Galbani vuol dire fiducia
Buon appetito!
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:: Ven 04.07.08
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| |Venerdì 04 Luglio 2008| |
Buon appetito!
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:: Ven 04.07.08
| |Martedì 29 Aprile 2008| |
«A Roma ha perso la "spocchia"» (Anonimo)
:: Mar 29.04.08
| |Giovedì 13 Marzo 2008| |
Eliot Spitzer, governatore democratico di New York, da lunedì prossimo non sarà più in carica solo perché nei ritagli di tempo si circondava, a spese sue, di squillo di lusso.
Antonio Bassolino, governatore democratico della Campania, lunedì prossimo sarà ancora in carica, tanto ha solo circondato a tempo pieno i suoi corregionali di monnezza. A spese loro.
/BlogGlob]
:: Gio 13.03.08
| |Sabato 09 Febbraio 2008| |
Per fortuna, ogni tanto c'è ancora qualche buona notizia, anzi ottima:
http://www.corriere.it/cronache/08_febbraio_07/archivio_storico_corriere_f2db2e2e-d544-11dc-aa3d-0003ba99c667.shtml
:: Sab 09.02.08
| |Sabato 02 Febbraio 2008| |
Veltroni dice che "il centrodestra ha l'ansia del voto". Lui invece... l'ansia e basta.
:: Sab 02.02.08
| |Venerdì 14 Dicembre 2007| |
Bisogna riconoscere che il ragionamento del Cavaliere non fa una grinza: perché il PM di Catanzaro che indagava su Mastella e Prodi è stato rimosso, mentre quello di Napoli che indaga su di me è ancora al suo posto?
/BlogGlob]
:: Ven 14.12.07
| |Domenica 16 Settembre 2007| |
Il Paolo se n'è andato, è partito. La moto fiammante, il nero lucido delle pelli e il vanitoso tricolore a tenergli compagnia, percorre ora sicuro strade finalmente tranquille e silenziose.
:: Dom 16.09.07
| |Domenica 05 Agosto 2007| |
by l'Occidentale
Forse anche Hina Salem è stata uccisa per il suo bene. La giovane pachistana di 22 anni a cui il padre, lo zio e il cognato hanno tagliato la gola, poteva finire peggio agli occhi dei suoi parenti: poteva innamorarsi di un ragazzo italiano e vivere liberamente la sua vita.
Neppure la madre, Bushra, ha versato un lacrima per lei: "non era una buona pachistana. Mio marito l’ha uccisa, da noi si usa così", ha detto alla polizia quando è stata interrogata.
Adesso che, a quasi un anno da quell'omicidio che fece inorridire anche i più tenaci tra i relativisti nostrani, la Corte di Cassazione ha aperto la strada al delitto "per il bene" della vittima, i parenti di Hina potrebbero rivedere la loro strategia di difesa. Intanto se ne sono giovati i genitori di Fatima, una giovane maghrebina che vive a Bologna, che sono stati assolti dalle accuse di maltrattamenti, violenze e sequestro di persona per le quali i giudici di primo grado li avevano condannati.
Secondo la Cassazione, i genitori di Fatima la tenevano legata per evitare che si suicidasse e dunque per il suo bene. Ma Fatima cercava la morte perché la famiglia la picchiava e la segregava per impedirle di vivere la vita che aveva scelto, vedere i suoi amici italiani, vestire all'occidentale. Esattamente come Hina. Ma secondo la corte i maltrattamenti "non erano un'abitudine quotidiana" e comunque Fatima veniva punita per "uno stile di vita non conforme alla loro cultura", dunque ancora per il suo bene.
E' una sentenza terribile e foriera delle peggiori conseguenze. Non è più la legge, lo stato di diritto, le nostre consuetudini e tradizioni a stabilire quale sia il bene dei cittadini. No, secondo la Corte, c'è un "bene" fatto in casa, appannaggio della famiglia e della comunità di appartenenza che prevale sui diritti personali e sulla propria visione di ciò che è bene per sé.
