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[« Ma l'Iraq nasconde tanti altri problemi] ["L'Italia è una pedina preziosa" »]

20/05/2004: "Kamikaze, eroi e traditori nelle tv arabe"

Media e ideologia
di Magdi Allam
Corriere della Sera, 20 maggio 2004

«Massacri. Distruzioni. Assassinii. Brutali bombardamenti. Attacchi indiscriminati. Punizioni collettive. Azioni vendicative». «Martiri. Martirizzati. Vittime. Resistenti. Combattenti. Civili inermi. Donne e bambini innocenti». Queste le parole chiave ricorrenti nei servizi di Al Jazira e di Al Arabiya, trasmessi ieri alle 17 e alle 18, sui combattimenti tra gli americani e le milizie sciite di Moqtada Al Sadr a Kerbala e sul bombardamento israeliano a Rafah a sud di Gaza.
Accomunando in modo indistinto e automatico, da un lato, americani e israeliani e, dall'altro, iracheni e palestinesi. Per contro i funerali di Ezzedine Salim, il presidente del Consiglio di governo di transizione iracheno assassinato il 17 maggio, sono stati ignorati dalle due maggiori televisioni arabe di sole news. Nonostante a Bassora, la sua città natale, decine di migliaia di persone abbiano seguito il feretro in una evidente manifestazione popolare di denuncia e di sfida al terrorismo di Al Qaeda che ha rivendicato l'attentato suicida.
Nessuna grande testata giornalistica o televisiva araba ha avuto l'obiettività professionale e il coraggio civile di definire «azione terroristica» l'efferato attentato di due kamikaze che si sono fatti esplodere all'interno della «zona verde» di Bagdad, uccidendo Salim e una decina di persone al seguito. Né tantomeno qualcuno si è azzardato ad attribuire a Salim il titolo di «martire» che viene indiscriminatamente e acriticamente elargito a tutti i morti palestinesi e iracheni. Sia che si tratti di feroci terroristi o di povere vittime innocenti. Perché nella sostanza tutti condividono l'opinione espressa dal sedicente «Movimento della resistenza araba - Brigate al Rashid» che tramite un sito islamico ha rivendicato la strage. E cioè che Salim fosse un «traditore e mercenario». Per contro i due kamikaze vengono esaltati come «martiri e eroi».
L'affinità ideologica tra gli ispiratori del terrorismo islamico e gli artefici dei media arabi si basa sulla condivisione di un radicato antiamericanismo e antiebraismo che si coniuga con la più assoluta relativizzazione del valore della sacralità della vita. Per cui la valutazione delle vittime e dei carnefici cambia a seconda della loro identità etnica, confessionale o politica. Il quotidiano ufficioso egiziano Al Ahram si limita a titolare in apertura «Ucciso il presidente del Consiglio di governo iracheno». Un linguaggio asettico che ritroviamo sulla prima pagina di Asharq al-Awsat, il più prestigioso quotidiano saudita: «Un gruppo sconosciuto rivendica l'uccisione del presidente del Consiglio di governo». Soltanto nel titolo del quotidiano libanese Al Hayat si accenna alla presenza del kamikaze, utilizzando tuttavia un termine neutro: «Attentatore suicida uccide il presidente del Consiglio di governo». Le parole «terrorismo» e «terroristi» non compaiono mai neppure nei servizi dei tre importanti quotidiani arabi. Quasi fossero tabù.
Salim era «colpevole» perché sciita e per aver cooperato con gli americani. Il suo barbaro assassinio conferma la matrice terroristica che è alla base dell'ondata di violenza che imperversa in Iraq. E che si interseca con la tendenza a strumentalizzare il crescente scontento popolare nei confronti del malgoverno americano per attribuire al terrorismo la connotazione di «resistenza». Ma che lascia sin d'ora trasparire il rischio di una guerra civile tra la minoranza sunnita, che fa da sponda alla sedicente «Resistenza irachena» e ai terroristi di Al Qaeda, e la maggioranza sciita che è una galassia composita e conflittuale. Al suo interno la milizia Al Mahdi di Moqtada Al Sadr, un giovanotto di ventotto anni con improbabili ambizioni di leadership, è temuta e invisa dalla gran parte del clero e della base sciita, a cominciare dal grande ayatollah Ali Sistani.
Eppure le televisioni arabe descrivono l'attuale storia del Medio Oriente in modo manicheo e demagogico. Che nella sostanza premia come «buoni» la sedicente «Resistenza irachena», Al Qaeda, Moqtada Al Sadr, Hamas e Arafat. Mentre condanna come «cattivi» l'America, l'Occidente, Israele e tutti i «collaborazionisti». Basta valutare la scelta delle immagini, i commenti dei giornalisti e gli stralci delle dichiarazioni diffuse. Ad esempio l'insieme del materiale messo in onda ieri da Al Jazira in apertura dei telegiornali ripeteva il medesimo concetto: il processo intentato contro gli aguzzini americani del carcere di Abu Ghraib è una farsa; il tribunale americano è illegittimo; gli iracheni vendicheranno per conto proprio le vittime delle torture americane. Ebbene è tutt'altro che informazione obiettiva. Piuttosto è apologia e incitamento alla sovversione e alla violenza. Fatta direttamente da una televisione in grado di condizionare le menti e gli animi di decine di milioni di arabi.

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