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[« La solitudine degli americani] [Una Chiesa senza incertezze »]

14/04/2004: "Mitra e tv per umiliare l'«infedele»"

di Magdi Allam
Corriere della Sera, 14 aprile 2004

Umiliazione. Sottomissione. Paura. Le inquadrature dei quattro ostaggi italiani trasmesse dalla televisione araba Al Jazira consacrano la svolta che la strategia dei sequestri ha impresso al sanguinoso dopo-guerra in Iraq.
All'insegna della mediatizzazione, libanizzazione e internazionalizzazione del conflitto. Facendo leva sulla violazione del valore della sacralità della vita a cui tengono particolarmente gli occidentali. Per conseguire l'obiettivo strategico del ritiro delle forze straniere. Un'accorta e provetta regia ha voluto far emergere lo stato di avvilimento, inferiorità e terrore a cui sono stati costretti i nostri connazionali catturati dalle sedicenti Verdi Brigate del Profeta Mohammad.
Nella sequenza del video vengono mostrati accovacciati ai piedi dei loro rapitori. Con il capo piegato all'ingiù. Un atteggiamento che nella cultura tribale araba attesta la totale remissione alla volontà dei più forti. I quattro terroristi con il volto avvolto nella kefiah palestinese, ripresi mentre innalzano il mitra ed esibiscono una granata. In segno di vittoria. Mostrandosi spavaldi e impietosi. Obbligando le loro vittime a ripetere per la seconda volta il proprio nome, a voce bassa, con gli occhi chini. Tenendo aperti e fermi i passaporti a beneficio della telecamera.
Questa cinica mediatizzazione del terrorismo si accompagna a una esplicita libanizzazione dell'arma dei sequestri. Nel senso che gli ostaggi vengono consapevolmente individuati come il più potente ed efficace strumento di pressione per il conseguimento di obiettivi politici. Una strategia ideata e attuata con successo dagli sciiti libanesi dell'Hezbollah negli anni Ottanta nei confronti di cittadini occidentali catturati in Libano. E che ora si sta ripetendo. La preminenza della dimensione politica emerge dal fatto che la prima rivendicazione avanzata per il rilascio dei nostri connazionali è la richiesta al capo del governo italiano di «scuse ufficiali e pubbliche, tramite le tv satellitari arabe, per le sue offese all'Islam e ai musulmani». Il probabile riferimento è alla dichiarazione resa da Silvio Berlusconi il 26 settembre 2001 in cui, riferendosi all'Islam, sostenne che «dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà».
L'impronta politica di questo sequestro è tangibile anche nella formulazione della seconda richiesta: «Il governo italiano deve assicurare e offrire delle garanzie per il ritiro delle proprie forze dell'Iraq, stabilendo un calendario». E' una richiesta che sottintende la volontà di trattare, la disponibilità al compromesso. Non sembra una minaccia irrevocabile. Non contiene un ultimatum.
Una logica politica che trova conferma nel quarto punto: «Qualora il governo italiano dovesse accettare, lo informeremo del referente con cui dovrà trattare per il rilascio degli ostaggi». Ed è qui che si arriva alla novità dell'internazionalizzazione del conflitto. Perché è probabile che questo referente sia proprio l'Hezbollah libanese che, da un lato ispira i sequestri e, dall'altro, potrebbe svolgere il ruolo di mediatore. L'ipotesi prende spunto dal fatto che subito dopo la sua liberazione da parte delle forze italiane, l'ostaggio britannico Gary Teeley ha concesso la sua prima intervista alla televisione Al Manar che è dell'Hezbollah. I rapporti tra i nostri servizi segreti e l'Hezbollah sono buoni sin dai primi anni Ottanta. Quando a fronte di centinaia di vittime americane, britanniche e francesi a Beirut, il contingente italiano impegnato nella protezione dei campi profughi palestinesi subì una sola vittima, il marò Filippo Montesi, colpito accidentalmente da un proiettile vagante.
Ancora una volta l'opera di mediatizzazione del terrore è stata affidata alla solita Al Jazira. Dopo essere stata il megafono di Osama Bin Laden e di Saddam Hussein, la più nota delle tv di sole news del mondo arabo si è affermata come il canale di comunicazione prediletto della sedicente Resistenza irachena e della miriade di sigle coinvolte nell'attività terroristica. E' un puro caso che proprio Al Jazira sia stata scelta per la trasmissione del video con le drammatiche immagini dei nostri connazionali rapiti?
La verità è che c'è un rapporto di simbiosi spirituale tra la filosofia editoriale di Al Jazira e l'ideologia improntata all'antiamericanismo e all'antiebraismo che accomuna gli estremisti islamici e degli oltranzisti nazionalisti. Bastava ascoltare la presentazione della trasmissione Al Ittigah al Muakes, Controcorrente, andata in onda ieri sera. Il titolo della puntata era: «E' morta la rabbia araba?». Queste le parole del suo conduttore Feisal al Qasem: «Dove sono finiti gli arabi nel momento in cui c'è chi sostiene che in Iraq è in corso un olocausto? Dove sono gli esponenti religiosi arabi? Non vedono con i loro occhi che le forze alleate stanno profanando le moschee? Possibile che gli arabi si appassionino solo per i cantanti e le attrici? D'altro canto come si potrebbe chiedere agli arabi di intervenire? Al fianco di chi? Delle milizie del governo provvisorio schierate con gli americani nella guerra contro il popolo iracheno?». Ebbene è quest'approccio mediatico militante e manicheo che condiziona e forgia la cultura politica di gran parte dell'opinione pubblica araba.

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