Nel ghetto delle comunità etniche, gli immigrati sono dunque padroni dei loro destini, fuori dall'imperio della legge e possono infliggere violenza e morte su chi tenta di evadere. Tutto questo con benevolo sigillo dello Stato italiano.
Fatima tornerà a casa con i suoi aguzzini che continueranno a picchiarla e legarla contro la sua voglia di vivere. Perché da loro si usa così, e ora anche da noi.
:: Dom 05.08.07
| |Giovedì 12 Luglio 2007| |
by Camillo
Leggo sul Corriere che il nuovo partito democratico ha deciso che gli eventuali candidati alle primarie, ammesso che ci saranno, non potranno fare campagna elettorale: divieto assoluto di fare spot, comprare spazi sui giornali eccetera. Questo mentre i tre principali candidati del vero partito democratico, impegnati in vere elezioni primarie, hanno raccolto più di 150 milioni di dollari in sei mesi proprio per sfidarsi in una vera campagna elettorale democratica.
:: Gio 12.07.07
| |Domenica 08 Aprile 2007| |
di Jena
La Stampa, 7 aprile 2007
Seriamente parlando, ma voi potete mai immaginare Prodi che telefona a Karzai e gli dice di liberare i talebani che sennò il suo governo cade? Io sì.
:: Dom 08.04.07
| |Domenica 18 Marzo 2007| |
Il peraltro lucido e rispettabile politologo Ilvo Diamanti, su la Repubblica di oggi chiude così il suo commento ai risultati di un recente sondaggio sui Dico: "Anche questo è un segno dei tempi nuovi. Nella storia repubblicana, fino ad oggi, la Chiesa non era mai apparsa "di parte". Fra destra e sinistra, stava al centro. Nei momenti migliori: in alto".
Che s'adda fa pe' campa'!
:: Dom 18.03.07
| |Venerdì 16 Marzo 2007| |
Via tette e culi dalle tv di notte, stop alle notizie sulla vita privata dei vip, no alle dosi d'erba volute dalla Sanità, niente più birra agli autogrill, basta coi cellulari in classe...
Non ci resta che metterci a arricchire uranio!
/BlogGlob]
:: Ven 16.03.07
| |Giovedì 15 Marzo 2007| |
La giornalista e femminista Paola Tavella, ospite ieri di Otto e mezzo a La7, chiosando sulle starlette di "vallettopoli" osservava: "Almeno la dessero per diventare presidente della repubblica o capo del governo!".
Ben detto! Invece di un premier del cazzo almeno ci ritroveremmo una leader della figa!
/BlogGlob]
:: Gio 15.03.07
| |Giovedì 08 Marzo 2007| |
di Jena
La Stampa, 8 marzo 2007
Dopodomani bin Laden compie cinquant'anni, facciamogli tanti auguri anche stavolta. Sperando che sia l'ultima.
:: Gio 08.03.07
| |Venerdì 16 Febbraio 2007| |
Chissà se questa diciottenne di Arnhem (Olanda), con la passione per la musica pop, si rendeva minimamente conto di cosa stesse combinando, mentre nell'agosto dello scorso anno pubblicava su YouTube.com i suoi primi video karaoke. Come le migliaia di altri ragazzi convinti di possedere qualche dote particolare, Esmée probabilmente in quel modo si augurava di farsi conoscere un po', di ripagarsi almeno così della fatica della propria passione. O forse invece era in lei già netta la sensazione di essere destinata, a differenza di tanti coetanei (è la legge dei numeri: solo qualcuno ce la fa), ad ascendere la scala della notorietà e del successo. Chissà.
Fatto sta, che appena comincia ad uploadare i suoi video artigianali, girati con la webcam di fortuna della sorella, ma dai quali si leva inebriante una voce dolce e profonda, qualcosa in Internet prende a muoversi. Si tratta di quel sesto senso, di quel fiuto per le cose buone, di quella simpatia per le imprese impossibili che fa del colorito popolo della Rete un popolo tanto imprevedibile quanto straordinario.
