israeliane. Proprio per allontanare il sospetto di simpatie filo-israeliane, le autorità qatarine cominciarono a favorire l'assunzione di giornalisti palestinesi lasciando loro piena libertà d'azione. Il giornalista palestinese quando si occupa della propria causa lo fa in modo emotivamente coinvolto».
Ebbene, ha proseguito Mawari, «questa emotività esplose con l'inizio della seconda Intifada nel settembre 2000. Nei primi tre giorni, il palestinese ucciso veniva definito "morto" al pari dell'israeliano ucciso. Ma, all'improvviso, un gruppo di giornalisti e impiegati protestò. Fu convocato il Consiglio di amministrazione e fu deciso che i palestinesi, vivi o ammazzati, sarebbero stati definiti fedayin, "coloro che sacrificano la propria vita per la pace". E in una fase successiva fu deciso di ribattezzare le vittime palestinesi shahid, martiri, sia che fossero autori di attentati suicidi o uccisi negli scontri con gli israeliani. Il direttore del sito on line, Mohammad Daoud, un palestinese, ci disse: "Noi non possiamo considerarci neutrali nel conflitto con Israele". Da allora Al Jazeera non è mai più stata neutrale. Ed è così che è diventata un media d'opinione anziché di informazione. La grande sconfitta è la verità. Perché vi prevale un'unica opinione».
Mawari afferma che l'involuzione islamica di Al Jazeera è stata un processo inarrestabile: «Con l'evoluzione dell'Intifada è aumentato il numero di giornalisti e funzionari amministrativi legati a gruppi islamici. La maggioranza dei palestinesi sono membri di Hamas. La gran parte degli egiziani sono membri dei Fratelli Musulmani. Molti di loro hanno vissuto in Afghanistan e Pakistan. La percentuale dei liberali è minima, ininfluente. Alla fine i palestinesi sono riusciti a mettere le mani su tutte le leve di comando di Al Jazeera. Il direttore generale, Waddah Khanfar, è un palestinese. Il direttore giornalistico, Ahmed el-Sheikh, è un palestinese. Il direttore della produzione, Ahmed al-Shouly, è un palestinese. La gran parte dei giornalisti, dei tecnici e degli addetti alla produzione sono palestinesi».
Più volte ci siamo chiesti come sia possibile che il Qatar, alleato dell'Occidente, simpatizzi al tempo stesso con Bin Laden: «L'emiro deve tener conto degli equilibri interni - spiega Mawari -. Dal momento che il Qatar ospita la maggiore base militare americana del Medio Oriente, egli ha ritenuto di dover controbilanciare la presenza americana ospitando Al Qaeda, in arabo La Base, quella di Bin Laden». La sua conclusione è netta: «Mi sembra chiaro che Bin Laden ha scelto Al Jazeera perché vi ha constatato una sincera simpatia nei confronti delle sue idee. Oggi in Iraq Al Jazeera incita alla violenza e sostiene la sedicente resistenza irachena. Non si tratta di resistenza. E' terrorismo. E' evidente che la linea di Al Jazeera è di non attenersi ai fatti, ma di dar sfogo alla propria emotività». Inutile concludere che, per Munir Mawari, Al Jazeera rappresenta un vero e proprio apparato mediatico al servizio dell'integralismo e dell'estremismo islamico.

(Fonte: Corriere della Sera, 4 maggio 2004)

Vedi anche:
- Kamikaze, eroi e traditori nelle tv arabe - M. Allam/Corriere della Sera
- Vi racconto com'è cambiata Al Jazira - M. Allam/Corriere della Sera
- Mitra e tv per umiliare l'infedele - M. Allam/Corriere della Sera
- Immagini e parole, l'odio in onda su Al Jazira - M. Allam/Corriere della Sera
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