Da quel momento, è tutto un passaparola, uno scaricare crescente di file, un segnalarsi serrato questo nuovo sensazionale canto. I video di Esmée vengono visti e votati da centinaia di migliaia di internauti. Quello che all'inizio è incoraggiamento amichevole si trasforma a mano a mano in ammirazione e infine in entusiasmo di massa. Come sul palcoscenico vero di un concerto pop, il pubblico esige il bis con insistenza, le chiede nuove interpretazioni, canta all'unisono con lei. Lei, con la voce di velluto e una grazia disarmante, risponde e sorride a tutti, l'aria incredula e quasi a disagio per il pandemonio di cui è involontariamente causa. Poi, come succede alle vere star, cominciano a piovere le clip remixate, le poesie d'ammirazione e i messaggi appassionati: è la consacrazione definitiva, il plebiscito popolare, l'investitura ufficiale. Il popolo della Rete ha deciso di concederle una vera chance, chiedendole in cambio di rappresentarlo sul palcoscenico del successo mondiale. Perché sulla Rete le cose funzionano così.
Il finimondo a questo punto è fatto: qualcuno d'importante s'accorge di lei, prima invitandola in radio e in tv in Olanda, poi negli Stati Uniti a registrare un album.
"E' normale, sarà un grande successo", verrebbe da dire. Vai Esmée, realizza il tuo sogno, sei tutti noi, fagliela vedere a quelli lì (alla mediocrità, all'incredulità, all'invidia, alla sfortuna). GOOD LUCK! E non dimenticarti dei tanti che t'hanno voluto bene quando eri solo una sconosciuta ragazzina dalla voce di velluto.
---
Qui ci sono i video di Esmée:
http://www.youtube.com/profile_videos?user=esmeedenters
Qui c'è Esmée:
http://www.myspace.com/esmeedenters
Qui ci sono i suoi fans:
http://www.esmeezone.com/
Qui ci sono le cose che preferiamo (updated):
http://www.educationzip.com/blog/esmee.html
/BlogGlob]
:: Ven 16.02.07
| |Lunedì 05 Febbraio 2007| |

| |Sabato 03 Febbraio 2007| |
Oddio! Il governatore della Banca d'Italia ha appena detto che sarebbe bene abbassare le tasse e fare la riforma delle pensioni.
/BlogGlob]
:: Sab 03.02.07
| |Sabato 27 Gennaio 2007| |

| |Lunedì 11 Dicembre 2006| |
..."Libero fischio in libero Stato" (Sandro Pertini)
:: Lun 11.12.06
| |Mercoledì 06 Dicembre 2006| |
Mario Scaramella è indagato dai giudici di Napoli per "smaltimento illecito di rifiuti".
/BlogGlob]
:: Mer 06.12.06
| |Mercoledì 22 Novembre 2006| |
di Jena
La Stampa, 22 novembre 2006
Ci vogliono più donne ai vertici delle istituzioni, ha detto giustamente ieri il Presidente della Repubblica Giorgia Napolitano.
:: Mer 22.11.06
| |Sabato 11 Novembre 2006| |
by JimMomo
Di nuovo, come ogni anno, per ogni Legge Finanziaria, l'autunno caldo dei Rettori, che minacciano di chiudere le Università per i tagli ai fondi. Ma come? Tutti dicono che investire nella ricerca è una priorità...
Ebbene, io dico: non un centesimo di più.
So bene che ci vanno di mezzo la ricerca, tanti capaci ricercatori e studenti, ma senza una riforma profonda del sistema questi sono soldi letteralmente buttati. Si perdono in nepotismi, burocrazie, parassitismi, inefficienze, sprechi.
Versereste del vostro denaro ad un'azienda fallita?
I dati del fallimento risultano da tutte le più autorevoli ricerche. Ultima quella dell'Ocse: "Education at a glance 2006".
Del sistema educativo italiano, scuola e università, del suo fallimento, riprendendo proprio i dati dell'Ocse, ha parlato il governatore della Banca d'Italia Draghi inaugurando l'anno accademico a La Sapienza. Chissà se i presenti l'hanno ascoltato bene, perché la sua è stata una lezione radicale (non rosapugnista), e blairiana.
Ha prima spiegato come la carenza di produttività e di competitività del paese dipenda anche dal fallimento della formazione, per cui «la partecipazione al mercato del lavoro in Italia (...) è ancora molto inferiore alla media europea», e se è dimostrato che «più elevati livelli di istruzione favoriscono guadagni di produttività», in Italia ciò è vero in misura minore rispetto agli altri paesi.
Dalla ricerca dell'Ocse risulta che rispetto agli altri paesi industralizzati abbiamo meno diplomati e meno laureati, che gli abbandoni sono troppi (università di massa in entrata, ma non in uscita), e che gli studenti italiani alla fine della scuola dell'obbligo si collocano agli ultimi posti nell'apprendimento.
«Nella popolazione più giovane, compresa tra 25 e 34 anni, la quota che in Italia completa un corso di studi postsecondari (...) è ancora al di sotto della media dei principali Paesi industriali. I tassi di abbandono nell'università sono pari al 60 per cento, quasi il doppio rispetto alla media degli stessi paesi».
Come sottolineato più volte su questo blog e in vari articoli, l'ultimo pubblicato all'interno del numero Welfare to Work di Diritto e Libertà, «i nostri problemi non dipendono da un ammontare inadeguato di risorse pubbliche destinate all'istruzione scolastica. La spesa per studente nella scuola dell'obbligo e in quella secondaria è anzi più elevata rispetto alla media dei Paesi dell'Ocse, per effetto non già di maggiori retribuzioni pro capite del personale docente, bensì di un più alto rapporto numerico tra docenti e studenti».
Lavorare tutti, anche fannulloni e incapaci, ma guadagnare meno, è il compromesso che gli insegnanti sindacalizzati accettano.
Quali rimedi? Draghi usa esattamente le nostre due parole chiave: merito e concorrenza. Nella scuola come nell'università «può essere utile aumentare la concorrenza fra gli istituti, sia nell'ambito pubblico sia in quello privato, con modalità di finanziamento che da un lato premino le scuole migliori e dall'altro trasferiscano risorse direttamente alle famiglie per ampliarne la possibilità di scelta». Dunque, anche il Governatore Draghi vede nell'inversione di almeno una parte del flusso di finanziamenti una possibile soluzione. Sia l'utente a indirizzare i finanziamenti, non lo Stato a pioggia, in funzione esclusivamente al numero di iscrizioni.
Anche l'informazione che guida le famiglie nella scelta è «insufficiente», distorta da percorsi formativi troppo uniformi e dalla mancanza di criteri di valutazione che permettano scelte mirate.
«La trasparenza e il pubblico accesso al processo di valutazione contribuiscono a rafforzare il confronto tra le università, accrescendo la consapevolezza delle scelte degli studenti, soprattutto di quelli meno inseriti nei circuiti informativi più ricchi. E' auspicabile che ciò costituisca il primo gradino di un'azione tesa a stimolare la concorrenza tra università, accrescendo gli incentivi all'innalzamento degli standard di qualità nella ricerca e nella didattica, nella selezione dei docenti».
:: Sab 11.11.06
| |Mercoledì 08 Novembre 2006| |
di Federico Punzi
LibMagazine, 30 ottobre 2006
Dopo la Francia e la Gran Bretagna, e alcuni paesi del Maghreb, come Egitto, Tunisia e Marocco, la battaglia sul velo islamico investe anche l'Italia. A dare fuoco alle polveri un acceso dibattito televisivo tra Daniela Santanchè, deputato di An, e l'imam di Segrate, Ali Abu Shwaima. Sulla questione è intervenuto, con una lettera al Corriere della Sera, il 25 ottobre scorso, Gianfranco Fini, incorrendo tuttavia in una serie di gravi imprecisioni.
Al leader di An, che già su altri temi ha saputo differenziare le sue posizioni da quelle di molti suoi "colonnelli", bisogna riconoscere di aver adottato un approccio liberale al tema del multiculturalismo, affermando che "solo i singoli individui possono essere titolari di diritti, ma mai, in nessun caso, i gruppi o le entità collettive. Perché la concessione di diritti collettivi determinerebbe una sorta di feudalizzazione del nostro diritto positivo". Il problema è la non facile applicazione di questo principio nelle politiche pubbliche finalizzate all'integrazione.
Per quanto riguarda il velo, invece, Fini ha sostenuto che "andare con il volto coperto è già vietato dalle leggi italiane vigenti". Siamo portati ad applicare la proprietà transitiva: se è proibito andare in giro con il volto coperto, per esempio con un casco o un passamontagna, non è importante quale sia l'oggetto che lo copre. Dunque, anche veli islamici che coprono interamente il viso (il niqab) e il corpo (il burka) dovrebbero essere già proibiti dalla legge italiana in quanto impediscono il riconoscimento della persona. Certo, è una legge già ampiamente disapplicata, lo vediamo nei cortei di protesta ai quali molti manifestanti intenzionati a compiere atti di violenza e vandalismo partecipano indossando copricapi per non farsi riconoscere.
Tuttavia, se andiamo a prendere il testo della legge in questione, la 152/1975 sulla tutela dell'ordine pubblico, ci accorgiamo che questa sua interpretazione estensiva non regge: "È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico". Il "giustificato motivo" nel caso del velo c'è tutto. Si tratta di motivi religiosi e culturali, come riconosce una sentenza della Cassazione del 2004: "La religione musulmana impone alle credenti di portare il velo".
Il Tar del Friuli Venezia Giulia, il 18 ottobre scorso, ha confermato che la legge 152/1975 è inapplicabile al velo indossato dalle donne musulmane e conclude che "... un generale divieto di circolare in pubblico, indossando tali tipi di coperture, può derivare solo da una norma di legge che lo specifichi". Anche l'ex ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, il 23 agosto 2004 aveva espresso il medesimo parere sull'inapplicabilità di tale norma al velo.
Dunque, che il Corano ne disponga o meno l'obbligo, il velo è permesso dallo Stato italiano, o quanto meno bisogna ammettere che con argomenti più che fondati si può sostenere che lo sia.
Con la mal riposta certezza di aver risolto il problema dei veli più radicali, come il niqab o il burqa, Fini chiarisce che a suo avviso "vietare l'ostentazione di simboli religiosi, quali essi siano, è profondamente sbagliato" e richiama l'articolo 18 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, il quale sancisce "la libertà di manifestare la propria religione, da sola o in comune, tanto in pubblico quanto in privato, con l'insegnamento, le pratiche, il culto e l'adempimento dei riti".
Ma il velo è davvero un simbolo religioso? La questione è quanto meno controversa, ma si direbbe di no. Solo le più fondamentaliste e recenti visioni dell'islam, che si basano sul rispetto letterale dei testi sacri, ritengono che indossare il velo sia un obbligo prescritto dal Corano, e che sia, quindi, legge immutabile di Dio. Per secoli, come dimostra anche l'iconografia araba medioevale, le donne musulmane, soprattutto del Maghreb e della Persia, hanno vissuto senza velo e, quanto meno, senza l'obbligo di indossarlo. Non è quindi, come fa intendere Fini, la libertà di culto in gioco, né la libertà di vestirsi come si crede.
Di recente Re Mohamed VI sembra aver impresso una svolta "kemalista" al Marocco. Nelle scuole e nelle università, negli uffici pubblici, in polizia e nelle linee aeree, non si potrà più indossare l'hijab, che sparirà anche dalle raffigurazioni dei libri di testo. Il problema è che anche l'hijab, infatti, che copre solo i capelli, sarebbe diventato simbolo di quell'islam politico ed estremista che Mohammad VI tenta di sostituire con una lettura moderna e moderata del Corano. "La faccenda - ha dichiarato il ministro dell'Istruzione, Aboulkacem Samir - non è religiosa, ma politica. L'hijab per le donne è diventato quello che è la barba per gli uomini, un simbolo politico. E noi dobbiamo stare attenti, tra l'altro, che i libri scolastici rispettino l'intera società, non una fazione politica".
Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia, si è detta "entusiasta". Sappiamo, ha spiegato ai microfoni di Radio Radicale, che quel velo è portato con violenza, è un velo politico, simbolo di sottomissione, che portato in questo modo non fa parte della tradizione marocchina". Non è più un foulard, come una volta, ma un velo più avvolgente, più pesante e invasivo, fa inoltre notare. Il velo non è una "faccenda privata", come si sente spesso dire in Europa e in Italia.
Sempre sul Corriere, il 24 ottobre scorso, Magdi Allam ci ha spiegato la strategia internazionale messa a punto dai Fratelli Musulmani "per imporre il loro potere sull'insieme dei musulmani in Europa attraverso la sottomissione delle donne". Una strategia, ha rivelato il giornalista, ufficializzata il 12 luglio 2004 dall'Assemblea per la protezione del hijab www.prohijab.net. I 300 delegati presenti, provenienti da 15 paesi, Italia compresa, tra cui spiccavano autorità del calibro di Youssef Qaradawi e Tariq Ramadan, hanno deciso di sostenere a livello europeo e internazionale la legittimità del velo islamico rivendicando il diritto alla "libertà religiosa", consapevoli che gli occidentali sono ad essa sensibili, e incaricando dei comitati pro-hijab "di istruire i mass media, i politici, gli insegnanti e l'opinione pubblica sulla questione del velo e della libertà religiosa".
Al contrario di quanto afferma l'ex vicepremier sembra proprio che l'integralismo consista nel portare la barba o far indossare il velo come obbligo coranico. Ammesso, e non concesso, che sia anche un simbolo religioso e culturale, il velo è di certo, ad oggi, un simbolo di segregazione. Rappresenta un modello antropologico di sottomissione della donna. Essendo inferiore, la donna non riesce a gestire la sua sessualità e lancia segnali che inducono in tentazione gli uomini. Da qui l'esigenza di coprire il corpo e il volto, in alcune sue parti o completamente. Implicitamente il messaggio che passa, e di cui la donna che indossa il velo si convince per prima, è il suo essere inferiore.
Una sconvolgente prova di questo meccanismo, che porta alla menomazione della libertà di coscienza delle donne, per noi occidentali inafferrabile, letteralmente inconcepibile, l'abbiamo avuta in una puntata della scorsa settimana a "Porta a Porta", la trasmissione di Bruno Vespa. "E' giusto o ingiusto che una donna che tradisce il marito sia lapidata?", ha chiesto il conduttore alla giovane musulmana con il velo presente in studio. "Preferisco non rispondere", ha replicato più volte la ragazza. Al di là dei modi bruschi di Vespa, della sua affermazione falsa quando ha fatto notare che "noi da duemilasei anni non lapidiamo più le donne", mentre fino a poco più di un secolo fa tagliavamo le teste e in tempi ancora più recenti tolleravamo il delitto d'onore, al di là dell'incapacità dei presenti di spiegarle che da noi peccato e reato sono cose diverse, il dato più sconcertante è un altro.
Si rimane atterriti nel constatare che una ragazza diciannovenne, la cui scelta di indossare il velo ci era stata presentata come libera, si sia invece dimostrata del tutto incapace di esprimere un "suo" giudizio personale non su un dettaglio, sul velo, o su una questione di costume, ma sulla lapidazione di una donna adultera. Vespa non le stava chiedendo cosa dicesse il Corano in merito, o se fosse giusto disobbedire, ma solo se "secondo lei" era giusta o no la lapidazione.
Sarah sembrava aver abdicato dalla sua libertà di coscienza, bloccata dalla paura di dire qualcosa che contraddicesse il Corano. Il suo insistito rifiuto di rispondere ci ha rivelato un baratro: quella ragazza non sa cosa significhi esercitare il proprio spirito critico, non ha la nozione del suo pensiero come funzione autonoma e distinta dal Corano. Si meravigliava persino di come si potesse stare lì a discutere ciascuno con le proprie opinioni, senza fare riferimento ai testi sacri. "Quella è la legge di Dio e nessuno può intromettersi", tagliava corto, alla fine.
Sono stati momenti illuminanti, è venuta fuori tutta la potenza simbolica e culturale del velo, talmente in grado di trasmettere, innanzitutto alle donne, l'idea della loro inferiorità, che le priva persino della consapevolezza di possedere una coscienza in grado di formulare giudizi autonomi. "Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l'individuo è sovrano" (J. S. Mill). Purtroppo, Sarah non è sovrana.
Lo spiega chiaramente il filosofo Raphaël Lellouche: "Se si tira il filo del velo, è tutto il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico dell'islam che affiora. Il velo è una metonimia dell'islam integralista. Non è che la parte di un tutto. Dietro il velo, c'è la superiorità del musulmano sull'infedele, l'interdizione dell'apostasia, il rifiuto della libertà di coscienza, il codice della famiglia, la poligamia, i matrimoni combinati, il rifiuto dei matrimoni interreligiosi, lo statuto di minorità delle donne, la loro ineguaglianza nella successione e nella testimonianza, il ripudio, la lapidazione, l'omofobia, l'intolleranza, l'antisemitismo, ecc.. Insomma, è tutta la sharia che viene a noi e pone un grosso problema di costrizione interna ed anche esterna a una società democratica".
E' sul corpo delle donne, non smette di ricordarci anche Adriano Sofri, che si sta combattendo. E' nella loro condizione la differenza "essenziale fra società islamiche e occidente". La libertà delle donne "non riguarda solo il loro destino, ma la condizione del genere umano". I nemici dell'occidente lo sanno bene, mentre "gli occidentali se ne accorgono meno". Come non se ne accorge il ministro della Solidarietà sociale, Franco Ferrero, che qualche giorno fa dichiarava che "il velo non è un problema", di fatto sostenendo che la condizione di sottomissione della donna nell'islam non è affar nostro.
Ci stiamo forse scordando, da laici, liberali, radicali, di applicare nei confronti dell'islam europeo altrettanto anticlericalismo intransigente di quanto siamo stati disposti, e siamo disposti ancora, ad applicare nei confronti della Chiesa cattolica per tutelare la libertà di coscienza e il principio di autodeterminazione dell'individuo? Diffondere libertà e democrazia in Medio Oriente è la migliore strategia contro il fondamentalismo, ma tutto sarà vano se non avremo il coraggio e la forza di cominciare qui, in Europa, a porre i musulmani di fronte alla scelta se essere leali al Re o all'Imam-Re. Proprio come il cattolico cent'anni fa si trovò a scegliere se essere leale al Re o al Papa-Re.
Dovremmo liberarci delle timidezze del politically correct. Non possiamo rinunciare, per necessità e dovere morale, alla Riforma per lo meno dell'islam europeo. A convincere i musulmani che vivono in Europa che attenersi al diritto positivo e al principio di separazione fra reato e peccato, fra politica e religione, non è apostasia. La libertà religiosa non c'entra, ma comunque deve conciliarsi con il diritto, per ogni singolo individuo, uomo o donna, di emanciparsi dai riti della propria comunità.
Ebbene, credo che sia il momento di farla quella legge, di proibire burqa e niqab e, solo negli uffici pubblici e nelle scuole, anche l'hijab, che copre solo i capelli. Anni fa fui perplesso quando in Francia fu introdotto il divieto di portare il velo nelle aule scolastiche, ma leggendo il rapporto della Commissione Stasi ebbi chiaro il fenomeno. Il Parlamento italiano dovrebbe istituire una commissione di studio sull'islam in Italia, per verificare quanto siano diffusi abusi, sottomissione, arretratezze, e quanto estesi siano i perimetri di legalità paralleli. Una volta compiuta questa indagine, si potrebbe legiferare avendo di fronte un quadro più preciso. Eventuali norme restrittive dovrebbero essere transitorie e sottoposte a un continuo monitoraggio.
Il velo non è un simbolo religioso, ma di segregazione, e come tale va proibito. Altrimenti arriviamo al paradosso di uno Stato che spende fiumi di denaro pubblico per assicurare servizi che potrebbero benissimo essere offerti da privati, ma non è in grado di tutelare quelle poche libertà fondamentali dei cittadini. Ci tocca, quindi (mai lo avremmo pensato, ma a volte essere liberali è un lavoro duro) schierarci al fianco di Daniela Santanché, che in quasi totale solitudine sta conducendo una battaglia di sensibilizzazione perché lo Stato non ceda su uno dei suoi pochi compiti davvero irrinunciabili.
Da liberali, laici, non temiamo di affermare, con Dino Cofrancesco (il Riformista, 26 ottobre) che "per quanti credono che debbano esserci agenzie - lo stato, la comunità dei fedeli, i custodi della sharia - autorizzate a imporre agli individui modelli di vita buona, pur se ripugnanti alla loro natura, non può esserci tolleranza, ma solo strategie di acculturazione". Come per le mutilazioni genitali femminili, anche se apparentemente in modo meno violento, l'obbligo del velo ha a che fare con l'arretratezza, il pregiudizio, l'oppressione, non è un aspetto folcloristico da tollerare di una cultura diversa dalla nostra, ma il simbolo di una condizione da cui le donne musulmane devono potersi emancipare, come avvenuto per le donne italiane negli ultimi decenni.
Credo anche che non ci sia chi più dei radicali, e in particolare di Emma Bonino, possa spendere la propria credibilità liberale in favore di una legislazione restrittiva che dovrebbe impedire all'islam politico e integralista di attecchire e diffondersi anche in Italia. La sconfitta delle visioni fondamentaliste dell'islam passa per la liberazione delle donne musulmane, ma non vorrei che per rincorrere gli ultimi colpi di coda ratzingeriani dell'integralismo cattolico in una società comunque dotata degli anticorpi della secolarizzazione perdessimo di vista un islam che non ha ancora conosciuto i benefici dell'illuminismo.
:: Mer 08.11.06
| |Lunedì 30 Ottobre 2006| |
Questi qui non li capisco! Fanno una legge per poter frugare tra le carte (private!) di tutti i cittadini, anche in assenza di un qualsivoglia sospetto di illecito o di reato, senza il permesso preventivo di un giudice, senza perciò il controllo di nessuno su coloro che vi accedono e sull'uso delle informazioni che raccolgono... e poi urlano allo "spionaggio fiscale", al "colpo di stato" e ai "servizi deviati" se gli addetti ai lavori di qualche ufficio preposto vanno a curiosare tra le informazioni patrimoniali (pubbliche!) che li riguardano.
Cambiano le divise, ma la storia è sempre quella: io faccio il padrone, tu il suddito!
/BlogGlob]
:: Lun 30.10.06
| |Martedì 05 Settembre 2006| |
"Il peggio è passato", ha rassicurato Fidel Castro dall'ospedale dove è ancora ricoverato.
"Magari...", devono aver sospirato (ma solo sospirato!) tanti cubani.
/BlogGlob]
:: Mar 05.09.06
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